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DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE
ANNEHECHE:
"Ti ho tradita.", disse Paolo accendendosi una sigaretta.
Da sempre avevano improntato il loro matrimonio sulla reciproca sincerità, si erano ripromessi di dirsi tutto: anche l'eventualità di un tradimento, sebbene nessuno dei due lo ritenesse possibile. Era stata una scelta condivisa da entrambi, basata sulla lealtà che sempre li avrebbe accomunati; tuttavia, ascoltando quelle tre parole, Enrica provò un lieve capogiro, immediatamente seguito da un senso di angoscia. Si diresse verso la finestra, mentre mille interrogativi si affacciavano alla sua mente. Paolo aveva un'amante? Si era innamorato di lei? Adesso l'avrebbe lasciata? Oppure si sarebbe barcamenato come molti altri uomini, promettendo all'una che era solo questione di tempo e poi avrebbe chiesto il divorzio; e all'altra che si trattava di una storia passeggera, destinata a finire con la stessa velocità con cui una candela si spegne per mancanza di ossigeno? L'ossigeno, in questo caso, era rappresentato dall'amore, che lui avrebbe sostenuto di non provare per quella ragazza. Enrica sarebbe stata pronta a scommettere che si trattava di una ventenne. Non sapeva quale di queste alternative l'avrebbe fatta soffrire di meno. Poi si augurò che Paolo non scegliesse la strada peggiore: l'ultima, quella dell'inganno. Mentre guardava fuori dei vetri, si chiese se dipendeva dal fatto che aveva trentacinque anni. Tutti le dicevano che era una bellissima donna; ma certamente non conservava più la prorompente fisicità della sua giovinezza. Paolo aveva quarant'anni, comunque per gli uomini era diverso. Inoltre, esisteva un altro tipo di domanda: come avrebbe reagito lei? Non tanto a livello mentale, ma dentro, nei luoghi profondi del cuore dove i sentimenti vivono una vita propria, che non può essere condizionata dalla ragione.
Quel silenzio che le sembrava innaturale era insopportabile; avrebbe preferito sapere tutto, e subito. Non tollerava l'incertezza. Si voltò, riservandogli uno sguardo stanco. Una sola parola. "Perchè?" Dalla risposta sarebbe dipeso il loro futuro, ne era certa, benchè non avrebbe saputo scegliere la risposta perfetta. Probabilmente perchè non esisteva.
"L'ho conosciuta al bar. Era molto attraente."
Enrica prese a camminare per il soggiorno. All'improvviso l'odore del fumo le diede fastidio. Lo pregò di spegnere la sigaretta. Lui obbedì prontamente. Lei tornò alla finestra. Era una grigia giornata d'autunno, pioveva e il parco che si stendeva davanti alla loro casa era deserto. Solo un bastardino zuppo d'acqua cercava inutilmente un rifugio sotto agli alberi ormai fradici. Nuovamente si girò verso Paolo, seduto immobile sul divano. Era vecchio quel divano, e da tempo avrebbero dovuto cambiarlo. Enrica si stupì di quel pensiero, così incongruo in quel momento. O, forse, aveva una sua logica. Paolo avrebbe cambiato la moglie, invece del divano.
"Come si chiama?", gli domandò. "Il nome non ha importanza.", rispose lui con uno strano sorriso che lei in quella situazione trovò assurdo. "Voglio saperlo.", insistette. Paolo si alzò in piedi, avvicinandosi. "Lascia che prima te la descriva.", proferì a bassa voce. A Enrica non interessava sapere se era bionda o mora, magra o formosa. Altre erano le cose che voleva conoscere; tuttavia lo ascoltò. Lui parlava piano con un tono calmo e controllato. Lo stupido sorriso si era allargato. Enrica si chiese se non fosse diventato demente. "E' alta.", disse. "Bruna. Occhi grigi stupendi. Lunghe gambe slanciate. E poi...e poi ha un seno perfetto."
Cercò di abbracciarla, ma lei lo respinse. Poi notò una luce divertita nel suo sguardo. Si accorse che era piena di brividi. "E il nome?", sussurrò mentre il suo viso si distendeva in un sorriso, inizialmente incerto ma che rapidamente si fece sempre più convinto.
Paolo la baciò e lei ricambiò il bacio. La condusse in camera da letto. Si spogliarono febbrilmente. Fecero all'amore con un'intensità, una passione e una dolcezza infinite. Mentre lei godeva, lui disse: "Si chiamava Enrica! Ma quello era solo un sogno."
Intingere lo spirito
nel profumo dell'aria
Modellare le tue dita
nel tocco di un cherubino amaranto
Sciogliere le incertezze tra un bacio sfumato ed
una carezza zuccherina
E poi sussurrare un'ouverture afrodisiaca al silenzio
Quella sera Silvia tornò a casa ripensando al momento in cui Alessandra le aveva detto "ti amo!". Se fosse stata un uomo non le avrebbe creduto, perchè quelle parole le erano uscite di bocca mentre stava godendo. Invece sapeva che la scrittrice era sincera: aveva capito che era pazza di lei già da tempo, forse da quella notte in ospedale quando, malgrado fosse sofferente e piena di antidolorifici, non aveva mai smesso di cercarla con gli occhi. Le era quasi sembrato che per qualche oscuro motivo Alessandra avesse paura di perderla.
Quando entrò nel modesto appartamento in cui viveva ignorò le consuete lamentele di suo padre e si chiuse in camera da letto. Tuttavia non si coricò. Prese posto davanti al computer, guardò per alcuni istanti lo schermo nero con aria assorta, infine lo accese. Aprì un nuovo documento e incominciò a digitare sui tasti. Il romanzo di Silvia! Cambiò nome ai protagonisti: il Daniele di Alessandra divenne Massimo, sua moglie Lucia si trasformò in Michela; ma, a parte questo, la storia che scriveva era la stessa. A tratti si fermava e, piena di frustrazione, cancellava una frase. Aveva una memoria eccezionale, ma non intendeva copiare parola per parola il nuovo libro della scrittrice. Voleva usare il "suo" linguaggio, il "suo" stile, solo che in certi punti le appariva rozzo e inadeguato. In quei casi, colma di rabbia, si avvaleva di intere frasi di Ale. Naturalmente si riprometteva di cambiarle: più avanti, quando finalmente l'ispirazione sarebbe venuta a bussare alla sua porta.
Con calma tornò a riva. Le sue lunghe gambe battevano un crawl regolare e perfetto.
Un mattino mi svegliai provando una meravigliosa sensazione di sollievo. Il dolore alla schiena era quasi scomparso. Telefonai in ufficio, annunciando il mio ritorno, e ripresi a lavorare. Inviai un sms a Silvia, dandole appuntamento per quella sera. Mi trovò intenta a scrivere e stranamente non mi parve contenta. Ma forse era solo una mia impressione. In ogni caso, volle leggere la mia produzione di quel giorno. Io ero emozionata come una bambina. Le dissi che, se voleva, potevamo finalmente fare l'amore; la pregai solo di essere delicata. Lei rise. "Ti vulissi purtari comu na rosa." Mi prese per mano, guidandomi verso il letto. Quello che poi accadde superò ogni mia aspettativa: Silvia mi amò teneramente, con una passione e una dolcezza che potevano solo dipendere dall'amore. Mi baciò i piedi, giocò con gli alluci, mi leccò le cosce, entrò con la lingua nella vagina, quella stupenda lingua che nessuna donna da me conosciuta in precedenza aveva saputo usare in quel modo divino. Mentre godevo, le sussurrai che l'amavo. Era la seconda volta che glielo dicevo, ma anche in questa occasione non mi rispose. Si stese supina e io mi misi sopra di lei; iniziai a muovermi lentamente, accogliendo a poco a poco il fallo, finchè non lo ebbi tutto dentro. Aumentai il ritmo, rovesciando la testa all'indietro, mentre venivo travolta da un mare di sensazioni talmente intense da farmi temere che mi sarebbe scoppiato il cuore. Al primo orgasmo, ne seguì immediatamente un secondo. Madida di sudore e scossa dai brividi le gridai ancora che l'amavo, che era la donna della mia vita. La supplicai di non lasciarmi mai.
Silvia finalmente rispose. Disse che si era innamorata di me sin dal primo momento, quando mi aveva vista entrare nell'aula dell'università.
Fuori, nella notte, bianchi fiocchi di neve danzavano quasi irreali, sospinti dal vento delle fate.
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro.
Silvia aveva imparato a nuotare da bambina e, dato che considerava l'acqua il suo elemento naturale, era diventata una nuotatrice provetta. D'inverno frequentava regolarmente una piscina, mentre in estate, appena poteva, si recava al mare. Si spinse al largo, assaporando ogni singola bracciata. Nuotava in modo fluido, ed essendo vigorosa possedeva una notevole resistenza. Avrebbe potuto continuare per ore; in piscina non si fermava mai prima delle cento vasche. Quando fu lontana dalla costa, si mise a dorso godendo della carezza del sole. Si era levata un pò di brezza; sopra di lei il cielo era tanto bello da far male al cuore.
Ricordava molto bene la prima volta in cui Alessandra le aveva detto di amarla. Era stato una sera di pioggia battente. Il vento sibilava fuori dei vetri della finestra e faceva freddo, ma la casa di Ale era ben riscaldata. Erano trascorse due settimane dalla notte del loro "scontro". In quei giorni Silvia si era presa cura di lei. Passato il primo momento di spavento, le lastre avevano rivelato che la scrittrice si era rotta una costola. Il mattino dopo Alessandra aveva firmato ed era tornata a casa: tuttavia non era in grado di guidare e di andare a lavorare; il dolore alla schiena le impediva persino di scrivere. Benchè Silvia non si sentisse particolarmente in colpa, le era stata grata perchè non le aveva mai rinfacciato l'accaduto; d'altra parte, si era trattato di un incidente: non aveva calcolato bene la sua forza, ma l'idea di farle del male era lungi da lei. Quando usciva dall'università andava a casa sua e le preparava da mangiare. Poi si offrì di scrivere sotto dettatura. Era molto veloce, e dopo qualche impaccio iniziale la cosa funzionò perfettamente.
Alla sera rincasava per cenare con i genitori, quindi usciva e tornava da Alessandra. Non potevano fare all'amore, ma questo non le impediva di vezzeggiarla dolcemente. La coccolava e la accudiva.
Un giorno Alessandra le confidò che desiderava scrivere un romanzo "serio". Come sempre, aveva solo una vaga idea della trama. Tutto nasceva dall'immagine iniziale: un uomo che camminava nella notte, avvolto in pensieri cupi. Piovviginava e la nebbia aleggiava sulla città. Chi era quell'uomo? Come si svolgeva la sua vita? Perchè non era felice? Da questi spunti, Alessandra pensava di poter ricavare una storia di 500 pagine, e di realizzare il libro che l'avrebbe fatta conoscere come narratrice non solo erotica. Non voleva parlare di sesso, bensì di moti dell'anima. Sarebbe stato un vero romanzo, palpitante di vita. Silvia fu entusiasta dell'idea. Si sedette davanti al pc e incominciò a battere sui tasti, seguendo il rapido flusso dei pensieri della scrittrice. Mentre scriveva provava sentimenti contrastanti. Da un lato ammirava sinceramente quella prosa ai suoi occhi tanto scorrevole, da quell'altro si diceva che non sarebbe mai riuscita ad esprimere con la stessa efficacia le emozioni che quelle parole suscitavano. Provava un senso di inadeguatezza, forse d'invidia. Comunque tacitò quei pensieri e si concentrò sul suo compito.
Quando Alessandra fu stanca, Silvia la fece sedere sulle sue ginocchia, si inumidì un dito e si occupò a lungo del suo clitoride. Mentre la scrittrice gemeva, non si rese conto che la sua giovane amante stava ripercorrendo con estrema precisione una pagina di "Lesbo è un'isola del Mar Egeo"...
Vi ricordo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" (Borelli Editore, collana Pizzo Nero) è reperibile nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Altrimenti potete cercarlo sul portale IBS oppure, se non avete una carta di credito, direttamente da Borelli Editore, che accetta pagamenti in contanti. Il libro costa 12 euro.
Nota dell'autrice: gli spudorati elogi che mi sono rivolta in questo post sono solo finalizzati alla narrazione.
Il giorno dopo era sabato, e trascorsi il pomeriggio leggendo la produzione letteraria di Silvia. Ci saremmo viste quella sera per una pizza, sapevo quanto teneva al mio giudizio, perciò mi dedicai a quel compito con estrema attenzione. Era dotata di molto talento: a volte incappava in qualche ripetizione di troppo, ma si trattava di un peccato assolutamente veniale e facilmente correggibile. E poi chi può dirsi del tutto esente da questo piccolo difetto? Nemmeno Dostoevskij. La prosa, però, era nitida e vigorosa, con immagini che rimanevano scolpite nella mente; i pensieri erano profondi; le poesie ricche di ispirato lirismo. Forse, doveva ancora maturare un pò: ma la stoffa c'era, e di un tessuto sicuramente pregiato. Mi colpì in particolare un racconto ambientato in Sicilia, una sorta di rivisitazione de "Il Vecchio e il Mare". Quando terminai di leggerlo, avevo le lacrime agli occhi. Io non sarei mai stata in grado di scrivere una storia così bella.
Alle sette riposi i fogli e andai a fare la doccia. Mi vestii bene, scegliendo con cura i capi da indossare, mi truccai cercando di mettere in risalto gli occhi, e calzai scarpe con i tacchi; quindi uscii di casa diretta all'appuntamento. Mentre guidavo, canticchiavo allegramente. Avevo il morale a mille. Silvia mi stava aspettando davanti alla pizzeria. Era bella e ansiosa. Ciascuno di noi ha delle debolezze, e compresi immediatamente qual era la sua: per quanto fosse forte e sicura di sè, temeva un eventuale parere negativo su quanto aveva scritto. La rassicurai subito, e poi fui costretta a ripetere gli stessi concetti per tutta la durata della cena. Lei pendeva dalle mie labbra, era felice ed eccitata. Quando mi interrompevo per portare alla bocca la mia povera pizza ormai fredda, mi chiedeva per l'ennesima volta se davvero quel racconto mi era tanto piaciuto oppure se la poesia che parlava di suo padre era davvero bella. Rassegnata, le confermavo che sì, era brava, veramente brava, migliore di me.
"Potremmo scrivere qualcosa insieme.", mi disse al momento del dolce.
"Forse.", risposi dubbiosa. In realtà, avevamo stili molto diversi, e non sapevo se saremmo riuscite ad amalgamarli. Tuttavia si poteva tentare.
Le lasciai pagare il conto e la condussi a casa mia. Dopo la notte precedente, pregustavo un'altra meravigliosa avventura sessuale; quella mattina avevo cambiato le lenzuola, che ora, fresche e profumate, attendevano lo stupendo corpo della mia nuova amica. Silvia si tolse le scarpe e si adagiò sul divano, io mi accovacciai per terra. Chiacchierammo ancora per qualche minuto, poi andammo in camera. Avevo messo nel lettore un cd di Avril Lavigne. La baciai sulla bocca, ma Silvia era euforica ed esuberante, probabilmente per aver passato a pieni voti "l'esame" di scrittura. "Giochiamo alla lotta!", disse. Non ne avevo molta voglia, ma quando mi provocò sostenendo che mi avrebbe messa sotto in meno di tre minuti, il mio spirito competitivo mi spinse ad accettare la sfida. Incominciammo a lottare scherzosamente. Mi resi subito conto che Silvia era molto forte e, dato che detesto perdere, trasformai quello che doveva essere un gioco in una lotta vera. Volevo vincere. Lei mi schienò, ma riuscii a liberarmi e ad allontanarmi a quattro zampe. Non mi diede tregua e mi fu di nuovo sopra. Ancora una volta, in qualche modo, sgusciai dalla sua presa. Eravamo ambedue sudate e scarmigliate; Silvia aveva una luce selvaggia nello sguardo, in fondo era ancora una ragazza e sicuramente si stava divertendo. Avevo bisogno di prendere fiato, rotolai dalla parte opposta del letto e in quel momento le sue gambe scattarono. Mi prese a forbice, stringendomi con tutta la forza che aveva. Era una morsa micidiale. Aprii la bocca per dire che mi arrendevo, ma lei aumentò la stretta e io provai un dolore insostenibile. Non riuscivo neppure a parlare. Silvia strinse ancora di più. Con la forza della disperazione biascicai: "Cedo!"Mi lasciò libera, tuttavia non ero in grado di muovermi. Era come se lei continuasse a stringermi, mentre invece, in ginocchio davanti a me, mi stava guardando con aria preoccupata.
"Silvia, non riesco a muovermi." La mia voce sembrava un rantolo.
Lei mi fissò terrorizzata. Per un istante parve incapace di reagire, poi ancora una volta dimostrò di essere una ragazza sveglia e determinata. Corse al telefono.
Rimase tutta la notte con me all'ospedale.
La lettura di questo capitolo è vietata ai minori di 18 anni.
Ci trovammo in un ristorantino dalle parti di piazzale Lagosta. Io non avevo fatto in tempo a passare da casa ed ero vestita come quella mattina; i capelli ancora raccolti a coda di cavallo. Silvia, invece, si era cambiata: in minigonna, calze nere e scarpe con i tacchi dimostrava almeno cinque anni di più, ma soprattutto era un autentico schianto. Camminando fianco a fianco, sembravo la sua sorellina minore, dato che, complici anche i tacchi, mi sovrastava di almeno dieci centimetri. Mi rendevo conto di sfigurare accanto a lei. Forse avrei dovuto telefonarle, spostando l'appuntamento di un'ora; ma non mi era proprio venuto in mente che si sarebbe potuta presentare vestita in quel modo. Non avevamo in programma di andare in discoteca, e per quel che ne sapevo le ragazze di vent'anni abbandonavano jeans e calzature sportive solo quando andavano a ballare. Comunque, feci spallucce e la guidai all'interno del locale. Mentre prendevamo posto a un tavolino d'angolo, notai che aveva con sè un voluminoso plico di fogli. Più tardi avrei scoperto che si trattava di tutta la sua produzione letteraria, che naturalmente, secondo i suoi piani, io avrei dovuto esaminare.
Silvia non aveva nulla in comune con Viviana e Maddalena, aggiungerei che non assomigliava a nessuna delle mie ex, e anche il suo segno zodiacale, Gemelli, per me era del tutto inedito. Durante la cena si dimostrò simpatica e seduttiva. Non mi tempestò di domande, come invece avevo temuto, ma spaziò attraverso vari argomenti di conversazione, anche se il mondo dei libri occupò in ogni caso una posizione centrale. Come me, apprezzava Isabella Santacroce. Amava Baricco, e prediligeva la letteratura sudamericana. Andava pazza per Avril Lavigne, Carmen Consoli e Vasco Rossi. Il suo attore preferito era Johnny Depp.
Quando arrivammo al dolce, si autoinvitò a casa mia. Fu esplicita. Le piacevo, aveva capito che ero attratta da lei, e voleva fare sesso con me. Trovava la cosa assolutamente naturale. Disse che detestava gli inutili giri di parole, le velate ipocrisie, gli inviti a vedere fantomatiche collezioni di farfalle. Ridendo, mi parlò in siciliano: "Ti ficcu e ti fazzu muariri!" Evitai di farmi tradurre la frase...
Anch'io desideravo fare all'amore con lei. Nei ritagli di tempo non dedicati al lavoro di quella giornata non avevo pensato ad altro. Le feci un'unica domanda. Silvia fu sincera. Non era mai stata a letto con una donna, tuttavia voleva me. E avrebbe fatto di tutto per avermi. In realtà, non ce n'era bisogno. Pagai io il conto con la carta di credito, promettendole che la prossima volta sarebbe toccato a lei, perciò dando per scontato che ci saremmo riviste, come poi effettivamente accadde. Uscimmo dal ristorante, salimmo sulla mia Golf e mi diressi verso casa, provando un magico senso di aspettativa.
Non ho parlato di magia a sproposito, perchè quello che accadde quella notte fu un viaggio nel mondo dell'amore, dei sogni più segreti e irraggiungibili. Silvia era bellissima. E' facile essere avvenenti a vent'anni, ma lei aveva qualcosa in più: non solo un corpo perfetto e un viso magnifico, ma anche una capacità di seduzione che non avevo mai riscontrato in un'altra donna prima di allora. Non si limitò a possedermi fisicamente, penetrò nella mia anima colmandola di una passione indicibile. Probabilmente aveva grandi capacità intuitive, dato che comprese istintivamente che amavo essere "la donna". Quando aprii un cassetto e le mostrai il dildo, se ne impadronì con naturalezza, e poi si comportò come se fino a quel giorno non avesse fatto altro. Fu lei a spogliarmi e ad adagiarmi sul letto; mentre la guardavo incantata, si svestì lentamente, conferendo a ogni singolo movimento un significato di profondo erotismo. Quindi, fu su di me. Percorse tutto il mio corpo con la lingua, soffermandosi più a lungo sui punti maggiormente erogeni. Li individuava con abilità diabolica, così come comprendeva immediatamente il modo in cui volevo essere baciata, leccata, assaporata. Mi strinse un capezzolo sino a farmi gemere di dolore; dato che era un'attenta lettrice, aveva capito anche quello. Mi infilò un dito nell'ano con l'arroganza della padrona, intanto lambiva il seno, ora con delicatezza. In quei momenti non ero in grado di pensare, ma il giorno dopo mi chiesi com'era possibile che una ragazza avesse una personalità così spiccata...nell'aula di un'università e nel letto di una donna di trentun'anni. Ma non aveva ancora finito di stupirmi. Mi prese per le caviglie, si insinuò fra le mie cosce e incomiciò a leccarmi divinamente. Era talmente abile che iniziai a contorcermi sul letto; il suo movimento circolare, che poi si trasformava in verticale, mi trasmetteva vampate di piacere di intensità quasi intollerabile. Tuttavia non intendeva farmi venire: a tratti si arrestava, per ricominciare qualche istante dopo. Era una tortura deliziosa, ma anche insostenibile. La supplicai di farmi godere. Allora cambiò posizione e mi penetrò. All'inizio si mosse in maniera lenta e dolce, quindi diventò sempre più forte e pressante; arrivò sino in fondo quasi con violenza, soffocò i miei gemiti cercando la mia bocca e catturandomi la lingua. Alla fine l'orgasmo mi raggiunse in modo tanto devastante che urlai.
Più tardi, mentre eravamo teneramente abbracciate nella notte autunnale, incominciai a piangere.
Dopo tanto dolore, dopo infiniti tradimenti e delusioni, forse avevo trovato la felicità.
Inizialmente provai un moto di irritazione. La trovavo aggressiva e prevenuta. Il fatto che fosse bella non la giustificava, e il fluido italiano con cui si esprimeva me la rendeva ancora più antipatica. Cambiai opinione, quando formulò la sua domanda. Mi resi conto che aveva scelto appositamente un certo tipo di percorso retorico: tutto il male prima, per poi approdare a una conclusione positiva. Generalmente, io uso il metodo opposto, ma in ogni caso il suo quesito era intelligente e perfettamente calzante. Risposi, sforzandomi di essere chiara ed esaustiva. Lei mi parve soddisfatta. Comunque sia, non replicò. Ci fu qualche altra domanda, e finalmente potei lasciare l'aula. Prima di uscire dall'università mi fermai a un distributore di bevande e presi un caffè. Mentre lo sorseggiavo, preparandomi mentalmente a un appuntamento di lavoro che avevo quel pomeriggio (io vendo cravatte, oltre che scrivere), fui raggiunta dalla ragazza bella e aggressiva. Mi sorrise e prese a sua volta un caffè. Vista da vicino, era un autentico spettacolo: alta, mora, con un corpo da favola. Inoltre, aveva un profumo incantevole che mi inebriava. Con sgomento mi accorsi che mi tremavano le gambe. Non mi era più successo da quando mi ero lasciata con Viviana, il secondo grande amore della mia vita. Una donna che però mi aveva deluso profondamente, tradendomi con la mia peggior nemica. Ma di questa storia non voglio parlare, nello stesso modo in cui non intendo ricordare Maddalena, che è stato il mio primo amore. "Mi chiamo Silvia", disse la bella ragazza aggressiva. Le strinsi la mano, evitando di dire il mio nome. Lei sapeva già che mi chiamavo Alessandra Bianchi , che avevo pubblicato un libro intitolato "Lesbo è un'isola del Mar Egeo", che curavo un blog su Splinder e che lavoravo anche nel campo della moda. Scambiammo quattro chiacchiere, poi Silvia mi domandò a bruciapelo se poteva invitarmi a cena. La guardai negli occhi. Lei sostenne il mio sguardo. Mi sarebbe piaciuto moltissimo accettare l'invito, era una persona intelligente e colta e non dubitavo che avremmo passato una splendida serata; inoltre, pur di far sesso con lei sarei andata sulla luna. Aveva un fascino incredibile. Tuttavia, malgrado fosse indubbiamente matura e sicura di sè, ci dividevano undici anni. Certo, era più che maggiorenne, ma la differenza di età mi sembrava troppo grande. E comunque aveva parlato di cena...non di dopocena. Avrei scommesso qualsiasi cifra che era eterosessuale al cento per cento, e che il suo invito nasceva soltanto dal desiderio di confrontarsi con una scrittrice, senza alcun doppio fine. Ma non avevo intenzione di trascorrere una serata desiderandola invano. "Ti prego, fammi questo regalo!" Era passata disinvoltamente al "tu", ma non ci feci caso. Altro occupava la mia mente. Ero combattuta. Se non avessi accettato, avrei sicuramente rimpianto quella decisione; ma se fossi uscita con lei, avrei rischiato una delusione quasi certa.
All'improvviso scoppiai a ridere. Parlare, Alessandra, parlare: questo è quello che vuole. Sei talmente assatanata da non poter affrontare una cena che non preveda un seguito? D'accordo che sei in astinenza da un anno, però...
Silvia rise con me, non saprò mai il perchè. Forse fu la sua risata lievemente roca a farmi prendere una decisione. Risposi, e intanto pensavo che quei comunissimi jeans a vita bassa le stavano d'incanto.
"D'accordo.", dissi. "Questa sera alle otto. Ma facciamo alla romana."
Era abituata a prendere l'iniziativa, e quando Alessandra tirò fuori da un cassetto il dildo, fu lei a usarlo. Prima di quella notte non aveva mai avuto un rapporto omosessuale, ciononostante si calò con facilità nella parte, immaginando di essere un ragazzo e comportandosi di conseguenza. La condusse in tempi brevi all'orgasmo, ricavandone un'enorme soddisfazione.
Anche al ristorante, era stata lei a sedurre la scrittrice, e non viceversa: era una ragazza forte e decisa, ciò che voleva lo prendeva. Si era presentata in minigonna e scarpe con i tacchi alti, aveva capito subito che Alessandra era fortemente attratta da lei, e dato che desiderava entrare nel suo mondo, si era detta che se quella era la strada per riuscirci, l'avrebbe seguita senza tentennamenti. Poi, a letto, scoprì che si trattava di una strada eccitante, ma non ne rimase sorpresa più di tanto.
Silvia aveva imparato a lottare a scuola. Un giorno, semplicemente, si era stancata del sarcasmo dei compagni, aveva smesso di indossare maglioni goffi ed enormi persino nei mesi caldi, e si era mostrata per quello che era. Quando veniva derisa, reagiva con fredda ironia; la sua personalità si era sviluppata di pari passo con il fisico. Aveva acquistato sicurezza in se stessa e compreso una cosa di fondamentale importanza: che il mondo non appartiene alle persone deboli e insicure. Voleva l'amicizia di Alessandra, desiderava imparare da lei a scrivere un vero libro, e ci sarebbe riuscita diventando la sua amante. La differenza di età contava poco, e il fatto che fossero così diverse, bionda l'una, mora l'altra, snella la prima, fisicamente esuberante la seconda, rappresentava un ulteriore motivo di attrazione che andava a sommarsi all'ammirazione che provava per le sue doti intellettuali.
Il giorno dopo, mentre si recava all'università, Silvia era al settimo cielo. Avrebbe rivisto Alessandra quella sera stessa.
Si alzò dallo scoglio, madita di sudore. Il caldo era intenso e la mancanza di vento rendeva l'aria pressochè irrespirabile; nel cielo privo di nubi, il sole splendeva quasi con ferocia. Silvia scese verso il mare, abbandonando per un momento quei ricordi, e pregustando il delizioso contatto dell'acqua fredda sul suo corpo accaldato.
Era la prima volta che mi trovavo in un'aula universitaria, tuttavia non provavo particolare imbarazzo. Gli sguardi dei ragazzi mi seguivano curiosi. Chi aveva letto il mio libro conosceva le mie inclinazioni sessuali, ma questo non impediva a molti maschi di spogliarmi con gli occhi. Eppure mi ero vestita in modo sportivo, avevo raccolto i capelli a coda di cavallo, e non mi sentivo per nulla sexy. Incominciarono a farmi domande più o meno tutte uguali, e involontariamente guardai l'orologio per vedere quanto mancava alla fine di quell'incontro che si stava dimostrando noioso oltre ogni limite.
Poi una splendida ragazza alzò la mano e incominciò a elencare i difetti del mio libro.
In anteprima per i miei amici, l'incipit del mio nuovo romanzo.
Il mare si stendeva piatto e calmo sino alla linea dell'orizzonte. Solo al largo veniva accarezzato da un filo di brezza, ma era talmente lieve che le barche a vela dai colori sgargianti sembravano immobili. Nel cielo azzurro volavano alcuni gabbiani ; a tratti, calavano sull'acqua a caccia di pesci.
Seduta su uno scoglio, Silvia osservava senza particolare interesse lo spettacolo incommensurabile della natura. Il bikini bianco metteva in risalto il suo corpo superbamente abbronzato. Era stata una bambina magra e rinsecchita, e quando aveva incominciato il liceo, a causa del suo aspetto fisico, spesso aveva dovuto sopportare la feroce ironia dei compagni di classe; nessun ragazzo aveva mai mostrato interesse per lei. Ma a diciotto anni improvvisamente era cambiata: simile a un fiore di particolare bellezza, era sbocciata assumendo forme morbide e femminili; i seni si erano ingrossati, i fianchi allargati, la vita era rimasta sottile ma le gambe si erano fatte tornite e muscolose; i lunghi capelli neri ora incorniciavano un viso bello e seducente, su cui spiccavano gli occhi, verdi e profondi. In breve tempo, il brutto anatroccolo si era trasformato nella reginetta della scuola. Sebbene avesse avuto numerosi flirt, non si era mai innamorata. Forse Mario le piaceva veramente, tuttavia qualcosa non aveva funzionato; si erano lasciati da buoni amici, ed entrambi non avevano versato più di qualche lacrima distratta.
Poi aveva conosciuto Alessandra.
Era stato al primo anno di università, facoltà di lettere moderne. La sua famiglia si era trasferita da Catania a Milano per motivi di lavoro, e lei frequentava la Statale. Una giovane donna bionda si era presentata nell'aula 57 come autrice di un libro, fra l'erotico e l'autobiografico, e aveva risposto alle domande degli studenti. Le domande si erano dimostrate perlopiù banali, ma quando Silvia aveva alzato la mano ed esposto il suo pensiero, la scrittrice l'aveva ascoltata con interesse. L'intervento di Silvia era stato lucido e anche un pò caustico; aveva letto quel romanzo, apprezzandolo con qualche riserva. Alessandra le aveva risposto in modo pacato. A Silvia quella risposta era piaciuta. Più tardi si erano incrociate nel corridoio. Avevano bevuto un caffè insieme.
Era scoccata una scintilla. A Silvia le donne non interessavano, ma voleva conoscere più a fondo il mondo interiore di una scrittrice. Lei scriveva da sempre, benchè in maniera disordinata e priva di metodo: poesie, brevi racconti, saggi critici sulla letteratura americana, in particolare quella degli anni cinquanta. Desiderava confrontarsi, capire e farsi capire.
Quella sera uscirono assieme a cena.
E poi finirono a letto.
Silvia fece due importanti scoperte: la prima, che le donne del nord non erano fredde come invece aveva sempre pensato, la seconda, che era bello donare piacere a un corpo femminile, e anche riceverlo.
Ceinwyn odiava Mordecai.
Il potente mago da sempre era il prediletto di Dark: ma recentemente aveva fallito. Lei, invece, era riuscita ad impadronirsi del prezioso libro, e ora si aspettava un' importante ricompensa da parte della Strega; voleva diventare il suo braccio destro, soppiantando Mordecai, così come in passato le era riuscito con altre pericolose rivali. Ripensò con un sorriso a Deirdre che per lungo tempo aveva goduto dei favori di Mermaid. Ceinwyn l'aveva accusata ingiustamente di complottare contro la Padrona, era riuscita a costruire un castello di menzogne tanto abilmente architettato che Dark aveva finito per crederle, facendo giustiziare l'innocente seguace. Poi era toccato alla detestabile Silenes, che la superava in ingegno e bellezza. Con un inganno l'aveva condotta in un bosco, dove l'aveva strangolata con le sue mani lunghe e forti. Dark non aveva mai sospettato di lei. Ceinwyn era paziente e scaltra: era salita molto in alto nella scala gerarchica, ma adesso voleva tutti i favori di Mermaid solo per sè. E poi chissà...forse un giorno sarebbe diventata lei la Signora del Male. Standole accanto aveva appreso molti artifizi e sortilegi.
Assorta in quelle riflessioni, si accorse all'ultimo istante di Sughart.
La fata aveva preso una scorciatoia che le aveva permesso di recuperare l'ora di svantaggio. Mentre Ceinwyn percorreva un'antica strada che congiungeva la foresta di Toradir al castello nero, la dama aveva imboccato un sentiero stretto e disagevole, completamente coperto di neve, che tuttavia evitava una lunga curva risultando quindi molto più breve. Sughart sembrava danzare sulla neve, i suoi passi erano leggeri e agili; nonostante la pista fosse impervia riusciva a procedere speditamente, quasi senza fatica. Chiara arrancava dietro di lei, stringendo i denti per mantenere il suo passo. La ragazza pensava a Faus: dietro ai modi burberi e scostanti, il Fabbro celava un animo buono; inoltre, quando aveva raccontato la storia d'amore di Ethelweis, i suoi occhi si erano illuminati e persino il suo viso era parso meno brutto. Chiara si domandava come potesse essere a conoscenza di avvenimenti così lontani nel tempo, episodi di cui persino Sughart era all'oscuro. Mentre camminavano in silenzio, smise di piovere e un timido sole fece la sua apparizione nel cielo. Sebbene il vento soffiasse da nord, ora il freddo era meno intenso. Infine avvistarono Ceinwyn. Tagliarono per i campi e la raggiunsero.
Le due nemiche si fronteggiarono. A pochi metri di distanza, Chiara osservava la scena: aveva già visto Sughart in azione e non dubitava che avrebbe trionfato anche questa volta; quella donna bruna le incuteva timore, ma l'essere nero era ancora più temibile, e la dama lo aveva sconfitto. "Quel libro non ti appartiene! Dammelo!" La fata pronunciò quelle parole con una voce più gelida del ghiaccio. Ceinwyn cadde in ginocchio, tendendo il prezioso tomo verso di lei. "Farò tutto quello che vuoi.", disse. "Ma ti prego, non farmi del male!"
Chiara sorrise. Era stato ancora più facile del previsto. Sughart si avvicinò a Ceinwyn e allungò una mano per prendere il libro.
Martina camminava con il fucile a tracolla. Era una donna alta, sportiva e forte. Gli stivali e i pantaloni di fustagno non rendevano giustizia alla sua avvenenza: ma i lunghi capelli castani, il viso dai lineamenti regolari e gli occhi di un particolare colore grigio, screziato di marrone, rivelavano la sua bellezza, ancora intatta nonostante avesse già compiuto quarant'anni.
Dietro di lei, Giancarlo guardava distrattamente il bosco, quasi indifferente allo spettacolo suggestivo dell'autunno, al tappeto di foglie bruciate che si stendeva sul sentiero, alle sorprendenti sfumature degli alberi, all'incanto della natura che, abbandonata dall'estate, attendeva la quiete dell'inverno sotto la tiepida carezza del vento.
I suoi pensieri vagavano altrove.
Ricordava ogni particolare di Mirka. Gli occhi grandi e azzurri, la soffice cascata di capelli biondi, l'esile figura aggraziata, il profumo del suo corpo che aveva avuto il potere di inebriarlo. Rammentava l'accogliente trattoria, la birra trangugiata con piacere, il sorriso timido di lei mentre gli portava un secondo boccale. Qualche parola scambiata ricorrendo a varie lingue, frasi brevi e imprecise che tuttavia contenevano un messaggio da entrambi recepito e accolto; la fede fatta scivolare furtivamente in tasca. Si trovarono quella sera stessa sulla spiaggia, complici la luna piena e le prime stelle di una notte calda e dolcissima. Fecero l'amore in modo tenero e appassionato, con calma, mischiando i loro respiri e sentendo nascere un sentimento che era molto più di una semplice infatuazione; forse per Giancarlo era l'anticamera dell'amore, per Mirka qualcosa che andava oltre. Il giorno dopo lei non lavorava: lo condusse in una