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Il momento drammatico arrivò quando andai a parlare con i miei. Mia madre è sempre stata la mia più feroce critica; credo di non esserle mai piaciuta veramente. Ha avuto costantemente da ridire su tutto quello che facevo: le minigonne troppo corte che indossavo, la scelta di non continuare gli studi, le mie amicizie, i troppi gay che frequentavo. E' una donna intelligente e razionale, ma estremamente dura e rigida. Penso che sia anche razzista, non certo per ignoranza ( al contrario, è assai colta ), ma come scelta ideologica. Mio padre, invece, ha sempre straveduto per me. Mi ha viziata all'inverosimile, coccolata, difesa e protetta. Io ero la "sua" Ale! Ed era proprio il colloquio con lui che mi terrorizzava; il giudizio di mia madre mi era indifferente.
Cenammo chiaccherando del più e del meno. Quando mia madre portò in tavola il gelato, io dissi: "Papà, ti dovrei parlare." La mamma mi lanciò un'occhiata penetrante. "Cosa devi dire a tuo padre di tanto segreto?" Assunsi la mia aria più arrogante. "Chi ha parlato di segreti? Ho solo detto che voglio parlargli!" Lei alzò le spalle e incominciò a sparecchiare. Io e lui ci alzammo e ci dirigemmo verso il suo studio.Era un luogo che amavo: alte scaffalature colme di libri, spesso in doppia o tripla fila; una austera scrivania in legno scuro; due comode poltrone in cuoio; l'inconfondibile odore dei sigari che mio padre fumava dopo pranzo e dopo cena; un mobile bar che conteneva l'immancabile Chivas, il suo liquore preferito. Sin da bambina ero stata attratta da quella stanza, che per me rappresentava una sorta di misterioso tempio dedicato alla cultura, alla riflessione, alle poesie che babbo scriveva su foglietti sgualciti fra una lettura e l'altra. Era il suo rifugio, ed era la mia meta, benchè sapessi di non esserne ancora degna. E forse non lo sarei mai stata. Gli versai uno scotch e glielo porsi, a mia volta mi servii di una porzione più abbondante del solito, e la mandai giù in fretta. Mio padre sorrise. "Devi parlarmi, ma prima sentisti il bisogno di berti un whisky." Aveva imitato Marlon Brando nella scena del Padrino in cui vengono a comunicargli che Sonny è morto. Ma la sua espressione attenta contraddiceva le parole scherzose. E poi aveva ragione: avevo dovuto cercare un pò di coraggio nel Chivas. Decisi di rompere gli indugi. "Papà, non mi piacciono gli uomini." Lui mi scrutò per qualche istante in silenzio. "Ti sei lasciata con Franco?" Io scossi il capo. "Sì... ma non è questo!" Papà sorseggiò il Chivas e cercò un sigaro, dedicandosi a quel rituale maschile che mi aveva sempre tanto affascinata e incuriosita. Poi disse: "Tranquilla, Ale, troverai un altro ragazzo. E' solo un momento di amarezza, del resto perfettamente legittimo." Lo guardai negli occhi. "Papà NON è questo!" "E allora cos'è che ti angustia, piccola?" Per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovare le parole adatte; quel pomeriggio mi ero preparata un discorso, ma adesso me ne sfuggiva il senso, non ricordavo nemmeno come avrei dovuto esordire, con quale illuminante frase avrei saputo aprire il mio cuore e raggiungere la sua comprensione. Parlai senza riflettere, mi lanciai come un paracadutista in preda al panico al suo primo tentativo. "Papà... amo una ragazza!"
Quello che mi piacque in lui fu che non fece finta di non capire. Era un uomo troppo intelligente per ricorrere a banali espedienti che sarebbero serviti solo a prolungare la mia agonia. Perciò non disse qualche amenità, del tipo "ma alla tua età è normale affezionarsi alla migliore amica" o sciocchezze simili. In primo luogo, quella particolare età l'avevo già passata da un pezzo, e comunque non mi sarei presa la briga di "convocarlo" nel suo studio per raccontargli tali idiozie. Invece, disse: "Ne sei sicura?" Abbassai il capo in senso affermativo. Mi imitò involontariamente, un riflesso condizionato, quindi indicò la bottiglia di Chivas. "Ce ne vogliono altri due." Obbedii prontamente e mandai giù una lunga sorsata. Lui si limitò a centellinarlo. Quando riprese a parlare, la sua voce era calma e controllata come sempre. Non ho mai sentito mio padre gridare e non l'ho mai visto perdere le staffe, e questo non significa che non avesse un carattere forte: se mai, l'esatto opposto. Disse: "Ale, non cambia niente. Rimani Alessandra con tutti i tuoi pregi e i tuoi difetti, rimani la mia adorata figlia che fino a oggi mi ha regalato solo soddisfazioni, rimani una giovane donna brillante e intelligente che ha un grande futuro davanti." Rise sommessamente. "E rimani la mia miglior venditrice." Ma tornò subito serio. "Non è di me che ti devi preoccupare, figliola. Se questa è la tua natura, devi solo viverla. Stai attenta alla gente, però. Sa essere molto cattiva. Abituati all'idea. Avrai modo di sentire cose molto poco carine sul tuo conto. Spero che saprai essere forte, e che non ti lascerai avvilire." Io lo ascoltai in silenzio, e il mio amore per lui cresceva ad ogni parola. Il giorno più orribile della mia vita è stato quando mio padre è morto. L'ho sempre amato. Ma quella sera superò se stesso. Bevvi un altro sorso di whisky. "E la mamma?", chiesi. Lui mi rivolse un sorriso dolce. "Parlerò io con lei. Non sarà facile, perchè ha le sue idee, e la capisco; ma alla fine se ne farà una ragione. E' pur sempre tua madre, e sebbene tu non ne sia convinta, ti vuole tanto bene. Ma faremo le cose con calma. Sceglierò io il momento adatto per affrontare l'argomento." Gli andai vicino e lo baciai su una guancia. Lui mi abbracciò. Non servivano più parole.
Foto di UNDERWETBASTARD
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro. Tuttavia, la prima edizione è in via di esaurimento: quindi il metodo più sicuro è quello di rivolgersi a IBS o, meglio ancora, alla casa editrice.
Più tardi le cose sarebbero cambiate, ma in quel momento il cielo era ancora azzurro. Benchè fosse una giornata invernale, mite e ventosa, l'uomo aveva terribilmente caldo. A tratti provava anche freddo, brividi gelati che gli attraversavano la schiena simili a lame di ghiaccio. E soprattutto aveva sete.
Erano state le frustate, la fatica incommensurabile, il dolore del corpo e dell'anima.
E un dubbio che aveva finito per insinuarsi nella sua mente. Rendendosi conto che era assurdo, lo cancellò dal cervello. Subito si sentì più sereno. Ma aveva sete. Chiuse gli occhi come per cercare un riparo dalla sofferenza, dal mondo. Aspettava soltanto di morire, dato che quello era il suo destino: e con la morte l'agonia sarebbe cessata.
Se solo avesse potuto bere...
Con l'immaginazione vedeva placidi fiumi dalle acque limpide che attraversavano rigogliosi campi, laghi cristallini incuneati fra montagne alte e verdi, ruscelli gorgoglianti. Ma si trattava di un sogno, la realtà era terribile e diversa; la realtà era fatta di tristezza che nasceva dalla malvagità degli uomini.
Era fatta di sete.
Fu allora che il soldato dalle spalle larghe gli diede dell'aceto da bere. La bevanda più dissetante in natura.
A fatica l'uomo mandò giù qualche goccia.
Poi, con un enorme sforzo di volontà, Gesù sorrise.
"Tu un giorno verrai in paradiso con me."
Ma probabilmente il centurione non capì quelle parole.
LA POESIA DI RAGNOOO:
Chiudi lento ogni spazio
raccogli miseri momenti
con la punta della lingua
disseta i miei pensieri
mentre divoro la vita mentre scivolo
sulle pareti cianotiche
devoto davanti alla tua passione
Con occhi vitrei e pelle olivastra
su note senza storia
mostrami quello che non capisco
Dio guarda sui figli dell’uomo
Spogliami fammi vedere le ragioni nell’intimo
Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso
Dolore su vite attorcigliata
tra mani e corona di spine,
libere su altari notturni
infiniti ed impossibili
mentre forgi passione
silenzi tra dita di pece
inchiodando l'alba su brividi di pelle ignota.
Ma probabilmente l'uomo non capì quelle parole.
Lara lo ha comprato :-)

Foto di UnderWetBastard
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro. Tuttavia, la prima edizione è in via di esaurimento: quindi il metodo più sicuro è quello di rivolgersi a IBS o, meglio ancora, alla casa editrice. Un regalo di Natale?
Da un'idea di Moon.
Bepi intagliava il legno da sempre. Costruiva oggetti molto particolari, realizzati con la massima cura: in genere, si trattava di piccoli animali, scoiattoli, leprotti oppure graziosi uccellini. Una volta all'anno scendeva a valle e allestiva un banco al mercato di Trento. Non aveva mai molta merce da esporre, dato che ogni singola creazione gli richiedeva una grande quantità di tempo. Bepi non era soddisfatto finchè non giudicava il suo lavoro realizzato a regola d'arte.
Quell'anno, complice anche la crisi economica, non aveva ancora venduto nulla. Sconsolato, guardava i curiosi che osservavano con aria distratta la sua piccola esposizione per poi procedere oltre. Fu sul tardo pomeriggio che finalmente una coppia di mezza età si fermò a comprare. A Bepi sembravano molto tristi. Forse in passato la donna era stata bella, ma ora appariva sciupata, come logorata dal tempo e dalle delusioni; l'uomo celava un temperamento malinconico, sotto a una finta scorza burbera.
Scelsero un coniglietto. Bepi fu contento, perchè lo giudicava il suo pezzo migliore. Aveva un'espressione allegra, e denti e orecchie erano venuti alla perfezione. Pochi artigiani avrebbero saputo fare di meglio, forse nessuno, almeno da quelle parti. Bepi si considerava un maestro, probabilmente non a torto. "E' un pò caro.", commentò l'uomo, che si chiamava Alberto. Bepi sorrise. "Questo perchè è magico!"
Alberto scosse la testa, irritato da quella palese assurdità. "Prendilo.", tagliò corto Lucia, la moglie. Bepi incartò il coniglietto, intascò la somma richiesta e salutò affabilmente la coppia dall'aria triste. "Avete fatto un buon affare.", pensò tutto contento. Per lui non era solo importante vendere, ma anche rendere felice la gente. Mentre i due si allontanavano, sentì l'uomo borbottare: "Magico! Che sciocchezze."
Bepi sorrise nuovamente. Poi incominciò a riporre i suoi oggetti per fare ritorno alla montagna dove viveva. Lo attendevano parecchie ore di strada.
Tre giorni dopo, Alberto e Lucia sedevano a tavola. Era Natale, per consuetudine celebravano il 25 dicembre con un pranzo raffinato, preparato da un rinomata gastronomia; tuttavia per loro non si trattava di una ricorrenza particolarmente sentita. Benchè Alberto avesse un buon impiego, la loro vita non era felice: Lucia non poteva avere figli, e si sentivano molto soli.
Lucia lanciò un'occhiata al coniglietto. Lo aveva sistemato sulla parete, proprio di fronte al tavolo. Le piaceva quel giocattolo, le sembrava che desse una nota di calore a una casa altrimenti fredda e desolata. Alberto portò alla bocca il salmone. "Ho riflettuto molto ultimamente.", disse rivolgendo uno strano sguardo alla moglie. Lasciò la frase in sospeso, mentre si serviva dell'insalata russa. Lucia non lo sollecitò, aspettando che proseguisse. "Forse ho sbagliato a oppormi sempre a quel tuo desiderio.", disse infine l'uomo distogliendo lo sguardo, quasi l'argomento lo intimidisse. Lucia sapeva bene a cosa si riferiva. Ormai aveva messo una pietra sopra a un sogno che giudicava irrealizzabile, e adesso le parole del marito la stupivano. Ma voleva essere certa di aver capito bene. "Spiegati meglio, Alberto!"
Lui esitò per qualche istante, quindi trasse un profondo respiro e disse: "Ci sono tanti bambini poveri. Ne adotteremo uno."
Gli occhi di Lucia si colmarono di lacrime. Prima di abbracciare il marito, senza una ragione precisa guardò il coniglietto.
Forse si sbagliava, ma le parve che sorridesse.
Vi auguro un Natale che esaudisca tutti i vostri sogni più belli.
Francesco Todaro sapeva ormai da tempo che suo figlio Marco non credeva più a Babbo Natale: ma ciò non gli impediva di allestire ogni anno la solita messinscena. Allo scoccare della mezzanotte si travestiva, con tanto di barba bianca e di cappuccio rosso, e andava e mettere i regali sotto l'albero. Svegliato da quei rumori, Marco sbirciava attraverso la porta socchiusa, osservava il padre riporre i doni e quindi tornava a dormire, sognando le splendide sorprese che avrebbe scoperto la mattina dopo. Si trattava di un gioco, ed entrambi ne erano perfettamente consapevoli, ma era un gioco bello che faceva parte della tradizione famigliare, specie da quando era morta la mamma. Tuttavia quell'anno non ci sarebbero stati molti regali, la piccola ditta di Francesco era in crisi e l'uomo si era potuto permettere un solo acquisto. Todaro era per natura ottimista e si era rifiutato di seguire il consiglio del ragioniere che gli aveva suggerito di licenziare degli operai, pensava di riuscire a venir fuori da quel periodo buio, di raddrizzare le sorti della sua impresa e di riprendersi alla grande. Ma un unico regalo gli sembrava davvero poco: aveva paura di deludere il bambino, anche se il piccolo Marco non era nè viziato, nè pretenzioso. Fu così che decise di sistemare il pacchetto sotto l'albero rinunciando alla consueta scenetta; a mezzanotte il bimbo non si sarebbe svegliato, e l'indomani si sarebbe dovuto accontentare di quel modesto dono. "L'anno prossimo tutto tornerà come prima!", si disse Todaro per consolarsi. Ma, quando si coricò, era profondamente avvilito. Quella notte trascorse lentamente; faceva molto freddo, il cielo era buio e senza stelle, sulle montagne vicine nevicava. Todaro si svegliò tardi. Saltò giù dal letto e corse in soggiorno. Ciò che vide lo sgomentò. Suo figlio era pazzo di gioia e di eccitazione; sotto l'albero vi era una quantità di doni, uno più bello dell'altro. Il pavimento era ricoperto dalla carta colorata che era servita per allestire i pacchi; ovunque c'erano giochi, alcuni dei quali assolutamente misteriosi, quasi incantati. Marco corse ad abbracciare il padre. Todaro strinse forte a sè il figlio, chiedendosi da dove saltassero fuori tutti quei regali. Gli sembrava di vivere un sogno. Eppure era ben sveglio! Poi il bambino si allontanò di due passi e guardò il papà con una luce divertita negli occhi. "Sei il miglior padre di questo mondo!", disse. Rise e aggiunse:"Ma quando crescerai? Ti ho visto dalla finestra, sai? Che bisogno c'era di spendere tutti quei soldi per noleggiare addirittura una slitta e due renne?"
Con i migliori auguri di Natale e di buone feste!
Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d'umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi. Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l'eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. "La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che..." Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente intorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l'homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. "Poveretto!", pensò Stefano. Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. "Vieni.", gli disse. "Stasera voglio che tu ti goda una buona cena, al caldo." Fece salire sulla Punto l'incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo, salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse:"Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perchè te lo meriti." Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l'atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.
Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C'era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l'unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. "Un altro rifiuto!", pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C'era scritto:"Siamo lieti di comunicarle..."
Quella sera, ubriaco di felicità, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Gli tornò alla mente il vecchio mendicante. Parcheggiò la Punto e si avviò in direzione della panchina. Voleva condividere con lui la sua grande gioia. Ma il mendicante non c'era.
(Questo racconto non è nuovo: lo avevo già editato il 16 dicembre 2006; ma nel web un anno è una distanza siderale, e moltissime persone non lo hanno mai letto. Con i migliori auguri di Natale e di buone feste!)
Quando avvertii il contatto delle sue dita, dapprima sul clitoride, poi dentro, esalai un gemito. Ero terribilmente eccitata, ma provavo uno strano senso di vergogna; girai la testa sul cuscino perchè non volevo che mi guardasse in faccia. Ma fu proprio quello che fece. Si rialzò e, mentre la sua mano mi esplorava, lei fissava il mio volto attentamente, studiando ogni mio minimo cambiamento di espressione. Dopo mi avrebbe detto che quando avevo incominciato a godere, il mio viso aveva assunto un'espressione sofferente, e che questo l'aveva indicibilmente eccitata.
Non ci eravamo ancora baciate. Mentre venivo, si sdraiò su di me e cercò la mia bocca. Le lingue si avvinghiarono. A quel punto, successe una cosa incredibile: incominciai a godere a ripetizione, un orgasmo dopo l'altro, e ciascuno era più forte e intenso di quello precedente.
A volte la vita è misteriosa, da un momento all'altro è capace di mutare scenario, come in un film dalla sceneggiatura sorprendente. Io mi trovavo a un passo dall'abisso, immersa in un mondo di sesso, droga, depravazione...non volevo l'amore, non lo cercavo, lo rifiutavo a priori. Mi osservavo sprofondare sempre più, e sovente il mio sguardo era cinico. Ma quel giorno tutto cambiò. Era come una magia. Credo che il termine più appropriato sia "affinità elettive": ciò naturalmente non significa che condividessimo alla lettera tutti i nostri gusti, d'altra parte sarebbe stato assurdo, ma avevamo un'infinità di punti in comune. E non si trattava unicamente di questo: io la osservavo incantata, non solo perchè la trovavo bella, ma anche per il suo modo di porsi, di muovere le mani, di scuotere a tratti i capelli. Viviana aveva un profumo incantevole, aveva classe, era acuta e osservatrice, allegra con un piccolo fondo di malinconia, simile a un retrogusto particolare e affascinante.
Stesa sul letto , lasciavo che la mia mente vagasse senza un percorso stabilito, a caccia di lontane sensazioni ormai perdute nel tempo, come le mille onde di un mare in perenne ebollizione. Rivivevo attimi distanti fra loro; ascoltavo le voci del passato; rivedevo colori e sfumature di colori che comunque un giorno mi erano appartenuti. Se appena mi concentravo, potevo risentire il respiro profondo del mare, guardare quel verde incredibile o quel grigio d'acciaio, e ascoltare lo stridio dei gabbiani. Potevo riassaporare una carezza di mio padre, o il suono di una sua parola; potevo ricreare, fra le nebbie che si frapponevano, la visione di un bosco autunnale, con i suoi tappeti di foglie e i grandi alberi spogli... Con la forza della mente potevo fare tutto. Limitatamente al passato. Il presente era nero. Il futuro non mi apparteneva. Fu proprio allora, in quel momento, che presi la decisione.
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro. Tuttavia, la prima edizione è in via di esaurimento: quindi il metodo più sicuro è quello di rivolgersi a IBS o, meglio ancora, alla casa editrice. Un regalo di Natale?
I boschi in autunno sono splendidi.
L'incredibile suggestione dei colori dalle calde tonalità, la natura che si appresta a ricevere il lungo abbraccio dell'inverno, i tappeti di foglie che ricoprono i sentieri, appartengono alla bellezza del mondo nello stesso modo del mare o dei limpidi ruscelli di montagna.
Paolo camminava da ore, totalmente indifferente alle meraviglie che lo circondavano; era un esperto conoscitore di boschi e di foreste, ma quella frequentazione non gli aveva mai recato alcun giovamento dell'anima. Semplicemente, aveva un compito da svolgere, che avrebbe svolto come sempre. Il resto non lo riguardava.
Quello era il terzo giorno ed era certo che, prima di sera, avrebbe finalmente scovato l'agognata preda che fino a quel momento era riuscita a sfuggirgli. Non si sentiva per nulla risentito dalla pervicacia quasi beffarda con cui il cervo aveva saputo eludere la sua ricerca. Faceva parte del gioco e gli avrebbe arrecato una soddisfazione ancora maggiore, quando alla fine lo avrebbe trovato e ucciso. Paolo si muoveva con attenzione, badando a non fare rumore, evitando di calpestare ramoscelli che avrebbero svelato la sua presenza. Fiutava l'aria, simile a un segugio, e si manteneva sottovento per celare la sua presenza.
Trovò il cervo verso le quattro del pomeriggio, quasi all'imbrunire. Era l'animale più bello che avesse mai visto in tanti anni di caccia di frodo. Si avvicinò lentamente, arrestandosi ogni volta che l'animale mostrava segni di disagio. Probabilmente il cervo aveva avvertito la presenza di un nemico, ma la lunga consuetudine di Paolo gli permise di arrivare sino alla distanza giusta. Imbracciò il fucile e prese accuratamente la mira. Era un tiratore infallibile, e sapeva che lo avrebbe ucciso con il primo sparo. Trasse un profondo respiro, il corpo perfettamente coordinato, la mano salda e lo sguardo fisso su quella straordinaria preda.
Un fresco alito di vento calò dolcemente dalla collina che sovrastava il bosco. Il dito del cacciatore si mosse con sicurezza; fra un istante il cervo sarebbe stato suo, l'ennesimo trofeo della sua vita.
A un tratto strabuzzò gli occhi. Al posto dell'animale, ora c'era una bambina. Una cascata di boccoli dorati, gli occhi azzurri e innocenti, le mani giunte in segno di supplica.
Sbigottito, Paolo abbassò la canna del fucile. La brezza portava con sè il profumo della sera incipiente; un raggio di sole creò un quadrato luminoso proprio attorno alla fanciulla, rivelandone la tenera bellezza. Lei sembrò sorridergli, grata.
Paolo scosse la testa, incredulo e sconcertato.
Il cervo si allontanò maestosamente, e presto fu al sicuro, al riparo degli alberi.
I boschi in autunno sono splendidi.
L'incredibile suggestione dei colori dalle calde tonalità, talvolta, può compiere prodigi.
O forse, chissà, è il vento che nasconde strani segreti.
Pioveva. Il cielo si stagliava grigio sopra la città intristita. Benchè facesse freddo, Antonella non aveva rinunciato a lasciare scoperta la pancia: non era esattamente piatta, ma sapeva che agli uomini piaceva, soprattutto a suo marito. Ma forse questo valeva per il passato, si disse sorridendo amaramente. Avevano fatto l'amore anche la sera prima, ed era stata l'esatta replica di tutti i loro più recenti incontri sessuali. Non era una sciocca e sapeva distinguere la passione vera, assai differente da un atto compiuto unicamente per consuetudine, o forse per dovere. Il rumore dei tergicristalli le dava noia; spense il motore dell'auto. Mentre osservava il palazzo sull'altro lato della strada, in attesa che lei uscisse, ricostruì mentalmente gli ultimi mesi del suo matrimonio. Antonio sempre più distaccato, e distante; gli strani impegni di lavoro che lo costringevano ad uscire di casa alle ore più impensate. L'e-mail che aveva trovato nella posta. Non era stato difficile scovare la password del computer: suo marito era totalmente sprovvisto di fantasia, e le erano stati sufficienti quattro tentativi.
L'e-mail era firmata da una certa Barbara. Poche parole, tuttavia capaci di ferirla come una lama intrisa di veleno.
Una donna deve saper difendere ciò che è suo. Glielo aveva detto una volta sua madre, e Antonella riteneva che fosse un concetto profondamente giusto.
Una ragazza bionda uscì dal palazzo, però non era lei. Antonella non aveva mai visto Barbara, ma per qualche singolare istinto, era certa di poterla riconoscere. Sesto senso, si disse accendendosi una sigaretta, più per noia che per reale necessità di fumare.
La seconda e-mail poneva già delle scadenze; Antonella l'aveva giudicata petulante e pressante. Dal tono di quel messaggio si intuiva che Antonio stava tergiversando. Un classico, pensò cinicamente.
Barbara uscì dal palazzo. Antonella la esaminò freddamente, evitando ogni coinvolgimento emotivo. La giudicò bella, ma di una bellezza poco significativa; non c'era nulla di sensuale in lei: le sembrava una di quelle opere d'arte, realizzate con grande perizia tecnica, ma in cui l'emozione è assente. Era alta, slanciata, ben vestita. I lineamenti del viso regolari, i capelli castani, gli occhi forse azzurri.
"Insipida". Ecco, questo era il termine esatto per descriverla. Attese che si allontanasse, quindi scese dalla macchina. Attraversò la strada, esaminò i nomi degli inquilini del palazzo, vide il nome Barbara abbinato ad un cognome e aprì il portone con le chiavi che quella mattina, all'alba, aveva trafugato dalla tasca della giacca di Antonio. Era risalita all'indirizzo tramite il cellulare. Si fece tutti i piani, uno ad uno, esaminando ogni porta. Al quinto, trovò l'appartamento che cercava. Entrò e si dispose all'attesa.
Seduta su un divano, lo sguardo fisso sulla foto del marito che era in bella mostra accanto a un vaso di fiori, riesaminò accuratamente il suo piano. Non c'erano errori. Tornata a casa, avrebbe rimesso il portachiavi nella tasca della giacca. Quel giorno Antonio sarebbe andato a pescare; pioggia o sole, per lui era un appuntamento irrinunciabile.
Non dovette aspettare troppo. Sentì il rumore della serratura che scattava.
Si alzò, si nascose dietro la porta e afferrò il martello.
Non appena Barbara fu entrata, la colpì alla testa con forza. Trascinò il corpo in cucina, le legò polsi e caviglie, e le ficcò un fazzoletto in bocca. Completò l'opera con lo scotch. Poi aprì il rubinetto del gas.
Uscì dall'appartamento, chiuse la porta a doppia mandata e scese le scale.
Una donna deve saper difendere ciò che è suo.
Si tolse i guanti e sorrise.
Quando fu in strada, la pioggia cadeva più forte sulla città intristita.