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DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE
ANNEHECHE:
Ho realizzato il sogno della mia vita, si disse Tonino, mentre attraversava piazza San Babila.
Era una definizione assolutamente appropriata, dato che già da ragazzino sfogliava avidamente ogni genere di rivista erotica, e a volte pornografica, a condizione che mostrasse le immagini di due donne che facevano l'amore assieme.
Sua moglie Mirella era bionda, con gli occhi azzurri e il fisico di un'indossatrice; Daniela era mora e formosa. Da sempre, nel suo immaginario, rappresentavano la coppia perfetta: beninteso, sarebbe stato eccitato anche da due brune, due rosse; ogni combinazione lo avrebbe comunque inebriato.
Ma quella, indiscutibilmente, rappresentava la situazione perfetta, che gli aveva donato mille orgasmi, a partire da quando aveva quattordici anni e si chiudeva nel bagno della scuola per masturbarsi furiosamente.
Da alcuni giorni si trovavano in Sicilia per una vacanza comune, lui, le due donne e Gianni, il marito di Daniela, di cui era amico sin dai tempi del liceo. E quella sera, in un bel ristorantino che si affacciava direttamente sul mare, Tonino si era bevuto due bottiglie di Corvo di Salaparuta.
All'improvviso, trovò il coraggio che non aveva mai avuto. Nessuno era a conoscenza di quel sogno proibito e irrealizzabile, a meno di non ricorrere a qualche prostituta: ma questa era un'ipotesi che aveva sempre scartato a priori. Lanciò il sasso e attese la reazione indignata di Mirella, o quella ironica di Gianni, oppure uno sguardo gelido da parte di Daniela. Ma anche loro avevano bevuto.
Un'ora dopo, le due donne avevano fatto sesso fra loro. Gianni pareva più che altro divertito, ma Tonino si sentiva in paradiso. Con gli occhi sbarrati, le tempie pulsanti e il cuore che sembrava esplodergli nel petto, aveva assistito a una scena di indicibile passione, di erotismo sfrenato: non la finta lussuria dei servizi fotografici, bensì una situazione reale, fatta di sudore, di seni che si sfioravano, di lingue che si aggrovigliavano, di gambe che si intrecciavano. Due corpi diversi e meravigliosi che si colmavano vicendevolmente di piacere. E quando le due donne avevano dato vita a un interminabile 69, lui aveva perso ogni ritegno, estraendo il membro e pervenendo in breve tempo all'orgasmo più devastante della sua esistenza.
Due giorni dopo, uscì in barca con Gianni, senza stupirsi per il mal di testa di Mirella e per le improvvise mestruazioni di Daniela.
E il giorno dopo ancora, non trovò strano che entrambe si dichiarassero nuovamente indisposte. D'altra parte, già in passato, aveva notato che Daniela e Mirella si trovavano molto bene assieme: condividevano gusti e preferenze, l'arte, la musica, esplorare i mercatini...
Quella stessa sera Mirella gli disse con gli occhi pieni di lacrime che non aveva mai voluto bene a nessuno come a lui, ma che amava Daniela. Tornate a Milano, si sarebbero cercate una casa dove andare a vivere assieme.
Tonino non rispose. La fissò attonito per qualche istante, poi si girò e guardò fuori dei vetri della finestra. La notte era calda e incantata, il rumore della risacca giungeva nitidamente fin lì. Era un suono che lo aveva sempre affascinato.
Entrò nel palazzo e prese l'ascensore. Scese al terzo piano e cercò la targhetta che identificava lo studio dell'avvocato.
PASSAGGISEGRETI:
Entrami dolce
negli attimi infiniti
nell'ombra dei sensi
intrisi
di odori ed essenze
Sudore e carne
sferzate e labbra
Fluttuazione esclusiva
di corpo che induce
oltre il limite dell'equilibrio
Io acrobata indecente
sul filo del piacere caldo
che ingoio.
Sottraimi al candore
e rendimi immortale
Nota: molti commenti appariranno sconcertanti, ma la responsabilità è mia in quanto ho modificato sostanzialmente questo post. Mi scuso con i lettori e con PassaggiSegreti.
Era abituato a vederla in jeans a vita bassa e maglietta che lasciava scoperta la pancia. Fu quindi una piacevole sorpresa quando lei uscì di casa in minigonna, calze nere e alti stivali vagamente fetish.
CON LA COLLABORAZIONE STRAORDINARIA DEL CONTE NEBBIA
Uno scenario di morte si stendeva dinanzi agli occhi sgranati di Chiara.
Sembrava quasi che la natura stessa si fosse ritratta, quasi accartocciata, nei pressi del nero castello. Nel suo mesto cammino, strattonata dai rudi gesti di Ceinwyn che tirava con sadico piacere la corda che le legava i polsi, la ragazza vedeva gli alberi farsi sempre più spogli, aridi: giunti ai pressi della mura di cinta, una muta schiera di fusti rinsecchiti alzava rami adunchi- simili a braccia di scheletro- ad un cielo violaceo, costellato dal cupo gracchiare di corvi e avvoltoi in cerca di cadaveri…
Chiara, senza troppe cerimonie, venne condotta nelle segrete del castello: ad attenderla, in quell’antro devastato dai miasmi della putrefazione, due viscidi ominidi incappucciati che, prima di bloccarle entrambe i polsi in una sorta di gogna, le strapparono le vesti, lasciandola completamente nuda. La fanciulla attese che i due aguzzini abbandonassero la cella, per esplodere in un pianto straziante, irrefrenabile: il cuore sembrava scoppiarle in petto. E forse sarebbe stato meglio così- pensò Chiara, certa che ad attenderla vi fosse la peggiore delle morti, vista la leggendaria crudeltà della Dama in Nero.
Trascorsero ore interminabili, scandite da echi di grida agghiaccianti che sembravan provenire dai gironi più bassi dell’Inferno quand’ecco che la grata della cella si aprì, con un gran clangore di metalli, e Dark in persona si palesò, in tutta la sua oscena maestà.
La prima impressione che ebbe Chiara fu che la temibile strega librasse nel vuoto: solo dopo alcuni istanti, aguzzando gli occhi già obnubilati dalla tenebra di quella orrenda cella, si rese conto dell’innaturale altezza della Dama in Nero, enfatizzata ulteriormente dal lungo mantello di broccato che arrivava a lambire il terreno.
Mermaid, con un gesto repentino e flessuoso dell’intero corpo si avvicinò a quello di Chiara, rannicchiata a terra:
- Alzati- le disse, con un tono quasi suadente- lasciati ammirare…
Tremando, la ragazza tentò di sollevarsi; le gambe, in un paio di momenti parvero cedere, ma la parete della cella la aiutò a ritrovare una posizione eretta.
Dark si tolse un guanto e, cominciò, con esasperante lentezza, a sondare quel corpo intirizzito e provato dalle recenti esperienze. Gelidi polpastrelli percorsero il perimetro della sue labbra tremanti, si insinuarono lungo il collo, tamburellarono impertinenti nella vicinanza dello sterno e poi- orrore- presero dominio dei suoi seni…Quelle lunghe dita di cadavere, sempre con movimenti lentissimi ma decisi, si misero a torturarle i capezzoli…
- Potresti allattare i miei cuccioli- esclamò Dark con un ghigno che avrebbe condotto alla resa un intero esercito- ma ho in riserbo per te un destino migliore…All’arrivo del prossimo plenilunio si terrà la Festa del Raccolto…Tutti i feudatari del mio Regno saran miei ospiti…e tu sarai la principale portata di quel sontuoso banchetto…
Le gambe di Chiara, a quel punto cedettero e la ragazza, con un sordo tonfo, si abbandonò sulla nuda pietra…
- C’è ancora un mese…I miei servi, ogni giorno, ti massaggerano le membra con pezze imbevute di birra per bruciare i grassi che involgariscono le tue carni…Inoltre, e ti assicuro che è un onore, prima che i miei cuochi ti squartino sarò io stessa, con la più preziosa delle mie lame, a recidere quel collo delizioso…Non posso esimermi dal rinunciare ad un antipasto così succulento…Già pregusto l’inebriante consistenza del tuo sangue zampillante ed ancor caldo…
Ma, fortunatamente, Chiara non potè sentire queste ultime parole: il Fato, per un attimo pietoso, l’aveva fatta svenire.
ANNEHECHE:
Due leggiadre figure emersero dal bosco di Toradir. Riguardo alla prima, era difficile riuscire ad identificarne il sesso: i lunghi capelli biondi e il viso dai lineamenti delicati avrebbero infatti lasciato supporre che si trattasse di una femmina; ma il fisico asciutto e vigoroso ricordava piuttosto quello di un guerriero. Si chiamava Shoruel, ultimo superstite della sua razza, sterminata grazie ad un inganno da Dark. La strega aveva offerto loro la sua amicizia, invitandoli al castello nero per suggellare la pace; quivi aveva fatto servire del vino avvelenato, e soltanto Shoruel aveva fiutato la trappola, riuscendo poi a fuggire.
Ariendil, invece, era inequivocabilmente un Elfo dei boschi. Il vestito verde, l'arco provvisto di frecce sottili e acuminate, la forma caratteristiche delle orecchie, e la regalità del portamento non lasciavano adito a dubbi.
Gli Elfi vivevano lontano da quelle terre, disinteressandosi di ciò che vi accadeva: ma Ariendil era legato a Shoruel da profonda amicizia. Si erano conosciuti in tempi antichi, e più felici, e da allora si erano spesso avventurati in luoghi remoti e sconosciuti, entrambi risoluti a trovare un modo per sconfiggere Mermaid.
Quando la videro, riconobbero immediatamente Sughart.
La fata giaceva al suolo priva di vita.
DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE
ANNEHECHE:
Yassef si svegliò prima dell'alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò uno sguardo a Jasmine. Il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef percorse con gli occhi quel superbo corpo bruno; con calma, quasi lo stesse riprendendo con una fotocamera: partì dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, tuttavia estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell'anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L'aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto.
Yassef girò attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Esaminò a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire nella memoria, poi trasse un profondo respiro e lasciò la stanza.
Sì lavò con estrema cura, si vestì, e senza voltarsi indietro uscì nella strada di Tel Aviv.
Faceva già caldo; un'umanità affacendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell'autobus. Il sole era apparso, a est, e preannunciava un'altra giornata torrida; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l'umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un'altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c'era più spazio per altro.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Accolse con piacere un soffio di vento, si alzò dalla panchina e si accodò alla fila che attendeva l'arrivo dell'autobus.
Salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò in modo che l'autista non potesse vedere ciò che faceva.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Poi fece esplodere la bomba.
Sciolta la chioma intrecciata d'ebano
su corpo languido dai riflessi d'oro
il seno baciato da ghirlande di stoffa
Di umida veste gli occhi si cibano
Sorveglia, vigila, ispeziona ricordi
spruzzati di sangue e libagione
Tormenti di mente e
di corpo oppresso
da fuochi d'amore e di separazione
Il vento soffiava gelido, ma a Franco non dava fastidio perchè aveva il cuore caldo.
Era in una tasca della tuta, impacchettato con estrema cura, con i fiocchi e tutto il resto: un anellino d'oro che quella sera avrebbe dato a Giulia. Immaginava già l'espressione della ragazza, dapprima sorpresa, quindi sconcertata, infine felice. Dopo cinque anni era giunto il momento. Poi sarebbero andati al solito bar a festeggiare con gli amici. Avrebbero fissato la data; a Franco piaceva luglio, caldo e rigoglioso, tuttavia avrebbe accettato qualsiasi proposta di Giulia. In fondo, un mese valeva l'altro: maggio con le sue lunghe e dolci serate, giugno anticipatore dell'estate, settembre con la promessa dell'autunno. Avrebbe scartato soltanto agosto, a causa dell'afa eccessiva; inoltre, in quel periodo erano tutti in ferie.
Franco era un giovane intelligente, e suo padre si era mostrato dispiaciuto quando aveva interrotto gli studi. Forse lo immaginava avvocato oppure medico o magari un consulente del lavoro dalle idee progressiste. Ma benchè andasse bene a scuola, Franco trovava tediosi i libri e sconcertanti alcune materie, che giudicava avulse dalla realtà. Preferiva lavorare, rendersi indipendente e sposare Giulia. Con un sorriso ripensò ai suoi fluenti capelli neri, alla figura aggraziata, al viso sereno e sempre sorridente. Lei era impiegata in una ditta di cosmetici, non veniva pagata molto, ma era felice della sua vita.
Dal cortile Antonio gli lanciò uno sfottò. Tutti i suoi amici erano a conoscenza del prezioso anellino e si divertivano a prenderlo in giro bonariamente. Franco era simpatico e gioviale; non c'era un solo dipendente dell'impresa di costruzioni presso la quale prestava servizio che non gli fosse affezionato. Lui rispose facendo un gesto scherzoso con la mano. Poi si concentrò sul lavoro. L'impalcatura era un pò traballante e sapeva di doversi muovere con molta cautela. I sindacati avevano protestato più volte, sostenendo che quella ditta non osservava le più elementari norme di sicurezza; ma il proprietario aveva sempre ignorato quelle lamentele, sfidandoli a denunciarlo. I margini di guadagno erano già ridotti all'osso, non poteva comportarsi altrimenti, e in ogni caso svolgeva quell'attività da oltre trent'anni e non era mai successo nulla.
Franco diresse lo sguardo al cielo. Sebbene fosse una mattinata rigida, la tramontana lo aveva sgombrato dalle nubi. Appariva immacolato e azzurro, quasi come il cielo della sua Sicilia. Non gli dispiaceva vivere in Lombardia, benchè gli mancasse il mare. Ignorò un'altra battuta di Gargiulo e raggiunse l'estremità dell'impalcatura. Incominciò a lavorare con impegno e concentrazione; amava adoperare le mani, dato che, in piccolo, gli sembrava di essere un artista. Ricordava vagamente di aver letto che un tempo i muratori erano assai considerati, e che un mastro muratore occupava una posizione sociale di assoluto rilievo. Dedicò un ultimo pensiero a Giulia, sorrise con il cuore gonfio d'amore. Un istante dopo, l'impalcatura cedette e lui precipitò nel vuoto.
Si schiantò al suolo senza un grido.
Incominciò a piovere, quasi il cielo avesse compassione di lui. Una pioggia lieve, simile alla carezza di una madre.
Una pioggia che poi aumentò d'intensità. E, mentre il vento urlava la sua rabbia, diventò terribilmente amara.
Quando si svegliò, nevicava. Laura scese dal letto e si diresse verso la finestra. Abitava in una casetta isolata, a ridosso di un bosco, e la stradina sterrata che collegava la sua abitazione alla provinciale probabilmente era diventata impraticabile. Scostò la tendina e sbirciò fuori: il manto soffice e bianco che apparve alla sua vista le suscitò un senso di pace. Decise che quel giorno non sarebbe andata a
lavorare; poteva permetterselo dato che era la titolare dell'agenzia immobiliare che aveva aperto anni prima con Stefano.
Andò in cucina per farsi un caffè e lo vide. Stefano era seduto all'estremità del tavolo, aveva già preparato il caffè che adesso sorseggiava con calma. "Siediti, amore.", le disse sorridendole dolcemente. Come un'automa, Laura obbedì. Ignorò la tazzina fumante e lo guardò sbigottita per alcuni secondi. Non osava parlare. Fu lui a interrompere il silenzio. "Sono tornato.", disse, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. In realtà, era morto da dieci anni. Laura scosse il capo, quasi a voler negare l'evidenza. Eppure Stefano era proprio lì, davanti a lei, e non sembrava assolutamente un fantasma. Occupava la "sua" sedia, la stessa che aveva sempre usato da quando si erano sposati, in quella che per Laura ormai era un'altra vita.
"Succede, sai.", disse lui con la caratteristica voce bassa, profonda, che le aveva sempre dato una sensazione di sicurezza. Prima di quell'incidente stradale (era stato investito da un pick-up guidato da un ubriaco), Stefano l'aveva sempre protetta. Si erano conosciuti alle Medie, e da allora erano rimasti insieme per vent'anni.
"Cosa succede?", si costrinse a rispondere. Si sentiva strana: avrebbe dovuto essere sconcertata, forse spaventata. Era possibile che fosse impazzita. Invece, sapeva che quell'uomo buono e generoso che sedeva di fronte a lei, intento a finire di bere il suo caffè, era reale, e vivo!
"Vedi, Laura: tu per dieci lunghi anni sei venuta a trovarmi al cimitero, hai accudito la mia tomba riservandomi sempre fiori nuovi e freschi. Non sei mai uscita con uomo. Hai sofferto moltissimo, tuttavia con grandissima dignità." Le spiegò che di questo avevano tenuto conto e, sebbene raramente operassero scelte simili, avevano infine deciso di rimandarlo sulla Terra. "Sino alla fine.", aggiunse accendendo una Camel e aspirando una boccata di fumo con evidente piacere. "Che buona!", esclamò ridendo. "Ne avevo scordato il sapore." Poi si alzò, fece il giro del tavolo e le prese una mano. La sua era calda e asciutta. Laura sentiva le lacrime scorrerle sulle guance. Avrebbe voluto dirgli tante cose, raccontargli delle notti insonni, del lavoro in cui si era gettata anima e corpo per sopravvivere, delle mille avanche che aveva respinto. E poi spiegargli che alla fine il dolore sordo e insostenibile si era trasformato in una malinconia diffusa, simile alla nebbia dell'autunno. Parlargli del ragazzino down che seguiva. Ma le parole non le uscivano di bocca. Preferiva guardarlo, mirare quel viso che, a distanza di dieci anni, ricordava in ogni minimo particolare; assaporare la stretta della sua mano; vivere quegli istanti di indicibile felicità.
Stefano delicatamente la aiutò ad alzarsi. "Vieni.", disse. "Andiamo nel bosco. Ricordi? Entrambi amiamo la neve." Lei lo seguì verso la porta che dalla cucina dava direttamente sul piccolo giardino. C'era una staccionata, e ,oltre, l'incanto degli antichi alberi secolari. All'improvviso, ebbe un mancamento. L'ultima immagine, prima di perdere i sensi, fu quella di lui che la sosteneva per non farla cadere. E l'ultimo ricordo, quello del suo profumo.
Quando si svegliò, non nevicava più. Sarebbe andata a lavorare. E quel giorno si sarebbe sentita meno sola.
Ma d'ora in poi cancellerò tutti i commenti con foto troppo grandi.
"Quel libro non ti appartiene! Dammelo!" La fata pronunciò quelle parole con una voce più gelida del ghiaccio. Ceinwyn cadde in ginocchio, tendendo il prezioso tomo verso di lei. "Farò tutto quello che vuoi.", disse. "Ma ti prego, non farmi del male!"
Chiara sorrise. Era stato ancora più facile del previsto. Sughart si avvicinò a Ceinwyn e allungò una mano per prendere il libro.
Sughart prese il libro, soppesandolo fra le mani.
Era un tomo voluminoso e pesante, con le pagine ormai ingiallite dal tempo. La fata lo sfogliò, soffermandosi a esaminare un disegno che riproduceva il cielo stellato. Era stato realizzato con grande perizia, certamente da un antico Maestro. Sotto al disegno, alcune parole sembravano comporre una formula magica: tuttavia era di difficile comprensione. Sughart decise che si sarebbe dedicata a quel compito più tardi. Prima, voleva interrogare la servitrice di Dark.
Chiara si stava chiedendo se in quel testo avrebbero trovato finalmente la chiave per affrontare e sconfiggere la Strega, quando all'improvviso provò una sensazione di freddo. Distolse lo sguardo da Sughart per osservare Ceinwyn. Notò un particolare che la allarmò. Dagli occhi della creatura del male era scomparsa l'aria supplice, sostituita da una strana luce di trionfo. Sconcertata, la ragazza si girò in direzione della dama bionda. Desiderava metterla in guardia, anche se non sapeva esattamente da cosa. Ma prima che potesse parlare, un fumo denso e nero si levò dal libro, salendo sinuoso come un serpente e avvolgendo la fata nelle sue spire. Sughart lasciò cadere il libro a terra. "Chiara, non ci vedo più! Stai attenta!" Aveva il volto sconvolto dal dolore, come se quel fumo fosse velenoso e la stesse straziando. Si portò le mani agli occhi, sfregandoli invano. "Chiara, sono diventata cieca!" La voce di Sughart era velata dalla sofferenza. Con calma, Ceinwyn si alzò. Aprì il mantello nero e impugnò un coltello dalla lama sottile. Si avvicinò alla dama con un sorriso malvagio disegnato sulle labbra. Si muoveva con la grazia di una pantera. "Stolta! Come hai potuto pensare di sfidare la grande Mermaid?" Poi affondò la lama nella carne di Sughart. Il coltello penetrò fino al cuore. Mentre la fata barcollando cercava di allontanarsi, Ceinwyn rigirò l'arma sino a quando non la vide scivolare al suolo priva di vita. Raccolse il libro e lanciò uno sguardo sprezzante a Chiara. La ragazza aveva assistito sgomenta alla terribile scena. "L'ultima nemica di Mermaid è morta.", sibilò Ceinwyn. "Adesso il mondo ci appartiene definitivamente. Tu, ora, mi seguirai. La mia padrona ama il sangue fresco delle fanciulle."
Con gli occhi colmi di lacrime, Chiara le obbedì incamminandosi dietro a lei. Come poteva opporsi alla sua volontà, quando nemmeno la fata era riuscita a fermarla? Si era affezionata alla dama e la sua scomparsa la addolorava profondamente. Inoltre, adesso era sola e aveva paura. La creatura della notte disponeva di terribili poteri: quale magia aveva fatto scaturire quel fumo dal libro? Che perfido artifizio aveva reso cieca la fata? E Mermaid avrebbe bevuto il suo sangue? Non sapeva rispondere a uno solo di questi interrogativi. Con l'animo colmo di angoscia si avviò lungo l'antica strada, allontanandosi dal bosco di Toradir, diretta verso il castello nero di Dark la Strega.
Si era alzato il vento. Proveniva da nord ed era freddo e tagliente.
http://www.rifleman.altervista.org/friendtest/test.php?usr=ssilvia
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro. "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" è il prequel di "Ritorno a Lesbo".
Stavo sbagliando tutto e lo sapevo. Quando ero stata lasciata da Maddalena avevo sofferto molto, tuttavia conservando il mio orgoglio. Non l'avevo mai cercata. Mi ero limitata a scriverle una lettera che poi non avevo spedito: era rimasta per un pò in un cassetto e alla fine l'avevo stracciata. Con Silvia era diverso. Non riuscivo ad accettare l'idea di perderla; e il fatto che continuassimo a frequentarci, benchè da semplici amiche, la sua vicinanza, i discorsi che comunque ci accomunavano, il profumo che la contraddistingueva, acuivano il mio disperato bisogno di amarla e di esserne amata.
Credo di possedere buone doti psicologiche, e avevo intuito che la nostra non era una rottura definitiva. Semplicemente lei aveva deciso di farmela pagare. Forse quella sera avevo effettivamente esagerato e adesso Silvia mi stava presentando il conto. Avrei dovuto agire di conseguenza, comportandomi da abile giocatrice di scacchi: ma non ci riuscivo. Sebbene fossi perfettamente conscia di agire nel modo più stupido possibile, continuavo a telefonarle, a mandarle sms, a comprarle regali. Lei reagiva venendo a casa mia quando voleva, senza una regola fissa. Spesso mi trattava con freddezza, sempre rifiutava i miei baci o le mie carezze. Si sedeva davanti al pc e leggeva e rileggeva quello che avevo scritto. "Una Storia" procedeva bene; lavoravo con impegno a quel progetto sfornando almeno mille parole al giorno. Silvia mi elogiava, riservandomi poche critiche assolutamente marginali. Dopo aver letto e riletto, accendeva la televisione. Sdraiata sul divano, mi chiedeva di portarle da bere o di prepararle un panino. Io obbedivo, sentendomi una perfetta cretina. A volte mi chiedevo come era possibile che una ragazza così giovane fosse riuscita a stregarmi in quella maniera, e da dove prendesse la gelida sicurezza che sapeva manifestare in ogni momento. Mi biasimavo aspramente, meditando di troncare un rapporto che mi rendeva infelice; decidevo di non chiamarla più e di sbarrarle l'uscio del mio appartamento. Ma bastava che non la vedessi per un giorno per far naufragare tutti i miei propositi. Ero innamorata di Silvia, e sapevo che, prima di allora, non avevo mai amato tanto intensamente una persona. Di lei mi piaceva tutto: la bellezza, l'intelligenza, l'ironia che in certi casi si trasformava in feroce sarcasmo, la personalità, l'odore. Era impensabile rinunciare alla sua presenza.
Quell'anno nevicò prima del tempo. Forse fu la neve a infondermi il coraggio necessario. Decisi che avrei chiuso per sempre con lei: non potevo più accettare lo stillicidio di emozioni che quotidianamente mi colmava di ansia e di angoscia. Meglio la solitudine. Prima o poi l'avrei dimenticata; in fondo, altre donne erano scivolate nella mia vita per poi trasferirsi altrove e il loro ricordo ormai era lieve proprio come un fiocco di neve. Un raggio di sole è sufficiente per scioglierlo, e alla fine la luce del passato si affievolisce sino a trasformarsi in un'eco sbiadita e distante. Mi sarei concentrata sul mio nuovo romanzo, avrei frequentato nuovamente la palestra oppure sarei andata a nuotare in piscina. Avrei letto qualche buon libro e ascoltato musica.
Silvia entrò in casa fradicia come un pulcino.
Non mi diede il tempo di parlare.
Mi abbracciò e mi condusse in camera da letto.
Più tardi, nel cuore della notte, disse che mi amava.
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro. "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" è il prequel di "Ritorno a Lesbo".