Odi et Amo
Questo è il mio Libro
Mi Parlano
Le Mie Storie
Frasi
Pensieri Che Leggo
Box

Le Mie Storie
Credits
Categorie
Feeds
Disclaimer
Chi Sono
Nel Cammino
Le Recensioni Del Mio Libro

La presi per mano e la guidai in camera da letto. Lasciai accesa una piccola lampada, che diffondeva luce soffusa. Inserii nel lettore un cd dei Pink Floyd e regolai il volume, in modo che non risultasse troppo alto. Ci sdraiammo sul grande letto matrimoniale ( una comodità cui non so rinunciare ) ed esattamente come allora, fu lei a prendere l'iniziativa. Questa sarebbe stata sempre una costante del nostro rapporto, e devo dire che non trovai mai da obiettare: in linea di massima, amo essere la "donna", e solo episodicamente, nella mia vita, ho invertito i ruoli. Maddy incominciò a lambirmi i seni con la lingua. Era dolce, lenta, quasi estenuante. Quando avvertii il contatto delle sue dita, dapprima sul clitoride, poi dentro, esalai un gemito. Ero terribilmente eccitata, ma provavo uno strano senso di vergogna; girai la testa sul cuscino perchè non volevo che mi guardasse in faccia. Ma fu proprio quello che fece. Si rialzò e, mentre la sua mano mi esplorava, lei fissava il mio volto attentamente, studiando ogni mio minimo cambiamento di espressione. Dopo mi avrebbe detto che quando avevo incominciato a godere, il mio viso aveva assunto un'espressione sofferente, e che questo l'aveva indicibilmente eccitata.
Non ci eravamo ancora baciate. Mentre venivo, si sdraiò su di me e cercò la mia bocca. Le lingue si avvinghiarono. A quel punto, successe una cosa incredibile: incominciai a godere a ripetizione, un orgasmo dopo l'altro, e ciascuno era più forte e intenso di quello precedente. Lei aveva ripreso a stimolare il clitoride, quindi di nuovo si introdusse in me, ma questa volta con tutta la mano. Io tremavo, non riuscivo a controllarmi; quello che mi stava capitando non l'avrei immaginato neppure nei miei sogni più sfrenati. Alla fine, mi rilasciai esausta, quasi incapace di connettere, con gli occhi sbarrati e la bocca serrata. Un pensiero fugace attraversò la mia mente: non sono frigida! Sono normale! La colpa è degli uomini. Maddalena si inginocchiò sul letto e prese ad accarezzarmi e baciarmi i piedi. E' una delle mie zone più erogene, tuttavia va detto che non riesco a tollerare il solletico. Ignoro se questa sia una contraddizione in termini; so solo che lei non oltrepassò mai quella sottile barriera. Mi deliziava e tornava a colmarmi di eccitazione e di aspettativa. Mi baciò l'interno delle cosce, risalì sino al pube, ma crudelmente lo evitò per passare all'ombelico, al ventre, alle braccia e ai seni. E' incredibile a dirsi: ma raggiunsi un nuovo orgasmo, forse quello più devastante. Mi misi a gridare e le graffiai la schiena; bagnai completamente le lenzuola. Quando riuscii a ritrovare il controllo, la pregai di smettere. Avevo paura di morire, non ero in grado di valutatare se il mio fisico avrebbe retto ancora. E poi mi sembrava di impazzire, nel senso letterale del termine. Maddy mi concesse una pausa. Respiravo affannosamente, e vagavo in una dimensione parallela, irreale, uno straordinario empireo che non avrei mai creduto potesse esistere. Tornata in me, decisi di prendere l'iniziativa: la rovesciai delicatamente sul letto e accostai la bocca al suo pube. Sapeva di donna, e quell'odore mi inebriò: mi occupai di lei voracemente, quasi volessi mangiarla, e quando compresi che stava godendo provai una gioia fortissima. Mi stesi sul suo corpo, e la baciai dolcemente. Fu un bacio lunghissimo, una sorta di poesia dopo la bruciante prosa che ci aveva divorato. Ci accarezzammo teneramente, le mie dita le sfiorarono le guance, gli occhi, la fronte; le scostai una ciocca di capelli e ancora cercai la sua bocca. Ci guardammo a lungo, mentre la notte compiva il suo percorso. Fuori, in strada, le ultime macchine passavano, un cane abbaiava e la luna faceva capolino simile a una vecchia, rassicurante amica. Forse era nostra complice.
Se questo racconto è stato di vostro gradimento, vi ricordo il mio libro: "Lesbo e' un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore)
L'immagine in alto è di ETHELWEIS
Se ne stava in disparte a guardarla.
Angelica era bellissima: decisamente troppo per uno come lui. Le aveva scritto mille lettere d'amore, lettere splendide in cui esprimeva tutti i sentimenti che provava per lei; tuttavia le aveva sempre stracciate prima di spedirle. Carlo era un ragazzo estremamente intelligente, dotato di una profonda sensibilità, ma era inguaribilmente timido. Inoltre, benchè non fosse brutto, non poteva certo competere con Alex o con Simone, che erano i fighi della scuola. E adesso non l'avrebbe più rivista. Dopo quella festa che celebrava il conseguimento della maturità classica, raggiunta da quasi tutta la terza C, lui si sarebbe iscritto a lettere e lei a medicina. Capitolo chiuso. Non che quel capitolo si fosse mai aperto, però almeno fino a quella sera aveva potuto vederla, osservare di nascosto i suoi movimenti aggraziati, ascoltare il suono della sua voce, mirare i lineamenti del viso, sbirciare furtivamente le lunghe gambe.
Andò a prendere una birra, poi uscì in terrazzo. Era una calda serata di fine luglio. Guardò in alto cercando di distinguere le singole stelle; fra le sue passioni, oltre alla musica e alla poesia, c'era anche l'astronomia. Gli tornò in mente la famosa frase di Kant, "il cielo stellato sopra di me", e si disse che la "legge morale" era una cosa, un amore senza speranze un'altra. Forse era lievemente brillo. Prima aveva assistito agli inutili corteggiamenti di almeno cinque compagni. Sapeva perchè fallivano. Angelica aveva uno spessore umano superiore, non era interessata a flirt privi di significato, reputava fastidiosi i continui riferimenti alle sue doti fisiche. Cercavo altro, ma in quei tre anni non lo aveva mai trovato. Allo stesso modo non si lasciava incantare dalle moto nuove fiammanti o da riferimenti a strepitose vacanze trascorse nei luoghi più belli del mondo.
"La ragazza giusta per me!", pensò mandando giù un sorso di birra. "Peccato che io non sia il tipo che fa per lei." Si accorse che incominciava a girargli la testa. Meglio: probabilmente una sana sbronza era quello che ci voleva. Prese una sigaretta dal pacchetto, la accese e aspirò una boccata di fumo. Subito tossì, perchè non era capace di fumare: era un consapevole e maldestro tentativo di imitare Alex. Alex era il numero uno, eccelleva in tutti gli sport, giocava e vinceva a poker, era l'idolo della scuola; tuttavia nemmeno lui era riuscito a far breccia nel cuore di Angelica.
Carlo spense la Marlboro, trasse un sospiro rassegnato e si voltò per tornare dentro.
"Da quando ti sei messo a fumare?" Angelica lo stava osservando con un sorriso divertito. "E perchè bevi così tanto? Se non ho contato male, questa è la quinta birra."
Se non ho contato male? Carlo la fissò, perplesso. Non si era accorto che lei lo guardasse; d'altro canto, non lo aveva mai fatto. Lui non esisteva per lei, le notti insonni passate a rigirarsi nel letto, le poesie scritte sul diario, qualche lacrima di autocommiserazione che ogni tanto versava. Angelica era all'oscuro di tutto ciò. Nè poteva essere altrimenti. Ora lei era di fronte a lui, avrebbe potuto parlarle, dirle qualcosa di spiritoso, ma, nonostante l'alcool che aveva in corpo, non riusciva a superare il muro della sua timidezza. Vergognandosi di se stesso, stava per abbandonarla lì, senza nemmeno salutarla, quando lei gli posò una mano sul braccio. "Che festa noiosa!", disse. Poi rise. "Che ne dici se scappiamo alla chetichella? Potremmo andare a fare una passeggiata, è una notte talmente incantevole!"
La sveglia suonò. Carlo la spense sbadigliando e scese dal letto. Si recò in cucina. C'era un buon odore di caffè.
"Buon compleanno, amore.", gli disse Angelica.
Lui sorrise. "Sarà poi buono?", chiese. "Cinquantotto anni incominciano a essere tanti."
Sua moglie scosse la testa. "Ma tu sei sempre lo stesso, e io ti amo come la prima volta in cui ti vidi!"
Poi lo baciò teneramente.
La vicenda, almeno in apparenza, è complessa, perciò cercherò di essere molto chiara e diretta.
I fatti prima delle opinioni:
1 Da qualche mese circola in rete un certo dottSperoni, che a quanto risulta è un professore universitario di Pisa: il suo comportamento è una via di mezzo fra la persecuzione di un troll e la stravaganza di un personaggio bizzoso e vagamente ridicolo. Egli ha preso di mira alcuni blog (di sfuggita anche il mio), accanendosi in modo particolare contro il sito di Goodnightmoon.
2 A un tratto compare un suo fake, che lascia commenti sgradevoli sempre nel blog di Moon, oltre a imbrattare il sito che Speroni ha appena aperto.
3 Il fake viene individuato, grazie al controllo degli ip. Si tratta di un blogger di nome keypaxx, anch'egli preso di mira da Speroni (assieme a Luna, ombrellina, Stufa e orsarossa). L'errore di keypaxx è quello di lasciare un commento nel sito di Moon alle ore 8:54 come keypaxx, e due da fake rispettivamente alle 10:37 e alle 10.38. Per il momento sono gli unici commenti di quella mattinata, e i dati rilevati da Moon coincidono. Anche il dottSperoni sostiene di avere rintracciato ip e provenienza; ma, condiderato il personaggio, le sue dichiarazioni risultano molto meno attendibili e rilevanti rispetto a quelle di Goodnightmoon, quindi non le terrò in considerazione.
4 Vista un'"amicizia" ormai di antica data, Moon scrive un garbato pvt a keypaxx chiedendogli se è lui il fake, e concendendogli le più ampie attenuanti; la risposta è ambigua, e a successivi messaggi egli non risponde più.
5 keypaxx scompare dal blog di Goodnightmoon, dove fino a quel giorno aveva spammato quotidianamente.
6 Infine, ieri scrive un post vergognoso in cui mischia le carte in tavola in una maniera che definiterei indecente e, grazie alla moderazione, elimina i commenti poco graditi (uno di Moon, ad esempio), oltre a ingiungere a me di non tornare più da lui.
Le opinioni:
1 keypaxx con la mano destra interveniva nel blog di Goodnightmoon per difenderla da Speroni, mentre con la sinistra (come fake) rincarava la dose con interventi assai antipatici. Considero questo comportamento di una scorrettezza allucinante.
2 Rispondendo ai commenti nel suo blog, keypaxx continua ad arrampicarsi sugli specchi, non dichiarando mai a chiare lettere di non essere il fake, ma continuando ad insistere che Speroni è più importante del fake medesimo.
Questa è una grave distorsione dei fatti. Il fake è MOLTO più importante del vero dottSperoni, e il perchè è presto detto. Un conto sono i vaneggiamenti forse senili, spesso ripetitivi e farneticanti, di un vero troll; altro il comportamento vile di un blogger che si spacciava per amico. Questo concetto mi sembra chiarissimo.
Inoltre, keypaxx commette un altro grave errore: per difendere l'uso della moderazione, accusa Moon di "bannare e sbannare" in continuazione. Come faceva a saperlo, dato che il bannato era proprio il fake?
3 Con l'uso della moderazione, il comportamento di keypaxx si dimostra di stampo fascista. Non solo non consente lo sviluppo di un confronto, ma a livello preventivo esercita anche una censura di tipo psicologico, dato che io stessa, non sapendo se il mio commento sarebbe stato editato o meno, ho evitato di lasciare interventi articolati ed esaustivi.
Faccio notare di sfuggita che quando scrissi un post in cui stigmatizzavo l'operato di tale Antiblog, gli lasciai ampia possibilità di replica, invitandolo ad andarsene solo dopo il ventesimo (!) intervento. Ma io non sono fascista.
4 Quando keypaxx aveva un'altra identità, sembrava un personaggio simpatico; pietiva link e consigli in continuazione, ma sapeva comunque porsi in modo gradevole. Trasformatosi in keypaxx ed avendo scoperto di essere un grande scrittore (...), egli ha subito un cambiamento impressionante di personalità, diventando superbo, arrogante; e condiscendente in misura davvero fastidiosa nel commentare gli altrui blog. Risulta chiaro che egli non frequentava Goodnightmoon per sinceri motivi di amicizia o di stima, ma solo per spammare e farsi conoscere in un blog molto seguito (che poi è l'esatto comportamento che tenne anche con me, prima che io, capito l'individuo, lo togliessi dagli amici). Non è rilevante ai fini di questo post, tuttavia aggiungo che egli nutre un livore quasi inspiegabile nei miei confronti (invidia, forse?), e io mi sono molto divertita ad osservare alcuni suoi comportamenti che confermano in pieno questo dato di fatto. Se un blog che egli frequentava e spammava con frequenza quotidiana (cfr Pioggia d'Aprile) dedicava un post al mio libro, egli scompariva per tornare (o, a volte, non tornare) quando non si parlava più di me; laddove proprio non poteva esimersi dal passare (cfr Pensiero Vagante) se la cavava lasciando un ot.
Ma, come ho detto, tali fatti esulano dalla vicenda presa in esame, benchè siano utili per compenetrare a fondo la sua psicologia, e fornire qualche ulteriore elemento atto a scoprire la personalità di un personaggio che non esito a definire un concentrato di boria e di scarsa sincerità intellettuale. Aggiungo che ho ricevuto diversi pvt che confermavano le mie impressioni, poi trasformatesi in certezze.
So bene che condividiamo l'amicizia di sei o sette blogger, ma come disse qualcuno, su Splinder non esiste la proprietà transitiva, e non sarò certo io a esercitare risibili pressioni su di loro. Possono tranquillamente continuare a frequentarci entrambi.
Ma prima o poi, credo, scopriranno la sua vera natura.
Nonostante avesse un corpo stupendo, Sabrina era ossessionata dalla forma fisica. Frequentava regolarmente piscina e palestra, seguiva una dieta, spendeva cifre consistenti in prodotti di bellezza. Bionda, con gli occhi grigi e un viso dai lineamenti quasi perfetti, contava su una moltitudine di ammiratori; tuttavia non aveva mai tradito Francesco. Segretamente, era molto compiaciuta del suo aspetto; l'unico cruccio era relativo all'altezza, dato che superava a malapena il metro e sessanta.
Quel giorno era giovedì e, come sempre, alle undici in punto varcò la soglia dell'istituto di bellezza. Entrò nel consueto camerino, si spogliò e si stese sul lettino per i massaggi. Dopo pochi minuti di attesa sentì che la porta si apriva. Si rilassò, lasciando vagare la mente, mentre pregustava l'abile tocco delle mani di Serena. Aveva degli ospiti a cena e fece un rapido inventario di quello che c'era nel frigorifero; era andata al supermercato alle nove, evitando la coda alle casse, e le sembrava di aver comprato tutto il necessario, e forse anche qualcosa di più.
Il massaggio era appena incominciato, quando si accorse che le mani che correvano sul suo corpo non erano quelle di Serena. Inoltre, avvertiva qualcosa di strano. Non le sembrava precisamente un "massaggio": non avrebbe saputo trovare una definizione calzante per ciò che stava accadendo, ma si rendeva perfettamente conto che era qualcosa di assai diverso da quello che solitamente faceva Serena.
Incuriosita, si girò per scoprire chi l'avesse sostituita. Era Giovanna, la titolare del centro estetico. Per quanto ne sapeva si occupava solamente di conti; chiacchierava con le clienti quando avevano finito il trattamento, prendeva gli appuntamenti, rispondeva al telefono.
La osservò incuriosita.
"Serena non si è sentita bene questa mattina." Giovanna le sorrise. "E così oggi la sostituisco io."
Sabrina stava per ribattere che non le sembrava in grado di svolgere quel compito, ma prima di poter parlare provò un brivido che le attraversò tutta la spina dorsale. Giovanna aveva incominciato ad occuparsi del seno, solo che (finalmente trovò la definizione giusta) lo"accarezzava", nello stesso modo in cui, pochi istanti prima, aveva "accarezzato" le sue gambe. Aprì la bocca per protestare, ma le parole le morirono in gola. Era frastornata. Adesso Giovanna le stava titillando un capezzolo, mentre con l'altra mano le sfiorava l'interno delle cosce. Sebbene fosse turbata, Sabrina chiuse gli occhi abbandonandosi al tocco delizioso di quelle dita. Poi avvertì il contatto di una bocca morbida sulla sua. Incredula di se stessa, schiuse le labbra per accogliere una lingua calda e avvolgente, e poi per ricambiare il bacio con passione. Giovanna era una splendida donna di circa trent'anni, Sabrina ne aveva venticinque. In un certo senso rappresentava il suo esatto opposto: alta, formosa, bruna, forse ancora più attraente di lei. Le bocche si separarono, e Sabrina si morse un labbro quando un dito incominciò a sfregarle il clitoride. Ci fu una breve pausa, Giovanna si succhiò il dito e lo mise appena al di sopra del clitoride, muovendolo poi in senso verticale, aumentando la pressione, quindi variando il movimento in senso circolare. Sabrina incominciò a urlare, mentre l'orgasmo la travolgeva.
Rossa in viso e senza fiato, guardò la sua amante che si svestiva, rivelando un fisico superbo. Sabrina non era mai stata con un'altra donna, non aveva mai provato il minimo interesse per un'esperienza omosessuale, nemmeno sotto forma di curiosità; ma ora si accorse che desiderava quel corpo, voleva ricambiare i baci, assaporare il suo profumo. Sgranò gli occhi quando vide un dildo che giudicò di proporzioni esagerate. Giovanna la prese per i piedi, le fu sopra e la penetrò. Incominciò a scoparla con furia, in un modo che Francesco non aveva mai saputo fare. Sabrina impazziva di piacere, mentre veniva posseduta in maniera sempre più selvaggia. Le due donne rotolarono per terra, avvinghiate, si baciarono avidamente, si fissarono negli occhi. Sconvolta dall'orgasmo, Sabrina le graffiò la schiena.
Infine si rilasciò con il cuore che batteva a mille. Ma Giovanna non era ancora sazia di lei. Si sedette a gambe incrociate, la prese in grembo e le succhiò a lungo un capezzolo. Poi le fu sufficiente penetrarla con un dito per farla venire di nuovo.
Le accarezzò delicatamente il viso. "Era da molto che ti volevo.", disse.
Sabrina non rispose. Pensava che sarebbe tornata molto presto in quel centro estetico; nel suo immaginario aveva sempre visto l'amore lesbico come un atto estremamente dolce, sin troppo dolce, quasi melenso, ed era piacevolmente sorpresa di aver scoperto una realtà molto diversa.
Le due donne si rivestirono. Giovanna si chinò per allacciare i sandali alla schiava; un ciondolo a forma di cuore le scivolò da una tasca della gonna. Sabrina lo raccolse per consegnarglielo e sbiancò in volto: sul ciondolo c'era un piccola iscrizione, "ti amo cucciola".
Francesco glielo aveva regalato durante un magnifico weekend. E lei aveva pianto, quando aveva creduto di averlo smarrito.
Se vi è piaciuto questo racconto, vi ricordo il mio romanzo:
Una mia intervista: http://www.eroxe.it/index.php

Quando uscì dalla chiesa, Domenico Santarelli scansò con fastidio un mendicante. Il povero vecchio gli aveva chiesto due euro per comprarsi un panino imbottito, erano quasi tre giorni che non mangiava e stava morendo di fame. A Santarelli non interessavano minimamente i problemi degli altri; era un uomo realizzato, molto ricco, e aveva costruito la sua fortuna elargendo prestiti a tassi di interesse elevatissimi. Era duro e senza scrupoli, e alla soglia dei sessant'anni non intendeva modificare la sua linea di condotta, da sempre improntata sull'egoismo.
Sbrigò le ultime pratiche in ufficio, passò dall'agenzia di viaggi per prenotare il capodanno a Montecarlo e rincasò. Quella sera aspettava una visita importante ed era eccitato e compiaciuto. Gli avevano telefonato due giorni prima, informandolo che l'Ordine al Merito del Lavoro e l'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, congiuntamente, avevano stabilito di conferirgli un doppio cavalierato. Sarebbe passato da lui un funzionario per rivolgergli qualche domanda, ma solo a titolo di formalità, dato che la decisione era già stata presa. Santarelli pensava che quello era il grande coronamento della sua vita, un'onorificenza che lo avrebbe definitivamente elevato al di sopra della massa: al denaro si sarebbe aggiunto il prestigio.
Il citofono suonò alle otto in punto. "Bene.", pensò Santarelli. Amava la puntualità. Pochi minuti dopo la cameriera introdusse il suo ospite nello studio. Era un uomo alto, vestito in modo elegante, e di modi raffinati e cortesi. Scuro di capelli, aveva un viso dai lineamenti fini e strani occhi dal colore indefinibile. Si strinsero la mano, e il funzionario si accomodò davanti alla scrivania, dove Santarelli aveva preso posto.
"Mi chiamo Marco Giudice", esordì il nuovo venuto. "Non le farò perdere troppo tempo, perchè immagino che lei debba ancora cenare. Solo alcune domande di prammatica." Santarelli annuì. Voleva controllare ancora alcuni conti, e perciò era lieto che quell'incontro non si protraesse troppo a lungo. Il signor Giudice tirò fuori da una cartelletta un foglio, inforcò gli occhiali e disse: "Per quanto riguarda il primo cavalierato non ho nulla da chiederle, conosciamo la sua situazione patrimoniale e abbiamo valutato con attenzione il corso della sua carriera. Venendo all'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, vorrei solo sapere sei lei ha fatto della benificenza, se ha aiutato delle persone in difficoltà, se ha chiuso un occhio su qualche rata pagata in ritardo; penso di conoscere già le risposte ma, come le avevo anticipato al telefono, questa è da sempre la nostra prassi."
Santarelli sorrise con aria condiscendente. "Sono un benefattore nato.", rispose sorridendo fra sè per quell'evidente menzogna.
"Lo immaginavo!", esclamò Giudice con espressione soddisfatta.
"Ho soccorso moltissime persone in difficoltà.", proseguì Santarelli, pensando a quante volte aveva rifiutato anche il più piccolo aiuto a gente disperata che aveva pianto davanti a lui. Quelle suppliche, quella mancanza di orgoglio, lo avevano sempre disgustato.
"Bene!", disse Giudice. "E per le insolvenze?"
"Se fossi un pescecane, oggi sarei molto più ricco.", rispose Santarelli. "A causa della mia generosità ho perso moltissimi soldi, ma mi creda, ne sono orgoglioso." Aveva mandato sul lastrico numerose famiglie, ignorando lacrime e preghiere.
Giudice si alzò dalla sedia. "Allora abbiamo finito!", annunciò giovialmente avviandosi verso la porta. Poi si fermò. "Che sbadato che sono!", disse riavvicinandosi alla scrivania. "Dimenticavo due cose. Come avrà notato non ho preso appunti, perchè sapevo che non era necessario. Ho già con me gli attestati, le avevo pur detto che si trattava solo di una formalità. ." Gli consegnò una busta sigillata. "La seconda cosa...è che questa mattina io ero davanti alla chiesa."
Si voltò e uscì dallo studio, mormorando un "A presto!", di cui Santarelli non comprese il senso.
Ma non era importante. Aprì la busta con impazienza. Mentre estraeva la lettera, capì all'improvviso il motivo per cui aveva trovato strani
gli occhi di Giudice. Uno era verde, l'altro marrone. Ripensò a quella curiosa frase: "Questa mattina io ero davanti alla chiesa". Scrollò le spalle e incominciò a leggere.
Subito sbiancò in viso.
La missiva diceva: "Sono lieto di annunciarle che lei morirà questa notte. La aspetto."
Al posto della firma c'era una sigla.
Lcf
Era conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere. Da anni, ormai, stazionava davanti al cinema, avvolto in un sudicio cappotto che non si toglieva mai, neppure in estate. La barba lunga, i capelli arruffati e gli occhi dall'espressione vacua erano tratti caratteristici troppo evidenti, e inquietanti, per non suscitare un senso di repulsione in chi gli passava accanto. A volte, qualche persona di buon cuore lasciava scivolare una moneta nel cappello logoro che egli teneva sempre al suo fianco; ma la maggioranza distoglieva lo sguardo, accelerando il passo per lasciarselo al più presto alle spalle.
Aveva una sola amica, una bambina bionda di nome Sandra. Quando usciva da scuola andava sempre a trovarlo, spesso non aveva soldi da dargli ma non gli faceva mai mancare un sorriso o una parola gentile. Lui ricambiava il sorriso, ma non parlava.
Aveva smesso di parlare molti anni prima, quando la moglie e i due figli erano morti in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Pochi giorni dopo aveva abbandonato lo studio legale in cui lavorava per trasferirsi davanti al cinema. La banca si era presa la sua casa, avidi parenti erano riusciti a mettere le mani sulla liquidazione. E lui non si era più mosso da lì.
Sandra non sapeva se "Barbabianca" (così lo aveva battezzato) era in grado di capire quello che lei gli diceva, se possedeva ancora un barlume di intelletto; tuttavia le piaceva raccontargli piccoli aneddoti della vita scolastica, o spiegargli che in quel particolare giorno si sentiva felice perchè c'era il sole e il cielo era azzurro. Barbabianca, comunque, la guardava, e talvolta negli occhi privi di espressione sembrava passare un lampo di interesse, simile a uno spiraglio di luce che tuttavia si spegne quasi subito.
Sandra gli portava delle mele. Aveva scoperto che ne era estremamente ghiotto. Lo osservava mangiare e intanto nella sua immaginazione se lo figurava ripulito, messo a nuovo, seduto a tavola con lei e i suoi genitori.
Lo vide per l'ultima volta un giovedì di febbraio. Quel giorno faceva molto freddo, spirava la tramontana, e Barbabianca sedeva tutto intirizzito sfregandosi le mani. Gli porse una sigaretta che aveva sottratto dal pacchetto di suo padre. Lo aveva già visto fumare, e pensava che forse quella sigaretta avrebbe potuto riscaldarlo, almeno un poco. Barbabianca la consumò sino al filtro, quindi le rivolse un sorriso che parve trasformare il suo viso; per qualche istante, forse per uno solo, lei vide il volto di una persona intelligente e consapevole. Ma subito calò il sipario, e l'espressione del vecchio tornò a farsi assente, al punto che la bambina pensò di aver visto male, oppure di aver guardato con gli occhi del cuore. Istintivamente gli tese una mano. Barbabianca la prese fra le sue, che erano gelide ma che per qualche strano motivo le sembrarono calde. Si guardarono in silenzio, poi lei lo salutò, avviandosi verso casa.
Aveva fatto solo due passi quando sentì distintamente il suono di una voce. "Grazie!" Si girò di scatto, sorpresa. Barbabianca le stava sorridendo.
Morì quella notte.
La notte era gelida. Graziella uscì di casa scalza, in mutande e canotta, e rabbrividendo per il freddo si incamminò verso il bosco. Abitava in una zona isolata, distante alcuni chilometri dal centro abitato più vicino, in una piccola casa che un tempo era appartenuta a una famiglia di contadini. Dato che suo marito era un muratore, l'aveva ristrutturata personalmente; mentre lei si era dedicata al compito di renderla confortevole e allegra. Aveva scelto colori vivaci per le pareti, sistemato vasi di fiori ovunque e preparata una deliziosa stanzetta per il figlio che sognavano di avere. Un anno dopo Guido era morto, e lei era rimasta sola.
DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE
ANNEHECHE:
Quando Enrica camminava per strada quasi tutti si voltavano a guardarla. Non era solo una questione di bellezza fisica: benchè fosse alta e slanciata, con un paio di gambe superbe e un viso che avrebbe indotto a pensieri peccaminosi anche un asceta, aveva soprattutto una dote rara, che molte donne attraenti non possiedono. Il fascino. Un fascino innato che traspariva dal modo di muovere le mani, da come si ravviava i capelli, dalla profondità dello sguardo, dal profumo del corpo.
Quel giorno, tuttavia, i suoi occhi scuri sembravano lanciare lampi, l'andatura era sostenuta, l'espressione del volto dura e altera, e nessuno avrebbe osato importunarla e forse nemmeno rivolgerle un timido sorriso.
La sera prima, tornata in anticipo da un meeting che avrebbe dovuto concludersi l'indomani, aveva scaraventato fuori di casa suo marito e una biondina piagnucolosa che al solo vederla era scoppiata in lacrime. Dopo dieci anni di matrimonio conosceva bene Massimo e sapeva che l'amava, ma questo non era il primo tradimento. Sebbene fossero state sempre solo banali scappatelle, lo aveva già fatto con altre ragazze; lo aveva scoperto tre volte, ma naturalmente non poteva escludere che il numero fosse maggiore. Pensava di perdonarlo ancora: prima, però, lo avrebbe tenuto sulla corda almeno per un mese. Quello che l'aveva irritata maggiormente, sino a trasformarla in una furia, era stato il fatto che l'aveva sorpreso con la biondina nel "suo" letto, e questo era inammissibile.
Massimo un giorno le aveva confessato che non riusciva a frenarsi, che amava solo lei e non nutriva alcun tipo di sentimento per le altre, ma che a volte l'impulso di sedurre una bella donna riusciva a sopraffare tutti i suoi migliori propositi. Aveva giurato di non ricascarci più, e invece lo aveva fatto di nuovo e nel peggiore dei modi.
Enrica svoltò l'angolo, stringendosi nel cappotto per proteggersi dal vento gelido che spirava in quella mattinata di febbraio. Aveva deciso di reagire con grande determinazione. Al bando i pianti e la malinconia, quelli sarebbero stati riservati a Massimo che immaginava pentito e spaventato; lei aveva in mente altro. Si era concessa un pò di shopping, aveva bevuto il caffè nel suo bar preferito e ora si dirigeva verso il centro estetico più caro della città. Avrebbe potuto scegliere un tattoo studio, naturalmente, ma l'idea di usare la carta di credito di suo marito era irresistibile. Non c'era nulla di più sensuale di un nuovo tatuaggio. Le avrebbe dato una carica speciale, l'avrebbe resa ancora più intrigante ed erotica. Sapeva che gli uomini impazzivano per lei, era stato così sin dai tempi del liceo.
Uscì soddisfatta dal centro estetico, tornò a casa e si coricò sul letto. I suoi pensieri correvano in mille direzioni, poi li stabilizzò concentrandosi su un'unica aspettativa. Chiuse gli occhi, respirando con calma, e quasi subito si assopì. Dormì senza sognare, o più probabilmente, come spesso accade, quando si svegliò aveva dimenticato ciò che aveva sognato. Si sentiva bene. Il tatuaggio era meraviglioso, lo osservò a lungo sullo specchio del bagno. Si vestì scegliendo i capi con estrema attenzione, un goccio di profumo, un sorriso rivolto a se stessa, ed uscì nella fredda serata invernale.
Parcheggiò l'auto davanti a un elegante stabile immerso nel verde. L'aria era profumata. L'aspirò con piacere. Suonò al citofono, prese l'ascensore e salì fino al quarto piano.
La porta di un appartamento si aprì. Enrica sorrise. Un misto di dolcezza e seduzione, malizia e tenerezza.
Poi fu tra le braccia di Paola.
Il vento di febbraio
Arriccia una nuvola
sfibrata d’inverno.
Nascono i pensieri
Come tamburo su nuca
E sgorgano parole
Come spuri tentacoli
d’ignoto.
Incidi sulla mia schiena
Un fremito che scintilla
Ago sottile nutrito d’inchiostro
Dall’odore d’amore e di orchidea.