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(Io, naturalmente, sono fuori concorso, dato che sono la promotrice). Non abbiate paura: è solo un gioco! Non si offenderà nessuno, anche se non lo votate. Gli otto vincitori di questa prima edizione avranno tutti un magnifico banner, realizzato dalla bravissima ETHELWEIS.
Quando la vide provò un tuffo al cuore. Ricordava la piccola immagine racchiusa nell'avatar, raffigurante un volto giovane e grazioso, quello di una fanciulla pulita e serena, affamata di vita. Ma dal vivo era molto di più: una splendida ragazza, alta almeno un metro e settanta, i lunghi capelli neri che incorniciavano un viso semplicemente stupendo, un corpo perfetto, e soprattutto una luce profonda negli occhi scuri pieni di vita. Antonio Malinverno si incamminò verso di lei, quasi esitando; abbozzò un sorriso timido, simile a quello di un ragazzo al primo appuntamento. E invece aveva sessant'anni.
Dopo la morte della moglie, era andato in pensione e aveva aperto un blog. Non contava molti amici, non gli interessava uscire di casa ed affrontare il mondo esterno senza di lei; la casa rappresentava un rifugio sereno e il computer uno svago che gli permetteva di scordare la sua solitudine. Incominciò a scrivere. Poesie meravigliose, ricche di immagini che scaturivano direttamente dal suo cuore; racconti realizzati con una prosa perfetta, squarci di vita vissuta oppure avventure incantate in mondi lontani e suggestivi. Il primo post ebbe dieci commenti, il secondo quindici, poi, in rapida successione, diventarono trenta, quaranta, cento, duecento. Molti gli mandavano messaggi privati. Antonio rispondeva sempre. A tutti. Diventò un punto di riferimento: dispensava consigli, parole di incoraggiamento, frasi gentili e sempre sincere, perchè era buono d'animo. Poi arrivò Isabella. Era la sua prima lettrice, la prima fan. Ormai egli sapeva che avrebbe trovato il suo commento pochi minuti dopo aver postato, e si trattava di commenti profondi che rivelavano intelligenza e sensibilità. Il passo successivo fu rappresentato dai messaggi. Isabella si era innamorata di lui. Voleva conoscerlo. Malinverno aveva scelto un avatar che raffigurava un pinguino, gli erano sempre piaciuti i pinguini; le rispose che aveva sessant'anni...non gli sembrava il caso. Ma Isabella insisteva. Con la caparbia tenacia dei giovani gli spiegò infinite volte che non era interessata all'aspetto fisico, ma alla sua anima. Al suo ingegno tanto vasto. Alla fine, Antonio Malinverno acconsentì. Provava molta paura all'idea di incontrare una ragazza così giovane, sapeva che, al di là della differenza di età, egli non era prestante, nemmeno da ragazzo era stato bello. Tuttavia Isabella era riuscita a stregarlo. Non sapeva cosa sarebbe successo, non voleva porsi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere. Ma desiderava vederla. Parlare con lei. Assaporare il suo profumo. Bearsi della sua avvenenza. Fissarono un appuntamento in una città a metà strada. Entrambi descrissero come si sarebbero vestiti.
Sebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi...vide un'ombra passare nello sguardo della ragazza. Cercò di interpretare l'espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca. Non ne ebbe il tempo. Isabella si voltò e fuggì via.
Chiara non sapeva quanto tempo fosse passato da quando aveva incominciato quella interminabile discesa. Dal rumore dei passi di Mermaid si rendeva conto che la strega non stava guadagnando terreno, ma ne nemmeno ne perdeva; in ogni caso, era abbastanza vicina da poterla raggiungere quando infine avrebbero raggiunto un luogo piano.
Trascorsero altri minuti, non avrebbe mai saputo quantificarli. Iniziava a sentirsi stanca e avvertiva un diffuso dolore ai polpacci. Continuava a chiedersi se sarebbe riuscita ad assolvere al suo compito, se proprio lei era la persona più adatta per affrontare Dark; tuttavia, all'improvviso, ricordò le parole di Sughart. La fata riponeva la massima fiducia in lei: più volte le aveva ripetuto che la profezia non poteva essere sbagliata, e che i giorni della strega ormai erano contati. Ma adesso Chiara era sola, senza il supporto della dama; avrebbe dovuto fare ricorso unicamente alla propria intelligenza, a capacità che erano tutte da verificare, in un mondo diverso dal suo, un mondo sconosciuto e terribile.
Progressivamente l'oscurità andava scemando: dal basso proveniva una luce che man mano diventava più intensa. Chiara capì che la meta era prossima. E, infatti, a un tratto scorse un ampio locale, illuminato da una miriade di candele che emanavano un profumo tanto intenso da stordirla. Discese gli ultimi gradini e vide che le pareti erano decorate da mostruosi disegni che raffiguravano scene di morte; alcuni teschi erano allineati su un grande tavolo, ove notò anche strane ampolle che sprigionavano fumi dai colori scuri, fumi che sembravano danzare nell'aria assumendo forme contorte e irreali, mutando in continuazione, allargandosi e restringendosi, ora assumendo l'aspetto di paurosi serpenti ora di forme simili a lugubri fantasmi.
Mermaid corse verso una porta, sul lato opposto della stanza, ma Chiara riuscì a precederla, sbarrandole il cammino. La ragazza alzò la spada. Immediatamente i fumi si dissolsero, e l'aria parve acquisire una nuova fragranza. Nelle mani della Signora del Male balenò improvvisa una lama scintillante, che tuttavia andò subito in frantumi.
Dark abbandonò le braccia lungo i fianchi, con un'espressione di panico dipinta sul bellissimo viso. "Ti prego, risparmiami!", esclamò, la voce alterata dal terrore.
Chiara scosse la testa. Conosceva bene la storia di Mermaid, il male che aveva compiuto, gli omicidi di cui si era resa colpevole. La strega andava eliminata per sempre, non meritava alcuna pietà.
Pronunciò la formula segreta che aveva appreso dall'antico tomo di sapienza, e si preparò a colpirla con l'arma magica.
Poi sgranò gli occhi.
Davanti a lei, in luogo di Dark, ora c'era una graziosa fanciulla che la osservava con aria supplice.
"Io sono Lilith.", disse la nuova apparizione.
"E sono tua amica!"
Mentre ero in coda davanti alla cassa, una voce femminile mi apostrofò alle spalle. "Ottimi gusti!" Era una bella voce, fresca, giovanile. Mi girai e vidi una ragazza di circa venticinque anni che mi stava sorridendo. Era poco più alta di me, snella, con i capelli castani tagliati a caschetto, un viso dai lineamenti regolari e occhi grigi ed espressivi. "Ciao!", la salutai. "Mi chiamo Viviana.", rispose."...
Quella sera mi vestii con particolare cura, scelsi un abitino nero piuttosto corto e scarpe con i tacchi. Mentre mi truccavo davanti allo specchio, notavo una luce nuova nel mio sguardo. Ero pervasa da un senso di euforia, e per quanto mi sforzassi di rivangare nella memoria non riuscivo a ricordare da quanto tempo non provavo sensazioni simili. Anche la mia casa mi sembrava più bella, e più allegra. Mi sedetti sul divano, accesi una sigaretta e finii di ascoltare il cd della Morissette. Quando fu l'ora, uscii diretta all'appuntamento con la seducente nuova amica che avevo appena conosciuto. Il ristorante lo scelsi io, un locale aperto da poco che offriva cibo di qualità e un ambiente raffinato. Più che mangiare, spiluccammo, evidentemente entrambe emozionate. Penso che ciascuna di noi due avvertisse nell'aria una sorta di impalpabile magia, un legame, per il momento ancora sottile ma destinato ad irrobustirsi con il tempo, che ci univa e che prometteva sbocchi di impensabile suggestione. Viviana conosceva molto bene l'inglese ed era patita di letteratura angloamericana: parlammo di libri, di autori, e quindi di cinema, e ancora di arte, di musica. Scherzammo, ridendo sino a farci venire le lacrime agli occhi. Funzionava! Lei era bella, elegante, dotata di un fascino particolare, che emergeva sempre più chiaramente con il passare del tempo. Quando uscimmo dal ristorante, mi resi conto che poteva diventare la donna della mia vita; più tardi venni a sapere da lei che aveva pensato la medesima cosa. Passeggiammo, sfiorandoci a tratti con le mani, lasciando che spazi di silenzio condiviso si alternassero ai nostri discorsi, assaporando l'aria tiepida della notte. Come per un tacito accordo, non ci fu un bacio, nè un invito a concludere la serata a casa dell'una o dell'altra. Io non volevo rischiare di sciupare tutto con un incontro sessuale affrettato, preferivo l'attesa, la dolce attesa di qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi semplicemente straordinario; Viviana condivideva il mio pensiero. Come me, era reduce da una storia fallimentare, anche se con una differenza sostanziale: aveva saputo reagire meglio, trovando nuove risorse nel suo carattere estremamente equilibrato e positivo. A differenza mia, non si era buttata in storie di sesso, non aveva sperimentato la cocaina, non si era data all'alcool o ai tranquillanti. Possedeva una forza serena che le aveva permesso di affrontare l'abbandono e la solitudine con matura consapevolezza; una delle sue frasi ricorrenti era: io sono più importante dei miei problemi. Filosofia spicciola, forse, tuttavia anche un modo migliore di affrontare la vita, e il corredo di delusioni che essa inevitabilmente comporta. Quella sera ci lasciammo con una stretta di mano, e la promessa di rivederci il sabato successivo. Tornai a casa con l'animo sereno, con un senso di aspettativa, munita di nuovi propositi, di nuovo aperta alle meraviglie che ogni esistenza in dati momenti è capace di offrire. Mi spogliai, lasciando cadere gli indumenti a terra, poi mi stesi sul letto. In attesa del sonno, vagai con la mente, cercando di immaginare il nuovo futuro che sembrava essere a portata di mano; mi biasimai per le passate debolezze, ripromettendomi di cambiare definitivamente, di tornare la Ale di sempre, la ragazza che mio padre tanto amava e stimava. I pensieri incominciarono a farsi confusi, fui pervasa da un senso di dolce distacco, chiusi gli occhi. Mi addormentai e quella notte il sonno mi fu lieve.
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS, che accetta pagamenti anche in contrassegno. Il libro costa 12 euro.
Un fiume in piena è la scrittura di Alessandra Bianchi, cruda e diretta talvolta, la sua frase ammicca al verso poetico di matrice realista ma si avvinghia al biografico e all’esperienziale, tra scoperta di sè e scoperta del mondo attorno a sè.
Tra identità femminile e identità lesbica, un viaggio nell’universo del sentire e del vedere con gli occhi di “lei”. Daniele Stefanoni
IMMAGINI DI DEEPDUNGEONDARK E UNDERWETBASTARD

Il Fabbro le indicò una pagina. "Leggi qui.", disse. "Viene spiegato esattamente quello che dovrai fare per sconfiggere Dark." La ragazza scorse rapidamente il testo, chiedendosi se sarebbe stata in grado di seguire quelle istruzioni.
Nel frattempo, accaddero quasi simultaneamente due fatti. Un gruppo di orchi fece irruzione nella sala, tutti armati fino ai denti. Erano muniti di spade dalla lama ricurva; costruite nelle buie fucine del castello risultavano una specie di incrocio fra una spada tradizionale e una classica sciabola. Ariendil e Faus li fronteggiarono. Shoruel recuperò l'arco da terra, scoccando immediatamente una freccia che trafisse il primo della fila.
Mermaid scomparve dietro a una porta, che era celata alla vista da una pesante tenda scura.
"Chiara, non lasciarla fuggire! Inseguila.", gridò l'elfo. Dopo un attimo di esitazione, la giovane gli obbedì, raccolse l'arma magica e corse verso la porta. La trovò chiusa.
"Usa il potere della spada!", la incitò Ariendil, mentre abbatteva un nemico con un preciso fendente.
Chiara alzò l'arma magica; si levarono scintille multicolori, che rischiararano nuovamente quel tetro ambiente.
La porta si aprì.
Una ripida scala sembrava condurre alle più remote profondità della terra. Chiara trasse un profondo respiro, saggiò con un piede la consistenza di un gradino e incominciò a scendere. La spada le illuminava il cammino, permettendole di vedere almeno sino a qualche metro di distanza. Poco più giù, percepiva distintamente la presenza di Mermaid e, a tratti, udiva i suoi passi agili e leggeri.
Poi captò qualcosa d'altro. Per quanto incredibile potesse sembrare, la strega aveva paura di lei. D'altro canto, Sughart era stata esplicita al riguardo: solo una persona che veniva da un altro mondo avrebbe potuto sconfiggere Dark. E lei aveva letto le indicazioni che il libro conteneva, ed era munita di una spada magica. Certamente Mermaid non ignorava l'antica profezia, e probabilmente conosceva il potere della spada.
Ma anche Chiara era spaventata. Non sapeva se sarebbe stata all'altezza di quel compito; ancora una volta, desiderò con tutto il cuore che al suo posto ci fosse Stefania, che era più ardimentosa e forte.
La scala continuava a scendere, sembrava che non avesse mai fine. L'oscurità era fitta, e un'aria gelida e malsana permeava quel lugubre luogo. Chiara continuò ad inseguire la Signora del Male.
Sopra di loro, la battaglia infuriava. Ma l'ascia di Faus, l'arco di Shoruel e la lama di Ariendil costituivano un potenziale bellico impressionante. Presto tutti gli orchi furono abbattuti. I tre compagni si guardarono, ciascuno dei tre pensava la stessa cosa. Il loro compito adesso era finito.
La sorte del mondo era nelle mani di Chiara...
DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE
ANNEHECHE:
Gloria camminava lungo il Tevere. Come sempre, si era svegliata presto, aveva accompagnato il figlio a scuola, ma, contrariamente al solito, poi non era andata a lavorare. Per un giorno avrebbero fatto a meno di lei. Si era vestita in modo sportivo, scegliendo gli abiti quasi a casaccio: ciò nonostante, era una bella donna e sguardi avidi la seguivano mentre accelerava il passo, quasi seguendo il corso tumultuoso dei suoi pensieri.
Non rimpiangeva il marito, nè l'esistenza grigia che aveva condiviso con lui per dieci anni. Capitolo chiuso.
Ma Luca!
Quello era un altro discorso.
"Un colpo di fulmine!", si disse esibendo involontariamente un sorriso amaro. Le era piaciuto subito, sin dal primo momento. Lui si era presentato in modo simpatico, sfacciato, esuberante. Un torrente di parole. Avevano fatto l'amore due giorni dopo; Luca aveva voluto svestirla, toglierle gli indumenti uno dopo l'altro, come se sbucciasse un frutto, e di tanto in tanto si fermava a guardarla con quei grandi occhi scuri che rivelavano tutta la passione che nutriva per lei.
Da quel giorno la vita di Gloria era cambiata, nello stesso modo in cui il vento che viene dal mare muta una giornata grigia, trasformandola in un incanto luminoso e splendente di profumi portati da lontano. L'odore dei fiori, dei boschi, della salsedine. E il sole che bacia i visi delle persone, cambiando all'istante umori e stati d'animo, simile alla bacchetta magica di un'ipotetica fata turchina. Sebbene abitassero in due città lontane, trovavano sempre il modo per vedersi, per ritrovarsi in un letto ad ardere d'amore, con i cuori che avevano imparato a battere all'unisono, come strumenti di un'orchestra perfetta. Inoltre, c'erano le telefonate, lunghe, interminabili, in cui lei si era scoperta a svelare la sua anima, come mai era riuscita a fare in precedenza. Le promesse. I sogni comuni e condivisi.
L'inganno.
Luca l'aveva lasciata da un giorno con l'altro, addicendo motivi confusi. Come di consueto aveva parlato a lungo, tuttavia dicendo assai poco, un discorso che sembrava studiato a tavolino, e che Gloria aveva giudicato un compendio di banalità assortite. Le erano rimasti molti dubbi. Non lo attraeva più fisicamente, lui aveva trovato un'altra, o semplicemente si era stancato di lei? Qualunque fosse il motivo, ora era sola, e da sola camminava in mezzo a una folla che sentiva ostile. Con gli occhi lucidi di lacrime tornò verso casa. Si sarebbe stesa sul divano a pensare, a ricordare la parte più bella e intensa della sua esistenza, a piangere.
Svoltò un angolo e lo vide. Era fermo davanti a un portone con una strana espressione disegnata sul volto che le parve quasi di timidezza, e le sembrò molto strano dato che Luca non aveva mai conosciuto quella parola.
Si fermò a qualche metro di distanza. Lo guardò interrogativamente. Cosa ci faceva a Roma, perchè era venuto a cercarla? Per quale stravagante ragione era emerso dalle foschie del passato?
Lo apostrofò in modo freddo. "Cosa vuoi da me? Quali bugie sei venuto a raccontarmi?"
Ma lui non rispose.
La osservò in silenzio per alcuni interminabili istanti. Si avvicinò.
E le regalò di nuovo la vita.
Senza pelle
come terra arida
come albicocca sbucciata
Senza sogno
come insonne sonnambulo
come tesoro rubato,
Non ricordo sussurri
Scopami l'inganno fino
a scardinare delizia
O guardami
e riaccendi in me l'orizzonte...
L'ACQUERELLO E' DI DOY.
A te, cara amica Gloria.
P.S. Ricordo ancora una volta che io sono ANNEHECHE. PASSAGGISEGRETI è un'altra persona. Una bravissima poetessa! Se volete visitare il suo sito, cliccate qui. Io ho scritto il racconto, lei la poesia.
La città era tappezzata di manifesti.
Questo episodio è immediatamente successivo a quello che ho editato ieri sera: dato che entrambi non sono particolarmente lunghi, credo che possano essere letti agevolmente anche insieme.
Mermaid scosse la testa, quasi fosse incredula davanti all'intensa luminosità che rischiarava a giorno la sala. Ma non temeva quel gingillo. Pensò con disgusto alla debolezza di Ceinwyn e di Mordecai. Non si erano mostrati degni della sua fiducia; in futuro, avrebbe cercato servitori più fidati e forti. Comunque lei era invincibile, e non aveva bisogno di alcun tipo di aiuto per annientare quella compagnia di straccioni.
Il suo pensiero tentò di entrare nell'anima di Ariendil, tuttavia non riuscì a trovare un varco, era come se la mente dell'elfo fosse protetta da un muro invalicabile. Con un ghigno sprezzante, la strega scandagliò il cuore di Faus: vi lesse rabbia impotente; quindi la sua malvagità si posò su Shoruel, e captò desiderio di vendetta misto a paura; infine, sondò Chiara e trovò soltanto terrore.
Alzò una mano e la luce si spense. L'ambiente tornò ad essere avvolto nella penombra; immediatamente dopo si diffuse un gran gelo che non era solo esteriore ma penetrava nella carne e nel sangue dei suoi nemici.
Si erse in tutta la sua statura, altissima, bella e terribile come mai nessuna creatura apparsa sino a quel giorno sulla terra. Chiunque, uomo o donna che fosse, si sarebbe innamorato di lei, sino a giungere al punto di donarle la propria vita spontaneamente; ma in quel frangente altri erano i suoi intenti. L'aria fu invasa da un acro odore di morte. La spada scivolò dalla mano di Ariendil e cadde al suolo, con un clangore metallico che spezzò il silenzio. Poi Mermaid mostrò loro un voluminoso tomo. "Senza di esso, non potete fare nulla!", dichiarò beffardamente. "Non esiste un solo essere di questo mondo che sia in grado di sconfiggermi. Siete soltanto degli stolti."
Ariendil la guardò senza rispondere. L'elfo non provava paura, tuttavia era rimasto sgomento dalla facilità con cui Dark gli aveva tolto l'arma magica; un senso di gelo lo aveva investito, e temeva che quelle parole fossero vere, reali, e che il Potere di Mermaid fosse inscalfibile. Shoruel cercò di usare l'arco per scagliare una freccia nel cuore di Dark; ma anche quell'arma scivolò a terra, ed egli si sentì intorpidito, incapace di una qualsiasi reazione.
Fu il Fabbro a parlare. "Hai ragione.", disse con voce grave. "Nessun essere di questo mondo può sconfiggerti, ma lei", e indicò Chiara, "viene da un'altra terra. Un Messaggero andò a cercare aiuti, e grazie alla magia di Sughart, un anello è pervenuto alla fanciulla. Sarà lei a vincerti!"
Mermaid rise. "Sciocco! Avrebbe dovuto avere con sè il libro!"
"E questo cos'è!", replicò Faus esibendo un volume logoro e polveroso. "Sei stata ingannata, strega! Ecco il tomo di antica sapienza che ti manderà per sempre nel nulla!"
Si rivolse a Chiara. "Prendilo!", disse. "E' giunto il tuo momento."
Ariendil camminava davanti ai suoi amici, dietro di lui c'era un orribile figuro che stringeva fra le mani la spada forgiata da Faus. Dietro ancora, il mago Mordecai che precedeva Shoruel e il Fabbro, seguiti a loro volta da un altro essere immondo.
Dark aveva il volto congestionato dall'ira. Ceinwyn era morta, e il fatto che fosse perita anche Sughart non la ripagava per la perdita della sua più preziosa servitrice. La figlia della notte si era comportata da sciocca, cadendo nel tranello della fata, vittima della sua stessa cupidigia. Da tempo Mermaid sospettava che Ceinwyn possedesse un lato infingardo, tuttavia era consapevole di poterla comunque controllare, avvalendosi in ogni caso dei suoi servigi. Si trattava di una perdita assai grave!
Immersa in quei cupi pensieri, distolse l'attenzione dai prigionieri.
Ariendil barcollò, come se stesse incespicando, poi si girò di scatto. Strappò la spada dalle mani del nemico e con un poderoso fendente gli staccò la testa dal collo. Shoruel riprese il suo arco, mentre Faus atterrava con un pugno il secondo orco. Il Fabbro recuperò l'ascia e corse a liberare Chiara. Tutto si era svolto nel giro di pochissimi secondi, e quando Mordecai si rese conto che i tre prigionieri erano armati, ormai era troppo tardi. Fu affrontato dall'elfo, cercò di usare la sua magia per trasformarsi in un serpente, ma Ariendil non gliene diede il tempo. La spada entrò nella gola del mago, trapassandola da parte a parte. Quando Mordecai cadde a terra, un fumo nero si levò dal suolo; parve assumere le sembianze di un animale mostruoso, ma subito dopo si disperse nell'aria svanendo infine completamente. Solo allora Mermaid si accorse di quanto stava succedendo.
La Signora del Male scrutava il cielo che si tingeva di azzurro. Il vento aveva spazzato via le nubi scure, ed era apparso trionfalmente il sole. La giornata era diventata luminosa; benchè fosse inverno, l'aria fresca e profumata sapeva di primavera. Quelle lande desolate sembravano rinate a nuova vita. Dark era sul punto di intervenire, quando percepì distintamente il cambiamento avvenuto nella sala.
Si voltò lentamente e guardò i suoi nemici. Li fissò in silenzio per un lungo momento, quindi rise. Una risata agghiacciante, gelida, che colmò di orrore il cuore di Shoruel. Faus distolse lo sguardo, Chiara si appoggiò alla parete tremando.
Ma Ariendil levò in alto la spada magica.
E una vivida luce si sprigionò improvvisamente dalla lama.
"Fammi uscire di qui, mamma!"
Lucia distolse lo sguardo perchè non voleva che il piccolo Marco vedesse che stava piangendo. Quella stanza bianca e asettica le sembrò più fredda e crudele del solito. Si asciugò gli occhi con un fazzoletto, cercò di ricomporre i lineamenti del viso e guardò suo figlio. "Lo sai che non è possibile, caro."
Il bambino scosse la testa. Era pallido, emaciato, respirava a fatica; tuttavia, quando parlò, la sua voce risuonò forte e chiara. "Io lo so che sto morendo. A cosa serve restare qui? Ti prego mamma, fammi uscire per l'ultima volta!"
Lucia soffocò un singhiozzo. Conosceva bene l'ostinazione di Marco, l'aveva ereditata dal padre. "In fondo ha ragione.", si disse. "Oggi è una bella giornata di sole, potrebbe vedere per l'ultima volta il cielo, gli uccellini, respirare un pò d'aria buona." Esitò per un istante, quindi lo aiutò a scendere dal letto, lo vestì e lo guidò fuori dalla camera, e poi lungo i corridoi dell'ospedale, ignorando medici e infermiere, sino a raggiungere l'uscita.
Quando furono all'aperto, si incamminarono lentamente verso il fiume. Lucia sapeva che quello era uno dei suoi luoghi preferiti, immerso nel verde, lontano dalle automobili e dallo smog. In passato, andava sempre lì a giocare. A un tratto videro un vecchio mendicante, avvolto in un sudicio cappotto. Sedeva per terra, e il suo sguardo fisso rivelava che era cieco. Da quanto tempo quel pover uomo non mangiava, si interrogò Lucia; ma presto i suoi pensieri tornarono a concentrarsi sulla sorte insensata che attendeva Marco.
"Dammi dieci euro.", disse improvvisamente il bambino. Meccanicamente, Lucia gli obbedì, porgendogli una banconota.
Marco cercò le mani del vecchio. "Sono per te.", disse dandogli il denaro.
Ed entrambi sorrisero.
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