anneheche blog

Odi et Amo

Questo è il mio Libro

"Lesbo è un'isola del Mar Egeo", Borelli editore, collana Pizzo Nero, 166 pagine, 12 euro. E' una storia d'amore, di sesso e di passione. Lo spunto di partenza del romanzo è dato dall'incontro della protagonista con Maddalena, una ragazza conosciuta al mare, che la seduce, iniziandola all'amore saffico. La vicenda si svolge fra Milano e Cannes, il Giappone e la Brianza, alla ricerca di un sentimento puro che sembra non possa appartenere al karma di Alessandra... Lo trovate nelle migliori librerie; se non dovesse esserci, sarà sufficiente ordinarlo. Comunque, è reperibile anche su IBS: basta digitare il mio nome e cognome, oppure il titolo del libro.

LA RECENSIONE DI LUNA70: “Lesbo è un’isola del Mar Egeo” è il romanzo d’esordio di Alessandra Bianchi. Il tema trattato è piuttosto attuale: la storia di una ragazza che si rende conto di sentirsi attratta sessualmente dalle donne e le sue prime esperienze d’amore e di sesso, nonché i turbamenti che ne derivano. Il linguaggio è semplice e scorrevole, cattura l’attenzione del lettore sin dalle prime righe senza mai stancare; le descrizioni sono brevi e concise ma si inseriscono nel contesto con precisione ed accuratezza. Anche le scene erotiche sono ben delineate, senza mai risultare volgari o banali e i personaggi sono decisamente credibili al punto da non riuscire a distinguere dove comincia la finzione e finisce la realtà. Il lettore è portato, pagina dopo pagina, a provare simpatia per la protagonista, a gioire e soffrire con lei come durante l’episodio in cui è vittima di uno stupro, o quando per la follia di una psicopatica prima rischia di perdere il lavoro e successivamente la donna che ama fino ad arrivare a un finale che è un crescendo di suspense e paura. Insomma, per essere un romanzo erotico che non è di certo il genere preferito dall’autrice (Alessandra predilige gli horror alla maniera di Stephen King, che più volte nomina all’interno della sua opera) beh non posso far altro che complimentarmi con lei per la sua bravura..

LA RECENSIONE DI MARLENEINNOIR:

Coesistono in esso descrizioni paesaggistiche e naturali sublimi , moti della psiche ed emozionali dei personaggi principali descritti in modo magistrale e , non da meno , avventura umana , sentimenti veri , con uno stile assolutamente personale che la contraddistingue assolutamente . “Lesbo è un’isola del Mar Egeo ” è un libro intriso di tutto questo , c’è una grande scorrevolezza , si “beve” tutto d’un fiato , si respira , si sente dentro , si sentono le emozioni dell’autrice che ne diventa la protagonista perchè scrive in prima persona e si avvertono le atmosfere giocate tra varie ambientazioni rurali o urbane . Avendo conosciuto Alessandra Bianchi non mi ritengo fortunata solo perchè io sono sicura che avrà il successo che merita con questa sua opera , ma anche e soprattutto perchè ho avuto l’occasione di conoscere (seppur solo mediaticamente) una persona con un alto livello culturale e soprattutto uno spessore spirituale e morale incredibile , una sensibilità non comune.

LA RECENSIONE DI VINCE:

Ho terminato il tuo libro domenica, ecco cosa ne penso. DIFETTI: Un paio di ripetizioni e, in qualche occasione, arrivi troppo presto al "succo". PREGI: Scrittura scorrevole,chiara,che coinvolge il lettore. Mi è piaciuta,in particolare, la seconda metà del libro:l'ho letteralmente divorata! Giudizio finale:Very bello... Ora, però,aspetto il seguito.

LA RECENSIONE DI GIOVE181:

Ho finito pochi minuti fa di leggere il tuo libro. L'ho trovato bello e intrigante. Mi ha fatto scoprire un mondo che non conoscevo anche se spero non sia tutto così. L'immagine complessiva del mondo omosessuale femminile che ne deriva non è forse dei migliori. Non so quanta realtà vi sia nel tuo racconto ma nell'esperienza che descrivi a volte, spesso, sembra che la donna sia merce di se stessa. Ideale tanto combattuto nei confronti dell'uomo. Il racconto è scorrevole e sono contento di averlo letto.

LA RECENSIONE DI UNDERWETBASTARD:

Ieri mattina mi è arrivato il tuo libro, come un bimbo a natale mi ci sono tuffato e in un'apnea durata un paio d'ore scarse l'ho letteralmente divorato. Bello, mi è piaciuto molto, nonostante i molti momenti cupi e decadenti della tua storia che spero ardentemente essere stati meno drammatici di come li hai descritti. Lo stile fresco e scorrevole ne fa un piacevole romanzo, le vicende erotiche narrate nei dettagli (anche se spesso fini a loro stesse) scatenano nel lettore emozioni molto forti e l'immaginazione vola a quei letti madidi di sudore e sesso. E' comunque un ottimo lavoro che merita le luci della ribalta.

LA RECENSIONE DI MONICA8000:

Volevo dirti che ho finito di leggere il tuo libro. E' bellissimo! Come fai a essere così scorrevole? Se scrivessi di spionaggio saresti una Ken Follett. E la sai una cosa? Le ultime pagine mi hanno fatto venire il mal di pancia per lo stress! Complimenti, sei grande!

LA RECENSIONE DI BRIANZOLITUDINE:

Mi è piaciuto molto il finale, narrazione con sorpresa che non mi aspettavo. Poi la tua prosa è davvero incantevole.

LA RECENSIONE DI LADYSACKVILLE:

Sincera, sincera, sincera!!! Ti ho seguita per mano avida di sapere che cosa sarebbe successo in seguito, mi sono comunque ritrovata costretta a bloccarmi più volte nel corso della lettura. Ci sono certi aspetti che mi hanno fatto molto male (confesso: fino a portarmi alle lacrime), altri che erano talmente poetici da meritare una rilettura, alcuni, invece, mi hanno divertita tantissimo (la cura che dedichi al vestiario e alle scarpe dà molta verità alla tua storia – detto tra noi condivido i tuoi gusti ^^). Nell’autodistruzione del tuo personaggio avrei preferito, a tratti, una maggiore introspezione, ma non è una critica! L’hai già resa molto bene così, ma c’è una tale profondità in alcuni punti del romanzo, che quando manca, si percepisce subito la differenza e sembra quasi che qualcosa ti abbia trattenuta. Che dire alla fine?! Ti ho letta passando in rassegna tutte le sensazioni possibili e immaginabili. “Trasmettere” e scuotere le anime è un po’ l’obiettivo di ogni artista (uno dei miei più grandi piaceri è far ridere o piangere il mio pubblico a teatro!). Tu con me hai fatto questo ed altro, mi hai davvero emozionata. Ti ammiro moltissimo Alessandra, sia per la tua bravura, che per il tuo coraggio. Sappi che hai una grande fan.

LA RECENSIONE DI LADYLILITH:

Ieri ho ricevuto il tuo libro...l'ho finito SUBITO!!ci ho messo circa due ore e mezza...ok,forse ho fatto male a divorarlo,ma se un romanzo mi piace non vedo l'ora di finirlo!! E', per dirla alla Isabella Santacroce,very coinvolgente ;-) mi è piaciuta molto la figura di tuo padre. grandioso anche il capo americano. Barbara è semplicemente odiosa.sei stata fin troppo paziente con lei. Mi ha indignata la vicenda giudiziaria a seguito della violenza. Tra le donne che hai descritto mi è piaciuta la francesina, Isabelle se non sbaglio. Invece Maddalena insomma...forse perchè sono di parte e odio come ha trattato Alessandra... nel romanzo varie persone ammirano le tue gambe...ricordi che anch'io avevo notato questo tuo (bel) particolare?

LA RECENSIONE DI FAMOHPSSE:

E’ stato bello leggerti. Avere delle pagine in mano che diventano una persona. Essere coinvolti nei momenti che segnano. Seguire l’abbandono a se stessi quando questo giunge per incontrollabile corrente. Sesso come vita, puro in quanto solamente tale. Pieno, senza spazi per altro. Determinante, perché barca con cui fare i conti per arrivare alla propria isola, per arrivare a quel che si vuole d’altro. E’ stato bello leggerti e coglierti donna nelle tue sensibilità, nelle tue fragilità e risolutezze. Nel tuo modo d’essere sfrontato e vulnerabile, naturalmente femminile. A prescindere. LESBO E’ UN’ISOLA DEL MARE EGEO ha pagine calde, di buon fuoco, visive nei nudi, con punte di emozioni senza via di fuga. Ci sei dentro con il tuo vissuto, omo o etero che sia, e lo trasmetti e lo partecipi come ad un amico, che diviene amico, e l’ultima pagina suona come un arrivederci.

LA RECENSIONE DI SILENES:

...è un libro che leggi d'un fiato...la via del piacere per scappare dagli abissi del dolore...per frantumare lo specchio dell'anima...

LA RECENSIONE DI MAURAROCK:

E'un romanzo, di quelli che si leggono velocissimamente, perchè non ti va di fermarti ed aspettare. Un interessante e soggettiva spiegazione dell'omosessualità, priva di retorica sul maschio solo sesso - calcio -bistecca, si evita il maschio ma si comprende l'uomo. Folkloristiche le sensazioni di una donna, profondamente rispettosa dell'universo femminile, che oltre a far parte di questo, lo ama, lo desidera e vuole assaporare il gusto della donna, intesa come femmina, intesa come amante e come Amore. Viscerale, straziante ed eccitante. Amare, come solo una Donna, sa fare.

LA RECENSIONE DI BLUEYES9:

La volontà quanto l'immaginazione sono ingenuità terrene,costantemente in rilievo,in questo mirabile,romanzo a sfondo erotico.Le circostanze,crude,vicine tanto da sfiorarci,intense come assaporate dalle nostre stesse labbra,vengono espresse,ottenendo una narrazione scorrevole,in forma avvolgente ed essenziale.Non temono di certo la franchezza,le parole della scrittrice,se non,quella,schietta,della passione stessa,condotta per mano in caduta libera,verso isole inesplorate.Nella mente di Alessandra le intime carezze fanno da culla,apparentemente imprigionate,dai primi smarrimenti d'amore,lasciandole quell'amaro in bocca che la trascinerà al limite dell'apparente rassegnazione agli eventi,fino al completo accoglimento delle sue emozioni.Tra incertezze abbandoni e donne interessate a corrompergli il cuore e lo spirito,ci sarà anche chi saprà viverla proprio come ciò a cui lei ambisce...?La si vedrà ,nelle ultime tracce di sè,donare tutte le sue virtù, ad una donna degna di ogni stima?

LA RECENSIONE DI MOON:

Lesbo è un’isola del Mar Egeo di Alessandra Bianchi (Borelli editore), ormai diventato icona cartacea dei circoli lesbo del web, ma non solo, racconta la scoperta dell’omosessualità femminile di una bambina. Che si scopre ragazza e poi donna. La vita dell’autrice, in parte romanzata, si dipana in direzioni spazio-temporali e geografiche diverse, in più percorsi mentali, perdendosi in un abisso di momentanea perversione…un’immersione nel torbido per poi riaffiorare in superficie. Da Milano a Cannes al lago di Como e zone limitrofe, l’esistenza di una donna che ha scelto di parlare scrivere raccontare in prima persona la sua diversità senza falsi pudori. La protagonista esplora le strade dell’eros, cerca se stessa, la sua dimensione. E forse alla fine si trova…. Bello il finale aperto…. Ci sarà un seguito?

LA RECENSIONE DI JOLIE78:

Ciao, non ho mai scritto in questo sito e nemmeno in un blog, ho letto di te e pur non avendo ancora terminato il tuo libro ho sentito di doverti cercare per farti i miei complimenti. Ho letto le recensioni che ti hanno scritto e io non ritengo di essere all'altezza per replicare meglio di quanto non abbiano già fatto...però volevo dirti che sin dalle primissime pagine mi sono emozionata, la facilità di lettura, il trasporto che trasmetti nelle tue parole, i racconti travolgenti e così intensi a tratti angoscianti e strazianti mi hanno avvolto, rapito e inebriato. Raramente un solo libro riesce a trasmettermi tanto...leggo abbastanza e di vario genere ma tu per essere un'"esordiente" sei davvero molto brava. Ti faccio i miei complimenti....spero di rileggerti presto...ma ovviamente solo dopo una degna ispirazione! :-) Un bacio

LA RECENSIONE DI FABIOART:

Ho letto il tuo libro durante un viaggio, e mi hai lasciato senza parole... cosa peraltro non particolarmente facile! Non so quanto di quello che hai scritto appartenga alla realtá e quanto all'immaginazione (non sta a me credere o non credere), ma lascia che ti dica che in un caso ammiro la forza che dimostri, anche se travestita da fragilitá; nell'altro lo splendido percorso che fantasia e sensibilità hanno compiuto per comunicare in modo gentile concetti tanto pesanti. Se il tuo libro è la risultante delle due cose assieme, allora siamo davanti ad un'opera che definire "romanzo" è riduttivo. Perdona la frammentarietá di questo messaggio, ma sto scrivendo dal palmare: non volevo attendere un istante di piú per scriverti. Ti ammiro. Sinceramente e spudoratamente! Scherzi a parte: sull'Eurostar mi sono bevuto il tuo libro in un solo fiato. Bello! Mi piace. Ha una prosa scorrevole, avvolgente... mi sembrava quasi di ascoltare un'amica che si raccontava davanti ad una birra col caminetto acceso. Tutta la stima di questo mondo, Ale... Tutta la stima.

LA RECENSIONE DI GATTOQUATTO:

La prima sensazione che si è impadronita di me durante la lettura del libro di Sandra è stata di disagio: disagio per essere maschio. Invero in tutto il romanzo l’unica figura maschile che si salva dal naufragio è quella del padre della protagonista (se si esclude un accenno finale ad un incontro estemporaneo con un amico, volutamente lasciato in sospeso dall’autrice). A parte il drammatico episodio dello stupro di gruppo rimasto impunito, vi sono figure maschili che appaiono qua e là sospese nel vuoto, come semplici comparse. Né avrebbe potuto essere altrimenti. Non m’interessa in questa riflessione ripercorrere le tappe dell’odissea della protagonista nell’universo femminile delle sue amanti, amiche, o rivali che siano. Certo Alessandra intraprende il viaggio alla ricerca di sé, un viaggio irto di pericoli, che rischia di portarla ad una morte precoce, assurda ed improbabile come il suo disperato viaggio nell’ignoto (questa è una delle soluzioni proposte al termine del viaggio)…e più volte mi è venuto in mente, scorrendo le peregrinazioni della giovane donna verso gli abissi dei sensi nei quali è intenzionalmente sprofondata per poi riemergere con coraggio ad un nuovo incipit, l’esordio dantesco: “nel mezzo del cammin di nostra vita m’incamminai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita”. Non m’interessa neppure il masochismo della ragazza che, pur avendo una soglia del dolore molto bassa, assume come viatico per la catarsi la sofferenza fisica disperatamente cercata nel piacere dei sensi, nell’impervio connubio tra eros e thanatos. Qui mi preme invece sottolineare come il romanzo si dipani in mille rivoli di sensazioni, emozioni, escursioni naturalistiche e baccanali, abiezioni e riscatti, in una sorta di panacea della sofferenza, di allegoria della sopravvivenza, di esaltazione della solitudine interiore…con piglio sicuro e padronanza stilistica la Bianchi porta il lettore a compromettersi con l’autolesionismo della protagonista, a diventarne complice, a subirne le conseguenze morali ed emotive. E poi ci sono i luoghi, non i luoghi comuni, ma i luoghi che, per uno strano scherzo del destino, conosco per averli visitati o perché sono quelli dove vivo attualmente. Dai più remoti, come l’isola di Mitilene, dove trascorsi una delle più intense vacanze della mia vita, a Cannes, dove non riuscivo mai a sostare con la mia auto, finché un giorno non scoprii un parcheggio incustodito lungo una stradina angusta, descritta da Alessandra come la strada delle streghe (un’idea narrativa rimasta incompiuta). Attraverso le esperienze profonde od estemporanee di Sandra mi sono sentito un testimone scomodo, scomodo in quanto maschio e, come tale, fuori dalle regole del gioco, e tuttavia coinvolto nel tourbillon erotico ed autodistruttivo che conduce Sandra all’appuntamento col suo destino. E poi la Brianza, dove vivo attualmente; i boschi dell’entroterra lecchese, i parchi, il rumore del silenzio tra le foglie di platani e faggi messi lì a proteggere con una fugace parentesi la protagonista dai marosi e dalle tempeste provocate delle delazioni anonime di un’amante gelosa.. Da ultima, la nostra madre patria, una Milano che ho rinnegato molti anni fa, quando capii che da bere restava soltanto l’acqua putrida dei Navigli, e l’inquinamento ambientale e delle coscienze. Un racconto che non accusa mai momenti di “stanca”, e non solo grazie al “facile” espediente delle descrizioni erotiche (peraltro mai volgari), ma anche, anzi, soprattutto perché i personaggi sono dipinti con pochi, ma efficaci tratti di pennello nella loro essenzialità. Alessandra Bianchi non perde mai di vista la dimensione interiore dei suoi personaggi, la loro conflittualità emotiva ed esistenziale, non si lascia mai prendere la mano dalle descrizioni più crudelmente erotiche, il suo progetto è chiaro e coerente nella sua complessa semplicità. Dunque, un libro che si “beve” tutto d’un fiato e che, soprattutto, ci induce istintivamente a riflettere una volta di più su noi stessi e sul senso della nostra vita.

LA RECENSIONE DI ARGENIOGIULIANA:

Il libro di Alessandra mi ha lasciato un retrogusto di disagio e rabbia: disagio poiché nella sofferenza femminile mi ci ritrovo al cento per cento e rabbia nei confronti del “branco”. Indipendentemente dal percorso esistenziale della protagonista, vi è un solo e unico punto sul quale mi soffermerò. L’auto distruzione e l’autolesionismo sono gli ingredienti che pervadono dall’inizio alla fine il romanzo, lasciando uno spiraglio di luce e speranza unicamente alla fine del libro. Lo stupro di gruppo è stato il passaggio più doloroso da affrontare durante la lettura, non tanto perché vi abbia ravvisato similitudini di esperienza ma perchè ho provato l’insano bisogno di uccidere materialmente gli aggressori. Probabilmente per una questione che mi appartiene per nascita e per l’istinto feroce che mi assale immediato, nei riguardi di un certo atteggiamento criminale maschile. La ricerca d’amore autentico spinge una giovane donna a sfiorare lungamente il crinale sottile che esiste tra la vita e la morte. Secondo il mio modestissimo punto di vista, vi è un equivoco macroscopico all’origine del bisogno amoroso. Tutto passa attraverso la pura attrazione fisica immediata, quasi questa ragazza non fosse null’altro che corpo-materia. Probabilmente ciò è dovuto alla giovane età di tutti i protagonisti e la necessità di sperimentare si allaccia alla condizione anagrafica. Sfiorare il disastro produce una quantità di endorfine distillate purissime ma, alla lunga, annienta. Vi sono tutti gli ingredienti per immaginare una pellicola tristissima e attuale. La storia trova brevi respiri nella descrizioni di luoghi che conosco e Alessandra mi ci accompagna per mano mentre continuo a lacrimare dentro, non tanto per presunti rimpianti della mia vita passata, ma per il terribile decorso della sua. A tratti ho provato l’impulso di spingerla fuori dalla storia che narra, di prenderla per un braccio e darle due potenti ceffoni. Immancabilmente mi ritrovavo a fare l’esatto contrario e, proteggerla, era l’unica sensazione reale che mi pervadeva. Il libro è scritto con uno stile semplice e fluido, quasi vi fosse l’intenzione voluta di dar spazio solo agli avvenimenti terribili, alle delusioni costanti. Più che erotico, il romanzo mi è apparso spaventosamente drammatico. Va letto senza pregiudizio di sorta, ponendo attenzione all’anima della protagonista che pur nella sua immensa fragilità, nasconde un istinto di sopravvivenza notevole.

LA RECENSIONE DI IRINAP:

“Saffo era una grande poetessa ma è passata alla storia perché era lesbica”. Questa la frase con la quale Alessandra Bianchi apre il suo libro… ed è solo l’inizio, un incipit storico, semplice, diretto, privo di virtuosismi. E così Alessandra colpisce per la prima volta… e di colpi di scena, batticuori, battaglie se ne ritrovano fino all’ultima pagina di “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”. Può non piacere il suo stile, personalmente lo trovo scorrevole, da mangiare con gli occhi e l’immaginazione in poche ore e… genuino. Non ci è dato sapere quanto sia stato davvero vissuto dall’Autrice e quanto, invece, sia frutto della sua fantasia… ma si tratta comunque di episodi narrati in prima persona, assolutamente verosimili e che si susseguono velocemente uno dietro l’altro e uno tira l’altro, come le ciliegie. Episodi che aprono l’universo, o meglio, una parte dell’universo della personalità della protagonista e di una parte della sua vita, sicuramente non banale… costellata non solo di persone che agiscono nel bene o nel male, ma anche di descrizioni, sensazione a fior di pelle, brevi attimi di poesia e riflessioni sincere. Il romanzo è ricco di immagini piccanti le quali non cadono mai e poi mai nella volgarità, ma conservano intriso nell’inchiostro il sentimento autentico della protagonista e dei personaggi che l’accopagnano. Erotico? Non solo, il racconto è Vita in quanto tocca molteplici corde del cuore e della mente, quelle di ognuno di noi, facendole vibrare talvolta rumorosamente, talvolta con delicatezza… e questo spesso a prescindere dal fatto che le corde appartengano a un essere omosessuale o ad uno eterosessuale… perché siamo tutti uomini con le stesse debolezze e con quelle dinamiche sotterranee tanto simili che poi si manifestano in maniera molto diversa, a seconda del proprio vissuto, del luogo in cui si vive… a seconda delle sorprese, belle o brutte, che la vita inesorabilmente riserva a tutti senza fare troppe distinzioni. Ed è così che rimane impresso, durante la lettura di “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, il percorso ramificato di un’anima giovane in cerca di se stessa, che conosce l’Amore nel corpo di altre donne, che conosce il sesso nel corpo di altre donne e ancora: la protagonista alterna momenti di gioia ad altri di perdizione, attraversa strade trasgressive, impervie ed oscure e poi giunge in radure incantate e il ciclo ricomincia: autodistruzione e rinascita, come lava che cola lungo i pendii dello spirito per lasciare spazio poi, col tempo, ad una natura sempre più rigogliosa. Ondivaga: l’Alessandra del libro è ondivaga, si mette a nudo, sembra voglia sfogarsi, sembra voler farsi ascoltare a tutti i costi e incanalare messaggi di vita, chiari e forti, tra le righe, riga dopo riga. E colpisce davvero fino all’ultimo pensiero… un pensiero, a dire il vero, sospeso: sembra non avere fine il romanzo e il senso pare quello di voler continuare, sorridendo e sanguinando, mentre un rimescolamento interiore, irrefrenabile, quasi incomprendibile, getta l’inconscio nel passato a spolverare le antiche radici.

LA RECENSIONE DI FAUS:

Questo romanzo è classificato come erotico,ma dentro c'è molto, molto di più. L'erotismo prevale su tutto,un erotismo di classe, sensuale, intrigante, a volte molto crudo e schietto, da farti venir voglia di essere donna per poter amare un'altra donna!!! Il romanzo scorre veloce, le pagine frusciano come seta pregiata, regalando emozioni e sensazioni sublimi. Ma il bello arriva solo leggendo ... ci si accorge che non c'è solo erotismo. E' un'opera completa, puoi leggere di dolcezza, eros, autodistruzione, malinconia, dolore, amore, tragedia, vita quotidiana, leggerissime gocce di thriller in una "scena". Sì, scena, perchè mentre scorre la lettura, nella mente le parole diventano scene animate, che ti portano da Milano a Cannes, in un turbinio di sesso, mare, cibo, droga, tanto da rendere sconvolgente la lettura in certi passaggi. Come scrissi nel blog di Alessandra, a volte sentivo l'esigenza di abbracciare la protagonista del romanzo,per consolarla quando era triste, per sussurrarle nelle orecchie che certe scelte di vita la stavano portando al baratro, per farle sentire il calore di un gesto amico. Come ammesso da Alessandra, il romanzo è un misto tra autobiografia ed invenzione, e il lettore si pone spesso la fatidica domanda: "Le sarà successo davvero questo? E questo?" L'unica pecca che si può sottolineare è la velocità con cui vengono descritti gli amplessi,spesso si vorrebbe leggerne all'infinito,con descrizione dettagliata di ogni piccolo particolare. Ma questo credo che sia un difetto di noi ometti, che quando entriamo in "Pig Version" ci piacerebbe sapere per filo e per segno l'evolversi dell'atto sessuale. Che poi nel romanzo ci sono due tipi di atti sessuali (come spesso amo specificare anche io): "Scopare" e "fare all'amore". E Alessandra ci tiene molto a far capire al lettore se si trova di fronte ad un semplice appagamento sessuale o ad un amplesso tra due donne che si amano, e ci riesce benissimo. La descrizione di una scopata è evidente dallo stile di scrittura,sbrigativo,senza peli sulla lingua, quasi fosse un cerotto da strappare via. Invece il fare l'amore è descritto con passione,ardore,in maniera tale che quasi si riescono a sentire i battiti del cuore della protagonista che aumentano, il respiro che diventa affannoso, fino all'esplosione dell'orgasmo, e poi ancora, e ancora, e ancora... C'è altro da dire? Consiglio vivamente questo libro a tutti,perchè è scritto davvero bene. Dimenticavo:avrei scritto la stessa recensione anche se non avessi conosciuto l'autrice,ci tengo a precisarlo :-)

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giovedì, 30 agosto 2007
Postato da anneheche

bosco di notteCaterina tornò a casa il giorno dopo, a pomeriggio inoltrato. Suo padre avvisò immediatamente i carabinieri; durante la notte li aveva tempestati di telefonate, in preda alla disperazione più nera. Il pover uomo si era spinto da solo nel bosco, munito di una torcia elettrica, ma benchè lo avesse esplorato a fondo, perlustrando in ogni direzione, non era riuscito a trovare tracce di sua figlia. L'opinione delle forze dell'ordine era che fosse stata rapita. La mamma di Caterina aveva trascorso quelle ore terribili camminando avanti e indietro tra camera e soggiorno. Caterina era una bambina buona e tranquilla: non riusciva ad immaginare che fosse fuggita di casa. Quindi, doveva esserle successo qualcosa di tremendo.
La perdonarono subito. Troppo forte era il sollievo di rivederla per indulgere a rimproveri o a castighi; le avrebbero parlato più avanti, con calma, spiegandole che si era comportata in modo avventato, e cercando di capire i motivi che l'avevano spinta a disobbedire agli ammonimenti paterni, spingendosi da sola nel bosco. Era stata fortunata a tornare sana e salva, ma la cosa non si sarebbe mai più dovuta ripetere. Caterina avrebbe capito.
Quella sera, a cena, la bambina parlò pochissimo; pallida e assorta, spiluccò svogliatamente il cibo, e poi andò subito a dormire. In genere, insisteva per guardare un pò di televisione: evidentemente era molto provata; una buona dormita e sarebbe tornata allegra e piena di vita. La notte calò, fredda e oscura; fuori dei vetri della casa, si udiva il suono del vento che bisbigliava agli alberi. Verso l'una di notte, improvvisa, la luna emerse da un banco di nubi, diffondendo una luce sbiadita, che si dissolveva in lontananza. Nella loro stanza, i genitori di Caterina dormivano.
A un tratto la porta si aprì.
Caterina entrò nella camera. Si avvicinò lentamente al letto dei genitori. Dalla finestra entrava una pallida luce che emergeva a stento nella notte buia e priva di stelle. La bambina fissò a lungo le silhouette del padre e della madre. L'uomo dormiva su un fianco, russava lievemente, aveva un braccio piegato sotto al cuscino. La donna riposava tranquilla, perfettamente immobile, con l'ombra di un sorriso disegnata sul volto; probabilmente stava sognando, e il sogno doveva essere bello. Erano fisionomie che da sempre le erano care: rappresentavano la parte più bella della sua ancor giovane vita. Dopo alcuni minuti, la bambina parve scuotersi. Era rimasta ferma come una statua, persa in chissà quali strani pensieri, in viaggio verso mondi remoti e sconosciuti; aveva guardato senza vedere, o forse aveva osservato l'aura che emanava dai due dormienti. Si chinò in direzione del padre. Nel cielo, la luna si liberò di alcune nubi, e la luce diventò più intensa; il silenzio era assoluto, interrotto soltanto dal sibilo del vento. Poi da lontano giunse un rumore strano: poteva essere l'ululato di un lupo o il richiamo di qualche malvagia creatura delle tenebre. Caterina portò la bocca all'altezza della gola del padre; per farlo fu costretta ad alzarsi in punta di piedi. Esitò per un istante, come se fosse in preda ad un combattimento interiore, quindi affondò i denti acuminati nella carne dell'uomo. Ignorò il suo urlo di dolore, e rafforzò la presa sino ad ucciderlo. Poi fece il giro del letto, per dedicarsi alla madre. La povera donna era stata risvegliata dal grido del marito; ancora assonnata e confusa, non fu in grado di difendersi. I denti di Caterina le lacerarono la carotide.
La bambina si allontanò di qualche passo dal letto. Osservò senza interesse la scena che aveva davanti agli occhi. La notte la attendeva. Si voltò e abbandonò la stanza.

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martedì, 28 agosto 2007
Postato da anneheche

boscoIl cielo era tanto bello da far male al cuore. Si stagliava azzurro, solcato da qualche pigra nube che il vento del sud sospingeva lentamente verso settentrione. Nel giardino si respirava aria di primavera: fiori dai mille colori sprigionavano fragranze squisite; l’erba tenera e verde del prato assaporava la carezza del sole, simile a quella di un delicato amante; piccoli animaletti uscivano furtivamente dal bosco per godere anch’essi di quella stupenda giornata di maggio.
Caterina sapeva che poteva giocare nel giardino, ma che non doveva entrare nel bosco. Suo padre era stato categorico al riguardo.
D’inverno il bosco si ammantava di neve, la sera scendeva presto, la tramontana fischiava scuotendo le cime degli alberi. In quella stagione Caterina non si sarebbe mai avventurata in quell’intrico di tronchi d’infinite fogge e dimensioni. C’era un sentiero che si insinuava nel folto della macchia boscosa; all'inizio era largo e diritto, ma poi procedeva serpeggiante, disegnando curve, avanzando a zig zag, a tratti retrocedendo. In certi punti si incrociava con altre piste che sembravano scaturire dal nulla. Il terreno ora scendeva ripido, ora si mostrava pianeggiante. A volte era impossibile proseguire perché la via era ostruita da cespugli, grandi sassi, fossati che nascondevano mille insidie.
Ma in primavera, con la luce del sole, la bambina non aveva paura.
Volse lo sguardo verso il bosco. Curiosità e spirito di trasgressione, in pari misura, la sospingevano irresistibilmente in quella direzione. Suo padre era al lavoro e non lo avrebbe mai saputo. La mamma stava facendo il bucato.
Con passi dapprima esitanti, poi man mano più decisi, Caterina si avviò.
Il bosco la accolse come un vecchio amico. I raggi del sole filtravano attraverso le fronde degli alberi, illuminando piacevolmente il sentiero e rendendo tranquillo e sicuro il cammino. Caterina procedeva di buon passo, assaporando il profumo della resina e dei fiori selvatici. La pista che seguiva incominciò a salire, inizialmente in modo graduale quindi sempre più ripidamente, per poi improvvisamente scendere. Alla fine il sentiero tornò ad essere pianeggiante, e dopo aver effettuato una curva che parve interminabile, puntò direttamente verso il cuore del bosco. Il tetto di alberi si infittiva sempre più e la luce del sole ora arrivava incerta. L’aria si era fatta fredda; il vento aveva cambiato direzione: adesso sembrava soffiare da settentrione.
Caterina decise di rincasare. Tornò sui suoi passi, ma a un tratto si rese conto con sgomento che si era persa. Il sentiero scendeva nuovamente, tuttavia non era lo stesso di prima. Era stretto, pieno di solchi; a stento trovava un passaggio fra gli alberi. Un ramo graffiò la bambina. Benché la sera fosse ancora lontana, il buio calava minacciosamente, creando zone misteriose e oscure appena ai margini della pista. Caterina iniziò a sentirsi inquieta. Non era ancora paura vera e propria, ma uno stato d’animo che si avvicinava molto al timore. Si guardava ansiosamente intorno, temendo di scorgere qualche essere oscuro e maligno. Ma non era una sciocca: “questa non è una fiaba del terrore”, pensò. “Devo solo trovare il modo di uscire di qui”.
Nei boschi esistono molte creature. La maggior parte di loro è buona e inoffensiva, animaletti curiosi e avidi di cibo, antichi alberi colmi di profonda saggezza, ruscelli che scorrono insensibili alle miserie umane. Ma ci sono anche spiriti malvagi. L’essere percepì distintamente la presenza della bambina, fiutò la sua paura, individuò i suoi passi. E si mosse per andare a prenderla.


Caterina si era smarrita definitivamente. Per quanto si sforzasse, non riusciva più a imboccare il sentiero che l’avrebbe riportata a casa. Ne aveva seguiti due, ma entrambi conducevano nel folto del bosco per poi svanire all’improvviso. Era tornata indietro senza perdersi d’animo, tuttavia adesso era stanca. La paura montava in lei, simile a una presenza viscida e opprimente. Si lasciò cadere per terra, prendendosi la testa fra le mani. Se solo avesse ascoltato gli ammonimenti di suo padre!
La sera incominciava a incombere. Ombre cupe sembravano muoversi fra gli alberi, sussurri di paura venivano portati dal vento del nord, rumori inquietanti aleggiavano nell’aria.
Caterina incominciò a piangere.
Poi si rese conto che piangere non sarebbe servito a nulla. Con il senso pratico dei bambini, capì che il tempo stava passando, che sarebbe arrivata la notte, e che non avrebbe più ritrovato la via di casa. Forse suo padre sarebbe venuta a cercarla, ma era da dimostrare che l'avrebbe trovata. Doveva muoversi ora. Si rialzò e si guardò attorno. Il buio calava rapidamente; la luce del giorno svaniva. Strani rumori venivano portati dal vento. Rumori di passi ancora lontani, ma che tuttavia si avvicinavano. Era il papà? No. Non avrebbe mai saputo spiegarsene la ragione, ma sapeva che quei rumori, quei passi, non appartenevano a lui. Inclinò la testa, concentrandosi e ascoltando con attenzione. I passi arrivavano da destra, e adesso sembravano molto vicini; forse, appena dietro a quel gruppo di alberi.
Caterina si girò e incominciò a correre nella direzione opposta.

Il racconto si concluderà con la prossima puntata.

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domenica, 26 agosto 2007
Postato da anneheche

5316Li svegliarono prima dell'alba. Il tempo di scendere dalla branda e di stropicciarsi le mani per il freddo, e furono sospinti fuori, nel gelo quasi irreale della steppa. Il cielo era ancora buio, solo molto lontano, a oriente, si andava tratteggiando una pallida striscia di luce, che poteva forse confondersi con la luminiscenza opaca di una stella morente. Camminarono in fila, uno dietro l'altro, tremando di freddo e di paura. Le guardie, pesantemente vestite, li pungolavano con i fucili, incitandoli ad accelerare il passo. Raggiunto uno spiazzo, dove la neve era stata spazzata via, li fecero fermare, allineandoli in un'unica fila. L'ufficiale che comandava il plotone di esecuzione diede l'ordine di prepararsi al fuoco. Era un uomo alto, imponente, i capelli biondi tagliati corti, baffi folti e ben curati, occhi di un azzurro color del ghiaccio. Con un sorriso sprezzante, osservò i volti angosciati dei condannati, le espressioni sgomente, gli sguardi terrorizzati. Si accese un sigaro e aspirò una boccata di fumo, quindi fece un cenno con la testa. Fedor teneva il capo chino; indifferente ai preparativi dei soldati, aveva calcolato di avere ancora un minuto da vivere, ed era impegnato a suddividere quel minuto in venti immagini. Tre secondi per immagine, questo aveva stabilito. Un minuto poteva essere un'eternità: spesso, in un'esistenza normale, non ci si rendeva conto del reale valore del tempo; di quante cose si potessero fare in sessanta secondi. Riservò il primo pensiero all'infanzia, sensazioni più che ricordi, l'odore del latte materno, la forma dei seni di sua madre, un volo di piccioni nel cielo azzurro percorso dai raggi del sole. Poi, la prima volta che era andato a letto con una donna, lo stupore di un ragazzo davanti a quello splendido corpo, il profumo di lei, i baci appassionati, l'esplorazioni di luoghi fino a quel giorno sconosciuti e bellissimi. Una bevuta fra amici, risate, canzoni cantate alla luna, pacche sulle spalle e strette di mano, la complicità maschile.
Presto, il tempo stringe!, pensò Fedor. E, allora, ecco: il suo unico, grande amore, lunghi capelli biondi, sereni occhi celesti, lineamenti fini e delicati, un corpo sottile da accudire e proteggere. Forse, aveva sbagliato i calcoli: soltanto quattro ricordi, e il minuto era già trascorso. I soldati puntarono i fucili, in attesa del comando di sparare. Fedor distolse lo sguardo, fissandolo sull'immensa distesa di neve che si prolungava fino alll'orizzonte. Più che paura, provava un forte senso di amarezza, dovuto al fatto che era innocente: abbracciare con il pensiero le giuste idee progressiste non significava avere ucciso. Egli non si era mai macchiato del sangue di alcuno.
A un tratto, udì un suono assurdo, un rumore che in quel frangente era assolutamente privo di significato: la risata di un uomo. Si guardò attorno. Un suo compagno era improvvisamente incanutito, un altro aveva il volto stravolto dalla pazzia, un terzo era scivolato per terra, simile a un fantoccio vuoto. Piantato a gambe larghe davanti a loro, l'ufficiale rideva. "Per ordine dello zar", annunciò soddisfatto, "da ieri le condanne a morte sono state abolite!" Si voltò, raddrizzando le spalle in modo arrogante, e si allontanò dallo spiazzo. Fedor lo guardò andar via. Non è questo che ha insegnato Gesù!, fu il suo pensiero. Le guardie intonarono un coro, forse per vincere il freddo. Poi i prigionieri furono riportati alle baracche.

Questo episodio è realmente accaduto. A Fedor
Michajlovic Dostoevskij.

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giovedì, 23 agosto 2007
Postato da anneheche

panchinaIl vecchio sedeva su una panchina del parco comunale. Attorno a lui, alcuni bambini giocavano a pallone, strillando e litigando per ogni presunto fallo commesso; poco più distante, due mamme sospingevano le rispettive carrozzine, chiacchierando in tono sommesso e lieve. Benchè fosse una bella giornata di sole, allietata da un cielo incredibilmente azzurro, faceva molto freddo. Il vecchio si strinse nel liso cappotto di Loden, che non cambiava più da quando era morta sua moglie. Cercava di godersi gli ultimi raggi di quel pomeriggio invernale, e la sua mente distratta vagava senza un percorso stabilito; non pensieri, piuttosto frammenti di passato che filtravano dalla memoria in ordine sparso, a volte addirittura in modo incongruo. Le serate di maggio, avvolte nella tiepida aria primaverile; gli occhi scuri delle ragazze che si avviavano alla funzione tenendosi sottobraccio; l'odore dei campi che rilasciava il sapore del sole fin lì trattenuto. E poi Marta. Era la più bella fra loro. Se il vecchio si concentrava riusciva ancora a scorgerne il profilo nella mente, la cascata di capelli scuri, ricci e ribelli, il sorriso che aveva una nota vagamente sfrontata e irridente, ma che nello spazio di un breve istante sapeva trasformarsi in un'espressione che pareva contenere tutta la dolcezza di questo mondo. Il vecchio non rammentava più quando si erano scambiati il primo bacio; tuttavia, sebbene fosse simile a un'onda uguale a moltitudini di altre, ne conservava intatto il ricordo: le labbra dapprima timide e incerte, quasi timorose di congiungersi; il profumo della bocca di lei; la passione che improvvisa divampava nel basso ventre di lui. Gli ultimi raggi di sole illuminarono un rettangolo di prato, ritagliando una zona luminosa, mentre il resto del parco si avviava al congiungimento con la sera. I bimbi lasciarono la loro partita in sospeso, rimandandola all'indomani; le mamme si allontanarono, dirette ai preparativi per la cena. Un soffio di vento freddo calò improvviso dalla montagna che sovrastava il paese. Ma il vecchio rimase seduto ancora un pò. Impressioni sfilacciate nella mente. Lampi di passato che emergevano, crudeli come squali. Altri più dolci. Il pensiero della morte della moglie allontanato a viva forza dalla soglia del cervello, cacciato, bandito. Sostituito infine da altri ricordi sfilacciati, tramonti e albe, il respiro del mare e i colori di un bosco autunnale...tappeti di foglie e grandi alberi spogli. La lontana musica di un organo in una chiesa ormai dimenticata. Ed eccoli nuovamente: gli artigli della disperazione che lo avevano ghermito quando aveva sentito quelle parole. Prognosi infausta. Il sorriso di Marta. Il vuoto lasciato da Marta. "No, non pensare!", si disse il vecchio, alzandosi dalla panchina.

LA SETA DEL RAGNO (elementum.splinder.com):

Versi liberi tra emozioni riflesse di baci,
di albe tra candele, sfumature di sogni,
cuori sospesi tra piume,
liberamente legati su sospiri in sguardi.
Rumorosi silenzi sciolgono dubbi
prodigi di stagioni
anelli, di quello che vedi
ricami, quell'imbarazzante andare
che sanguina tra ragioni che non esistono.
Parole sospirate tra ondeggianti capelli
l'amore in traettorie diseguali
tra cieli, mare, venti e suggestive note...
respiro , rappreso nel cuore, uno scomodo coagulo,
tra lacrime cerco sorrisi
nella vita distratta,
Con rabbia cammino nel sogno
scivolo tra silenzi
come chi sà, ha provato
ma la vita non ha concesso...
di chi sa che tra infinite
sarà l'unica rosa
sbocciata nell'arido deserto
che con silenziosa rabbia, urla l'amore d'amare

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mercoledì, 22 agosto 2007
Postato da anneheche

DeepDungeonDarkMaddy non poteva assentarsi dall'ufficio, perciò partii da sola alla volta di Cannes. Solo quattro giorni. Quattro giorni di mare, di relax e di tiepido clima invernale. Volevo passeggiare con calma, godendomi l'incanto della Croisette. Volevo girare per la città vecchia, esplorando antichi ricordi che risalivano al tempo in cui era una roccaforte che doveva difendersi dai pirati saraceni. Sedermi nei bistrot e osservare la gente, cercando di captare i discorsi che le persone facevano per il solo gusto di immaginarmi la loro vita. Camminare scalza sulla spiaggia, ascoltando il suono del vento e delle onde; alzare gli occhi al cielo per scorgere l'azzurro immacolato tanto diverso dal grigiore di Milano. Soprattutto, volevo ritrovare definitivamente me stessa.
La seconda sera andai a mangiare da Pierrot, il mio ristorante preferito. Era inverno e quindi ordinai le ostriche. Cenai tranquillamente, immersa in molteplici pensieri: la trasferta giapponese e le nuove prospettive di espansione commerciale, Maddy che era sola in Italia, la soddisfazione di mio padre per il buon lavoro che avevo svolto.Tenevo la mente lontana da altri ricordi, non volevo assolutamente rivivere l'orribile esperienza di quella terribile notte; ero in vacanza e desideravo essere felice. Quando ebbi finito, mi alzai da tavola, uscii dal locale e mi avviai lungo rue d'Antibes. Camminavo osservando i passanti e di tanto in tanto sbirciando qualche vetrina. Si era levato un vento fresco e la temperatura era calata, ma la serata continuava a mantenersi stupenda: il cielo costellato di stelle si stagliava nitidamente sulla città, non lontano da lì il mare riposava tranquillo, cullato dalle carezze della brezza. Entrai in un bistrot per bere una birra. Mi accomodai a un tavolino vicino all'entrata e accesi una sigaretta. Stavo fumando pigramente, persa nel mio mondo personale, quando notai una ragazza che mi fissava. Incuriosita, ricambiai lo sguardo. Era bionda, con lunghi capelli che le scendevano sulle spalle; aveva gli occhi scuri, ma la sala era scarsamente illuminata e non riuscivo a decifrarne il colore; era molto attraente. Le rivolsi un sorriso, e lei si alzò, avvicinandosi al mio tavolo. Mi chiese se poteva farmi compagnia, e io con un gesto della mano la invitai ad accomodarsi. Si chiamava Isabelle. Era di Cannes e aveva all'incirca la mia età, lavorava in un negozio di dischi, amava la musica e il cinema, soprattutto i film noir. Parlammo piacevolmente, scambiandoci le nostre diverse esperienze; la colpii quando le dissi che adoravo i vecchi film francesi con Alain Delon, Jean Gabin e Jean Paul Belmondo. Isabelle replicò, asserendo che stravedeva per Mirelle Darc e Nathalie Delon. "Che splendide donne.", commentò mentre gli occhi le brillavano. Erano marroni con qualche ombra verde. "Ma io amo anche le italiane!", si affrettò ad aggiungere. "Monica Bellucci e poi una bionda di cui non ricordo il nome... " Mi rivolse un sorriso enigmatico e disse: "Io sono attratta dalle donne bionde... bionde come me." Si trattava di un messaggio inequivocabile: se prima avevo nutrito solo qualche vago sospetto, adesso avevo la certezza: era come me. Si accese una Gitane, aspirò una boccata di fumo e me lo soffiò in faccia. "Allora italiana, che ne dici: vuoi vedere i miei dischi? Ho tutti gli album dei Metallica. Non abito lontano da qui." Io rimasi in silenzio. Isabella era bella e provocante; intuivo lo spessore dei seni nascosti dal suo maglione azzurro, avevo notato le gambe slanciate e la figura aggraziata. Inoltre, era affascinante. Mi piaceva come muoveva le mani, il suo modo di ridere lievemente roco, lo sguardo a volte sfrontato, la naturalezza dei gesti e una leggera malizia di fondo, che a tratti veniva a galla. Ero turbata. Mi toccò un braccio. "Non essere timida, italiana." Andare a casa sua... un brivido mi attraversò. Volevo farlo. Immaginavo i baci che ci saremmo scambiate, le carezze sempre più audaci, il contatto dei nostri corpi, e infine la conclusione: nude in un letto percorso da travolgente passione. Avrei tradito Maddalena! Questo pensiero mi angosciava. Non potevo deludere la persona che amavo e da cui ero totalmente ricambiata. Tuttavia, non l'avrebbe mai saputo. Sarebbe rimasto il segreto di una notte a Cannes, un segreto condiviso unicamente da me e Isabelle. Ma avrei potuto guardarla ancora limpidamente negli occhi? Avrei accettato la mia menzogna? La bionda francese mi osservava, aspettando una risposta. Ero combattuta e non riuscivo a prendere una decisione. Un pensiero si affacciò alla mia mente: Maddy non lo farebbe mai! Ribattei stizzita a me stessa: ma io non sono Maddy, sono Alessandra! Isabelle interruppe quel combattimento interiore. "Vieni, italienne." Mi prese per mano e si alzò.
Io avevo deciso di non seguirla, l'avrei ringraziata e sarei tornata in albergo; ma il contatto con la sua mano fu simile a una scossa elettrica. Mi resi conto che la desideravo pazzamente. Sapevo che avrei pagato un prezzo per questa scelta, ed ero consapevolmente disposta a pagarlo. Uscii con lei in strada. Faceva più freddo, adesso, e mi strinsi nel giubbotto. Il suo appartamentino era in una viuzza dietro all'hotel Carlton. Piccolo e piuttosto spartano, tuttavia emenava allegria e gioia di vivere. Un grande poster di Sophie Marceau occupava quasi un'intera parete, foto sue e di vari gruppi musicali erano disposte con simpatico disordine. Esaminai quelle che la ritraevano: in costume da bagno, su una pista da sci, ad una festa, mentre giocava a tennis con un'adorabile gonnellina. Non ebbi tempo per osservare i Metallica o gli Iron Maiden; Isabelle mi abbracciò e cercò la mia bocca. Aveva un profumo molto buono, delicato, che mi inebriava; mi sentivo stordita e ansiosa; i sensi di colpa erano scomparsi, come inghiottiti dalla notte: sarebbero certamente tornati, ma al momento non esistevano più. Erano cancellati dalla lavagna mentale. Dopo il primo, lunghissimo, bacio ci spogliammo febbrilmente. Isabelle aveva un corpo stupendo, proporzionato, con magnifici seni sodi ed eretti, gambe snelle ma tornite, spalle splendidamente disegnate. Era un pò più piccola di me, forse quattro o cinque centimetri. Il letto non era molto spazioso per i miei standard, ma ci garantì un'intimità ancora maggiore. Fui sopra di lei e incominciai a sfiorarle i seni con le labbra, quindi con la lingua. Lei gemeva piano. Mentre la mia mano le accarezzava il pube, fui raggiunta da uno strano pensiero: mi trovavo meglio con Isabelle rispetto a Maddy, il suo corpo era simile al mio, quello di Maddalena, invece, era molto diverso. Ma dimenticai presto quelle considerazioni confuse. Giocai delicatamente con il suo clitoride e la vidi godere, rossa in viso ed ansimante; entrai in lei con tutta la mano, e si mise a gridare. La baciai avidamente, mentre continuava a venire. Ero eccitatissima. Quando fu il suo turno di darmi piacere, ìniziò a baciarmi dappertutto, partì dai piedi per risalire ai polpacci, alle cosce, al ventre, ai seni. A un tratto si girò e si sdraiò su di me. Sentivo la sua lingua dentro, era di un'abilità sorprendente; ricambiai, mentre l'orgasmo mi investiva. E poi accadde: al primo orgasmo ne subentrò un secondo, e quindi un terzo. Pensai di impazzire, mi era successo soltanto una volta nella vita; non riuscivo più a controllare le emozioni, ero come un mare posseduto dal vento, una spiaggia bruciata dal sole, un campo raggiunto dal fuoco. Gridai. Gridai il suo nome. "Isabelle!"
Dormimmo abbracciate nel suo letto, cullate dal tepore della stanza. Ci svegliammo poco dopo l'alba e facemmo nuovamente all'amore, con molta tenerezza. Fuori dei vetri, il sole sorgeva preannunciando una stupenda giornata invernale.

Questa pagina è tratta da "Lesbo è un'isola del Mar Egeo", Borelli Editore.

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lunedì, 20 agosto 2007
Postato da anneheche

laura pausiniIl 13 settembre 2006 scrissi un post in cui annunciavo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo", romanzo che allora stavo editando in rete, sarebbe stato pubblicato, e che naturalmente avrei informato tutti quando il libro sarebbe effettivamente uscito.
Arrivarono molto commenti (e moltissimi messaggi privati), che contenevano promesse di amore eterno, una voglia spasmodica di acquistarlo e naturalmente richieste di dediche. Sono andata a controllare (in realtà non ne avevo bisogno: ma è bene essere precisi) e ho constatato che solo quattro di quella moltitudine di persone hanno comprato (o compreranno a breve) il mio libro. Le altre ignorano che sia stato distribuito, e questo per un motivo assai semplice: sono scomparse da mesi dal mio blog. Rispetto a un anno fa oggi posso dire di avere un numero molto maggiore di amici che vengono a leggermi, tuttavia io non conto i commenti nè misuro il mio sito in base ai numeri. Ogni commento, ogni persona per me sono importanti, e quando qualcuno sparisce mi arreca comunque un dispiacere, piccolo o grande a seconda dell'intimità virtuale che ci legava.
Mi sono interrogata su questo fenomeno, azzardando varie ipotesi, nessuna delle quali mi convince del tutto. Sarebbe interessante conoscere la vostra opinione in proposito, ma NON su di me, non sul mio blog, bensì su voi stessi, perchè credo che la stessa cosa sia successa anche a molti di voi. Qual è la ragione che spinge delle persone che dichiaravano di stravedere per un sito ad abbandonarlo da un giorno con l'altro? Perchè esiste questa aleatorietà, e da cosa dipende?
Mi sembra un tema stimolante, all'inizio della nuova stagione.

"E quante notte perse a piangere
Rileggendo quelle lettere
Che non riesci più a buttare via
Dal labirinto della nostalgia
Grandi amori che finiscono
Ma perché restano nel cuore"

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venerdì, 17 agosto 2007
Postato da anneheche

Davanti al mareLa grande distesa del mare arrivava  sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."

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martedì, 14 agosto 2007
Postato da anneheche

earringVermeerUN RACCONTO DI LUNA70 E ANNEHECHE

Lisa entrò nella galleria d’arte e fissò corrucciata l’orologio. Aveva appuntamento con un’amica che, come al solito era in ritardo. Chissà perché si ostinava a uscire con lei, nonostante poi le toccasse aspettarla per delle ore. Almeno avrebbe potuto dare un’occhiata ai quadri per ammazzare il tempo. Istintivamente si fermò innanzi alla tela di un pittore francese del 1700. Il dipinto ritraeva una giovane donna con gli occhi verdi e le labbra carnose. Non seppe spiegarsi perché ma quel ritratto l’attraeva e inquietava allo stesso tempo. Lesse sulla targhetta di lato che si trattava della marchesa Evelyne de Fleury. All’improvviso fu sopraffatta da una strana sensazione. Sudava freddo e fu sul punto di avere un mancamento. Chiuse gli occhi, appoggiandosi al muro più vicino; le orecchie le ronzavano fastidiosamente e quando quello spiacevole malessere passò e riprese conoscenza, ebbe l’impressione di non trovarsi più nel medesimo tempo e luogo. Era nel corpo di un’altra donna, quello della marchesa per l’appunto. Non seppe spiegarsi il perché di quella intuizione, semplicemente era conscia di essere lei.
Ora si trovava in una stanza da letto finemente arredata, preziosi tendaggi di damasco coprivano le alte finestre e la luce tenue delle candele illuminava appena un volto d’uomo davanti a sé. Sempre inspiegabilmente era certa di conoscere quel viso. Era quello del conte Hector de Vaissière. Si accorse che la presenza di quell’uomo suscitava in lei emozioni contrastanti: paura, attrazione, titubanza, lussuria.
Non si era mai sentita così. D’un tratto il conte le sorrise enigmatico. “Coraggio, mia cara. Non avete nulla da temere; vostro marito non verrà mai a sapere del nostro incontro.” La voce era calda e sensuale e la marchesa ebbe un sussulto prima di rispondere: “Lo spero bene, Hector.” Poi egli le si avvicinò e insinuò la mano all’interno del corpetto di lei. Avvertì le sue dita stuzzicarle i capezzoli e chiuse gli occhi mentre il respiro le si faceva più affannoso. Tutto sommato le voci che correvano sul suo conto non si sbagliavano. Davvero il conte era un amante senza eguali. Il suo povero marito, con tutta la sua buona volontà, non era mai riuscito a mozzarle il fiato in quel modo. Un attimo dopo si ritrovò nuda sul letto con la lingua di lui che percorreva una linea immaginaria sul suo corpo, dall’ombelico fino ad insinuarsi fra le sue gambe. Evelyn gemeva e si contorceva, mentre le solleticava il clitoride. Si sentì sul punto di svenire per il piacere estremo.
Di nuovo percepì quel ronzio nelle orecchie e la vista le si annebbiò. Quando riaprì gli occhi si ritrovò a fissare con aria smarrita il quadro. Adesso era tornata Lisa. Eppure conservava le medesime sensazioni provate dalla marchesa durante l’amplesso, come le avesse vissute realmente. Si ritrovava pervasa da un’eccitazione sessuale incontrollata. Sentì le proprie mutandine completamente bagnate, mentre gli sguardi stupiti dei curiosi, presenti in sala, si posavano su di lei. Doveva essersi lasciata sfuggire un gemito nel momento in cui riviveva quella scena erotica. Ma perché quel quadro aveva evocato in lei quella situazione?

Non avrebbe mai saputo spiegarsene il motivo, ma il giorno dopo entrò in una libreria. Lanciò uno sguardo distratto alle ultime novità: il nuovo romanzo di Moccia, il libro ambientato sul Nilo di Wilbur Smith, l'annunciato best seller di Isabella Santacroce. Ignorò le opere di due esordienti, "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" di Alessandra Bianchi e "La Rosa di Parigi" di Luna70, per dirigersi verso il settore che ospitava principalmente autobiografie di artisti. Passò in rassegna i tomi, e quando era sul punto di arrendersi, finalmente lo vide. Con mani tremanti tolse il volume dallo scaffale e lo sfogliò. Poi, senza indugiare, si diresse alla cassa, tirò fuori dalla borsetta la carta di credito e lo acquistò.Quella sera si coricò presto, tuttavia non per dormire. Suo marito era all'estero per lavoro; nella casa regnavano tranquillità e silenzio. Prese il libro e incominciò a leggere. Le ore volavano, mentre scopriva la vita del pittore, i suoi sogni, i successi e le delusioni. A un tratto impallidì. Era arrivata a un nuovo capitolo che diceva:

"Sono molto contento della sempre maggiore intimità che si è stabilita fra me e l'affascinante marchesa Evelyne de Fleury. E' una dama incantevole, e la circostanza che mi abbia offerto la sua amicizia mi colma il cuore di gioia. Naturalmente nutro il più profondo rispetto per lei e non oserei mai perdermi in sogni troppo arditi, benchè la sua vicinanza e la straordinaria avvenenza che la contraddistingue a volte riescano a turbarmi, rimescolandomi il sangue e portandomi a formulare pensieri troppo audaci. Ma sono solo sogni, e destinati a rimanere tali.
Piuttosto intendo riferire un fatto assolutamente singolare: oggi la marchesa si è confidata con me, aprendomi la sua nobile anima e devo dire che ciò che ho appreso mi ha turbato e lasciato alquanto perplesso. Nè ho motivo di dubitare delle sue parole, sebbene siano talmente straordinarie da apparire quasi inverosimili. La dama mi ha detto, con aperto candore, che mentre posava per me, un mattino
radioso di sole e di luce, fu attraversata da pensieri strani, sconcertanti, simili a un sogno con la sostanziale differenza che, se di sogno si trattava, era tuttavia un sogno ad occhi aperti. Una parte di lei rimaneva vigile, attenta al mio lavoro, impegnata a conservare la giusta postura e a mantenere composti i lineamenti del viso; ma un'altra parte, oscura e indecifrabile, vedeva una grande città. Era diversa da qualsiasi luogo avesse mai osservato in vita sua: le strade erano percorse da carrozze che procedevano senza cavalli, una quantità di persone camminavano in fretta, quasi senza decoro, agghindate in guise singolari, spesso non confacenti alla dignità. Le donne mostravano le gambe quasi sino all'inguine! La sua attenzione fu catturata da una giovane che sedeva su una panchina, nel mezzo di un grande parco. Sapeva che si chiamava Lisa, ne era certa, benchè questa sicurezza la sconcertasse. Lisa era molto attraente, ma aveva il corpo pieno di volgari tatuaggi, simili a quelli dei marinai. La marchesa li poteva scorgere distintamente, dato che la fanciulla indossava vesti talmente succinte (e bizzarre) da apparire quasi nuda. Un giovane le si avvicinò, prendendo posto accanto a lei. Nello stesso modo in cui la marchesa Evelyne de Fleury conosceva il suo nome, sapeva altresì che quel giovanotto non era il marito di Lisa. I due si baciarono, senza ritegno, alla luce del sole; poi una mano dell'uomo si posò sul seno, l'altra sulle cosce. Lisa trasalì, e la marchesa mi disse che aveva provato le stesse sensazioni di quella giovane, emozioni fortissime, ineguagliabili. Qui si arrestò perchè non poteva spingersi oltre nella narrazione, se non al prezzo di scivolare nella volgarità. Io compresi il suo riserbo e non posi domande, chè non intendevo apparire sconveniente. Evelyne de Fleury concluse il suo racconto (ripeto: inverosimile, tuttavia degno di fede in quanto uscito dalle sue nobili labbra), dicendo che a un tratto aveva provato un forte ronzio alle orecchie, la vista le si era annebbiata per un istante; quindi la visione era svanita. Se non avessi ascoltato personalmente questa storia, confesso che non vi presterei fede. Misteri dell'anima umana!"

Lisa chiuse il libro e si alzò. Scalza, attraversò la stanza dirigendosi verso la finestra. La notte era tiepida; nel cielo brillavano mille stelle.
La ragazza era fortemente turbata. Non riusciva a credere a quanto aveva appena letto. Quale misterioso legame la univa a Evelyne de Fleury
?

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