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Caterina tornò a casa il giorno dopo, a pomeriggio inoltrato. Suo padre avvisò immediatamente i carabinieri; durante la notte li aveva tempestati di telefonate, in preda alla disperazione più nera. Il pover uomo si era spinto da solo nel bosco, munito di una torcia elettrica, ma benchè lo avesse esplorato a fondo, perlustrando in ogni direzione, non era riuscito a trovare tracce di sua figlia. L'opinione delle forze dell'ordine era che fosse stata rapita. La mamma di Caterina aveva trascorso quelle ore terribili camminando avanti e indietro tra camera e soggiorno. Caterina era una bambina buona e tranquilla: non riusciva ad immaginare che fosse fuggita di casa. Quindi, doveva esserle successo qualcosa di tremendo.
La perdonarono subito. Troppo forte era il sollievo di rivederla per indulgere a rimproveri o a castighi; le avrebbero parlato più avanti, con calma, spiegandole che si era comportata in modo avventato, e cercando di capire i motivi che l'avevano spinta a disobbedire agli ammonimenti paterni, spingendosi da sola nel bosco. Era stata fortunata a tornare sana e salva, ma la cosa non si sarebbe mai più dovuta ripetere. Caterina avrebbe capito.
Quella sera, a cena, la bambina parlò pochissimo; pallida e assorta, spiluccò svogliatamente il cibo, e poi andò subito a dormire. In genere, insisteva per guardare un pò di televisione: evidentemente era molto provata; una buona dormita e sarebbe tornata allegra e piena di vita. La notte calò, fredda e oscura; fuori dei vetri della casa, si udiva il suono del vento che bisbigliava agli alberi. Verso l'una di notte, improvvisa, la luna emerse da un banco di nubi, diffondendo una luce sbiadita, che si dissolveva in lontananza. Nella loro stanza, i genitori di Caterina dormivano.
A un tratto la porta si aprì.
Caterina entrò nella camera. Si avvicinò lentamente al letto dei genitori. Dalla finestra entrava una pallida luce che emergeva a stento nella notte buia e priva di stelle. La bambina fissò a lungo le silhouette del padre e della madre. L'uomo dormiva su un fianco, russava lievemente, aveva un braccio piegato sotto al cuscino. La donna riposava tranquilla, perfettamente immobile, con l'ombra di un sorriso disegnata sul volto; probabilmente stava sognando, e il sogno doveva essere bello. Erano fisionomie che da sempre le erano care: rappresentavano la parte più bella della sua ancor giovane vita. Dopo alcuni minuti, la bambina parve scuotersi. Era rimasta ferma come una statua, persa in chissà quali strani pensieri, in viaggio verso mondi remoti e sconosciuti; aveva guardato senza vedere, o forse aveva osservato l'aura che emanava dai due dormienti. Si chinò in direzione del padre. Nel cielo, la luna si liberò di alcune nubi, e la luce diventò più intensa; il silenzio era assoluto, interrotto soltanto dal sibilo del vento. Poi da lontano giunse un rumore strano: poteva essere l'ululato di un lupo o il richiamo di qualche malvagia creatura delle tenebre. Caterina portò la bocca all'altezza della gola del padre; per farlo fu costretta ad alzarsi in punta di piedi. Esitò per un istante, come se fosse in preda ad un combattimento interiore, quindi affondò i denti acuminati nella carne dell'uomo. Ignorò il suo urlo di dolore, e rafforzò la presa sino ad ucciderlo. Poi fece il giro del letto, per dedicarsi alla madre. La povera donna era stata risvegliata dal grido del marito; ancora assonnata e confusa, non fu in grado di difendersi. I denti di Caterina le lacerarono la carotide.
La bambina si allontanò di qualche passo dal letto. Osservò senza interesse la scena che aveva davanti agli occhi. La notte la attendeva. Si voltò e abbandonò la stanza.
Il cielo era tanto bello da far male al cuore. Si stagliava azzurro, solcato da qualche pigra nube che il vento del sud sospingeva lentamente verso settentrione. Nel giardino si respirava aria di primavera: fiori dai mille colori sprigionavano fragranze squisite; l’erba tenera e verde del prato assaporava la carezza del sole, simile a quella di un delicato amante; piccoli animaletti uscivano furtivamente dal bosco per godere anch’essi di quella stupenda giornata di maggio.
Caterina sapeva che poteva giocare nel giardino, ma che non doveva entrare nel bosco. Suo padre era stato categorico al riguardo.
D’inverno il bosco si ammantava di neve, la sera scendeva presto, la tramontana fischiava scuotendo le cime degli alberi. In quella stagione Caterina non si sarebbe mai avventurata in quell’intrico di tronchi d’infinite fogge e dimensioni. C’era un sentiero che si insinuava nel folto della macchia boscosa; all'inizio era largo e diritto, ma poi procedeva serpeggiante, disegnando curve, avanzando a zig zag, a tratti retrocedendo. In certi punti si incrociava con altre piste che sembravano scaturire dal nulla. Il terreno ora scendeva ripido, ora si mostrava pianeggiante. A volte era impossibile proseguire perché la via era ostruita da cespugli, grandi sassi, fossati che nascondevano mille insidie.
Ma in primavera, con la luce del sole, la bambina non aveva paura.
Volse lo sguardo verso il bosco. Curiosità e spirito di trasgressione, in pari misura, la sospingevano irresistibilmente in quella direzione. Suo padre era al lavoro e non lo avrebbe mai saputo. La mamma stava facendo il bucato.
Con passi dapprima esitanti, poi man mano più decisi, Caterina si avviò.
Il bosco la accolse come un vecchio amico. I raggi del sole filtravano attraverso le fronde degli alberi, illuminando piacevolmente il sentiero e rendendo tranquillo e sicuro il cammino. Caterina procedeva di buon passo, assaporando il profumo della resina e dei fiori selvatici. La pista che seguiva incominciò a salire, inizialmente in modo graduale quindi sempre più ripidamente, per poi improvvisamente scendere. Alla fine il sentiero tornò ad essere pianeggiante, e dopo aver effettuato una curva che parve interminabile, puntò direttamente verso il cuore del bosco. Il tetto di alberi si infittiva sempre più e la luce del sole ora arrivava incerta. L’aria si era fatta fredda; il vento aveva cambiato direzione: adesso sembrava soffiare da settentrione.
Caterina decise di rincasare. Tornò sui suoi passi, ma a un tratto si rese conto con sgomento che si era persa. Il sentiero scendeva nuovamente, tuttavia non era lo stesso di prima. Era stretto, pieno di solchi; a stento trovava un passaggio fra gli alberi. Un ramo graffiò la bambina. Benché la sera fosse ancora lontana, il buio calava minacciosamente, creando zone misteriose e oscure appena ai margini della pista. Caterina iniziò a sentirsi inquieta. Non era ancora paura vera e propria, ma uno stato d’animo che si avvicinava molto al timore. Si guardava ansiosamente intorno, temendo di scorgere qualche essere oscuro e maligno. Ma non era una sciocca: “questa non è una fiaba del terrore”, pensò. “Devo solo trovare il modo di uscire di qui”.
Nei boschi esistono molte creature. La maggior parte di loro è buona e inoffensiva, animaletti curiosi e avidi di cibo, antichi alberi colmi di profonda saggezza, ruscelli che scorrono insensibili alle miserie umane. Ma ci sono anche spiriti malvagi. L’essere percepì distintamente la presenza della bambina, fiutò la sua paura, individuò i suoi passi. E si mosse per andare a prenderla.
Caterina si era smarrita definitivamente. Per quanto si sforzasse, non riusciva più a imboccare il sentiero che l’avrebbe riportata a casa. Ne aveva seguiti due, ma entrambi conducevano nel folto del bosco per poi svanire all’improvviso. Era tornata indietro senza perdersi d’animo, tuttavia adesso era stanca. La paura montava in lei, simile a una presenza viscida e opprimente. Si lasciò cadere per terra, prendendosi la testa fra le mani. Se solo avesse ascoltato gli ammonimenti di suo padre!
La sera incominciava a incombere. Ombre cupe sembravano muoversi fra gli alberi, sussurri di paura venivano portati dal vento del nord, rumori inquietanti aleggiavano nell’aria.
Caterina incominciò a piangere.
Poi si rese conto che piangere non sarebbe servito a nulla. Con il senso pratico dei bambini, capì che il tempo stava passando, che sarebbe arrivata la notte, e che non avrebbe più ritrovato la via di casa. Forse suo padre sarebbe venuta a cercarla, ma era da dimostrare che l'avrebbe trovata. Doveva muoversi ora. Si rialzò e si guardò attorno. Il buio calava rapidamente; la luce del giorno svaniva. Strani rumori venivano portati dal vento. Rumori di passi ancora lontani, ma che tuttavia si avvicinavano. Era il papà? No. Non avrebbe mai saputo spiegarsene la ragione, ma sapeva che quei rumori, quei passi, non appartenevano a lui. Inclinò la testa, concentrandosi e ascoltando con attenzione. I passi arrivavano da destra, e adesso sembravano molto vicini; forse, appena dietro a quel gruppo di alberi.
Caterina si girò e incominciò a correre nella direzione opposta.
Il racconto si concluderà con la prossima puntata.
Li svegliarono prima dell'alba. Il tempo di scendere dalla branda e di stropicciarsi le mani per il freddo, e furono sospinti fuori, nel gelo quasi irreale della steppa. Il cielo era ancora buio, solo molto lontano, a oriente, si andava tratteggiando una pallida striscia di luce, che poteva forse confondersi con la luminiscenza opaca di una stella morente. Camminarono in fila, uno dietro l'altro, tremando di freddo e di paura. Le guardie, pesantemente vestite, li pungolavano con i fucili, incitandoli ad accelerare il passo. Raggiunto uno spiazzo, dove la neve era stata spazzata via, li fecero fermare, allineandoli in un'unica fila. L'ufficiale che comandava il plotone di esecuzione diede l'ordine di prepararsi al fuoco. Era un uomo alto, imponente, i capelli biondi tagliati corti, baffi folti e ben curati, occhi di un azzurro color del ghiaccio. Con un sorriso sprezzante, osservò i volti angosciati dei condannati, le espressioni sgomente, gli sguardi terrorizzati. Si accese un sigaro e aspirò una boccata di fumo, quindi fece un cenno con la testa. Fedor teneva il capo chino; indifferente ai preparativi dei soldati, aveva calcolato di avere ancora un minuto da vivere, ed era impegnato a suddividere quel minuto in venti immagini. Tre secondi per immagine, questo aveva stabilito. Un minuto poteva essere un'eternità: spesso, in un'esistenza normale, non ci si rendeva conto del reale valore del tempo; di quante cose si potessero fare in sessanta secondi. Riservò il primo pensiero all'infanzia, sensazioni più che ricordi, l'odore del latte materno, la forma dei seni di sua madre, un volo di piccioni nel cielo azzurro percorso dai raggi del sole. Poi, la prima volta che era andato a letto con una donna, lo stupore di un ragazzo davanti a quello splendido corpo, il profumo di lei, i baci appassionati, l'esplorazioni di luoghi fino a quel giorno sconosciuti e bellissimi. Una bevuta fra amici, risate, canzoni cantate alla luna, pacche sulle spalle e strette di mano, la complicità maschile.
Presto, il tempo stringe!, pensò Fedor. E, allora, ecco: il suo unico, grande amore, lunghi capelli biondi, sereni occhi celesti, lineamenti fini e delicati, un corpo sottile da accudire e proteggere. Forse, aveva sbagliato i calcoli: soltanto quattro ricordi, e il minuto era già trascorso. I soldati puntarono i fucili, in attesa del comando di sparare. Fedor distolse lo sguardo, fissandolo sull'immensa distesa di neve che si prolungava fino alll'orizzonte. Più che paura, provava un forte senso di amarezza, dovuto al fatto che era innocente: abbracciare con il pensiero le giuste idee progressiste non significava avere ucciso. Egli non si era mai macchiato del sangue di alcuno.
A un tratto, udì un suono assurdo, un rumore che in quel frangente era assolutamente privo di significato: la risata di un uomo. Si guardò attorno. Un suo compagno era improvvisamente incanutito, un altro aveva il volto stravolto dalla pazzia, un terzo era scivolato per terra, simile a un fantoccio vuoto. Piantato a gambe larghe davanti a loro, l'ufficiale rideva. "Per ordine dello zar", annunciò soddisfatto, "da ieri le condanne a morte sono state abolite!" Si voltò, raddrizzando le spalle in modo arrogante, e si allontanò dallo spiazzo. Fedor lo guardò andar via. Non è questo che ha insegnato Gesù!, fu il suo pensiero. Le guardie intonarono un coro, forse per vincere il freddo. Poi i prigionieri furono riportati alle baracche.
Questo episodio è realmente accaduto. A Fedor Michajlovic Dostoevskij.
Il vecchio sedeva su una panchina del parco comunale. Attorno a lui, alcuni bambini giocavano a pallone, strillando e litigando per ogni presunto fallo commesso; poco più distante, due mamme sospingevano le rispettive carrozzine, chiacchierando in tono sommesso e lieve. Benchè fosse una bella giornata di sole, allietata da un cielo incredibilmente azzurro, faceva molto freddo. Il vecchio si strinse nel liso cappotto di Loden, che non cambiava più da quando era morta sua moglie. Cercava di godersi gli ultimi raggi di quel pomeriggio invernale, e la sua mente distratta vagava senza un percorso stabilito; non pensieri, piuttosto frammenti di passato che filtravano dalla memoria in ordine sparso, a volte addirittura in modo incongruo. Le serate di maggio, avvolte nella tiepida aria primaverile; gli occhi scuri delle ragazze che si avviavano alla funzione tenendosi sottobraccio; l'odore dei campi che rilasciava il sapore del sole fin lì trattenuto. E poi Marta. Era la più bella fra loro. Se il vecchio si concentrava riusciva ancora a scorgerne il profilo nella mente, la cascata di capelli scuri, ricci e ribelli, il sorriso che aveva una nota vagamente sfrontata e irridente, ma che nello spazio di un breve istante sapeva trasformarsi in un'espressione che pareva contenere tutta la dolcezza di questo mondo. Il vecchio non rammentava più quando si erano scambiati il primo bacio; tuttavia, sebbene fosse simile a un'onda uguale a moltitudini di altre, ne conservava intatto il ricordo: le labbra dapprima timide e incerte, quasi timorose di congiungersi; il profumo della bocca di lei; la passione che improvvisa divampava nel basso ventre di lui. Gli ultimi raggi di sole illuminarono un rettangolo di prato, ritagliando una zona luminosa, mentre il resto del parco si avviava al congiungimento con la sera. I bimbi lasciarono la loro partita in sospeso, rimandandola all'indomani; le mamme si allontanarono, dirette ai preparativi per la cena. Un soffio di vento freddo calò improvviso dalla montagna che sovrastava il paese. Ma il vecchio rimase seduto ancora un pò. Impressioni sfilacciate nella mente. Lampi di passato che emergevano, crudeli come squali. Altri più dolci. Il pensiero della morte della moglie allontanato a viva forza dalla soglia del cervello, cacciato, bandito. Sostituito infine da altri ricordi sfilacciati, tramonti e albe, il respiro del mare e i colori di un bosco autunnale...tappeti di foglie e grandi alberi spogli. La lontana musica di un organo in una chiesa ormai dimenticata. Ed eccoli nuovamente: gli artigli della disperazione che lo avevano ghermito quando aveva sentito quelle parole. Prognosi infausta. Il sorriso di Marta. Il vuoto lasciato da Marta. "No, non pensare!", si disse il vecchio, alzandosi dalla panchina.
LA SETA DEL RAGNO (elementum.splinder.com):
Versi liberi tra emozioni riflesse di baci,
di albe tra candele, sfumature di sogni,
cuori sospesi tra piume,
liberamente legati su sospiri in sguardi.
Rumorosi silenzi sciolgono dubbi
prodigi di stagioni
anelli, di quello che vedi
ricami, quell'imbarazzante andare
che sanguina tra ragioni che non esistono.
Parole sospirate tra ondeggianti capelli
l'amore in traettorie diseguali
tra cieli, mare, venti e suggestive note...
respiro , rappreso nel cuore, uno scomodo coagulo,
tra lacrime cerco sorrisi
nella vita distratta,
Con rabbia cammino nel sogno
scivolo tra silenzi
come chi sà, ha provato
ma la vita non ha concesso...
di chi sa che tra infinite
sarà l'unica rosa
sbocciata nell'arido deserto
che con silenziosa rabbia, urla l'amore d'amare
Maddy non poteva assentarsi dall'ufficio, perciò partii da sola alla volta di Cannes. Solo quattro giorni. Quattro giorni di mare, di relax e di tiepido clima invernale. Volevo passeggiare con calma, godendomi l'incanto della Croisette. Volevo girare per la città vecchia, esplorando antichi ricordi che risalivano al tempo in cui era una roccaforte che doveva difendersi dai pirati saraceni. Sedermi nei bistrot e osservare la gente, cercando di captare i discorsi che le persone facevano per il solo gusto di immaginarmi la loro vita. Camminare scalza sulla spiaggia, ascoltando il suono del vento e delle onde; alzare gli occhi al cielo per scorgere l'azzurro immacolato tanto diverso dal grigiore di Milano. Soprattutto, volevo ritrovare definitivamente me stessa.
La seconda sera andai a mangiare da Pierrot, il mio ristorante preferito. Era inverno e quindi ordinai le ostriche. Cenai tranquillamente, immersa in molteplici pensieri: la trasferta giapponese e le nuove prospettive di espansione commerciale, Maddy che era sola in Italia, la soddisfazione di mio padre per il buon lavoro che avevo svolto.Tenevo la mente lontana da altri ricordi, non volevo assolutamente rivivere l'orribile esperienza di quella terribile notte; ero in vacanza e desideravo essere felice. Quando ebbi finito, mi alzai da tavola, uscii dal locale e mi avviai lungo rue d'Antibes. Camminavo osservando i passanti e di tanto in tanto sbirciando qualche vetrina. Si era levato un vento fresco e la temperatura era calata, ma la serata continuava a mantenersi stupenda: il cielo costellato di stelle si stagliava nitidamente sulla città, non lontano da lì il mare riposava tranquillo, cullato dalle carezze della brezza. Entrai in un bistrot per bere una birra. Mi accomodai a un tavolino vicino all'entrata e accesi una sigaretta. Stavo fumando pigramente, persa nel mio mondo personale, quando notai una ragazza che mi fissava. Incuriosita, ricambiai lo sguardo. Era bionda, con lunghi capelli che le scendevano sulle spalle; aveva gli occhi scuri, ma la sala era scarsamente illuminata e non riuscivo a decifrarne il colore; era molto attraente. Le rivolsi un sorriso, e lei si alzò, avvicinandosi al mio tavolo. Mi chiese se poteva farmi compagnia, e io con un gesto della mano la invitai ad accomodarsi. Si chiamava Isabelle. Era di Cannes e aveva all'incirca la mia età, lavorava in un negozio di dischi, amava la musica e il cinema, soprattutto i film noir. Parlammo piacevolmente, scambiandoci le nostre diverse esperienze; la colpii quando le dissi che adoravo i vecchi film francesi con Alain Delon, Jean Gabin e Jean Paul Belmondo. Isabelle replicò, asserendo che stravedeva per Mirelle Darc e Nathalie Delon. "Che splendide donne.", commentò mentre gli occhi le brillavano. Erano marroni con qualche ombra verde. "Ma io amo anche le italiane!", si affrettò ad aggiungere. "Monica Bellucci e poi una bionda di cui non ricordo il nome... " Mi rivolse un sorriso enigmatico e disse: "Io sono attratta dalle donne bionde... bionde come me." Si trattava di un messaggio inequivocabile: se prima avevo nutrito solo qualche vago sospetto, adesso avevo la certezza: era come me. Si accese una Gitane, aspirò una boccata di fumo e me lo soffiò in faccia. "Allora italiana, che ne dici: vuoi vedere i miei dischi? Ho tutti gli album dei Metallica. Non abito lontano da qui." Io rimasi in silenzio. Isabella era bella e provocante; intuivo lo spessore dei seni nascosti dal suo maglione azzurro, avevo notato le gambe slanciate e la figura aggraziata. Inoltre, era affascinante. Mi piaceva come muoveva le mani, il suo modo di ridere lievemente roco, lo sguardo a volte sfrontato, la naturalezza dei gesti e una leggera malizia di fondo, che a tratti veniva a galla. Ero turbata. Mi toccò un braccio. "Non essere timida, italiana." Andare a casa sua... un brivido mi attraversò. Volevo farlo. Immaginavo i baci che ci saremmo scambiate, le carezze sempre più audaci, il contatto dei nostri corpi, e infine la conclusione: nude in un letto percorso da travolgente passione. Avrei tradito Maddalena! Questo pensiero mi angosciava. Non potevo deludere la persona che amavo e da cui ero totalmente ricambiata. Tuttavia, non l'avrebbe mai saputo. Sarebbe rimasto il segreto di una notte a Cannes, un segreto condiviso unicamente da me e Isabelle. Ma avrei potuto guardarla ancora limpidamente negli occhi? Avrei accettato la mia menzogna? La bionda francese mi osservava, aspettando una risposta. Ero combattuta e non riuscivo a prendere una decisione. Un pensiero si affacciò alla mia mente: Maddy non lo farebbe mai! Ribattei stizzita a me stessa: ma io non sono Maddy, sono Alessandra! Isabelle interruppe quel combattimento interiore. "Vieni, italienne." Mi prese per mano e si alzò.
Io avevo deciso di non seguirla, l'avrei ringraziata e sarei tornata in albergo; ma il contatto con la sua mano fu simile a una scossa elettrica. Mi resi conto che la desideravo pazzamente. Sapevo che avrei pagato un prezzo per questa scelta, ed ero consapevolmente disposta a pagarlo. Uscii con lei in strada. Faceva più freddo, adesso, e mi strinsi nel giubbotto. Il suo appartamentino era in una viuzza dietro all'hotel Carlton. Piccolo e piuttosto spartano, tuttavia emenava allegria e gioia di vivere. Un grande poster di Sophie Marceau occupava quasi un'intera parete, foto sue e di vari gruppi musicali erano disposte con simpatico disordine. Esaminai quelle che la ritraevano: in costume da bagno, su una pista da sci, ad una festa, mentre giocava a tennis con un'adorabile gonnellina. Non ebbi tempo per osservare i Metallica o gli Iron Maiden; Isabelle mi abbracciò e cercò la mia bocca. Aveva un profumo molto buono, delicato, che mi inebriava; mi sentivo stordita e ansiosa; i sensi di colpa erano scomparsi, come inghiottiti dalla notte: sarebbero certamente tornati, ma al momento non esistevano più. Erano cancellati dalla lavagna mentale. Dopo il primo, lunghissimo, bacio ci spogliammo febbrilmente. Isabelle aveva un corpo stupendo, proporzionato, con magnifici seni sodi ed eretti, gambe snelle ma tornite, spalle splendidamente disegnate. Era un pò più piccola di me, forse quattro o cinque centimetri. Il letto non era molto spazioso per i miei standard, ma ci garantì un'intimità ancora maggiore. Fui sopra di lei e incominciai a sfiorarle i seni con le labbra, quindi con la lingua. Lei gemeva piano. Mentre la mia mano le accarezzava il pube, fui raggiunta da uno strano pensiero: mi trovavo meglio con Isabelle rispetto a Maddy, il suo corpo era simile al mio, quello di Maddalena, invece, era molto diverso. Ma dimenticai presto quelle considerazioni confuse. Giocai delicatamente con il suo clitoride e la vidi godere, rossa in viso ed ansimante; entrai in lei con tutta la mano, e si mise a gridare. La baciai avidamente, mentre continuava a venire. Ero eccitatissima. Quando fu il suo turno di darmi piacere, ìniziò a baciarmi dappertutto, partì dai piedi per risalire ai polpacci, alle cosce, al ventre, ai seni. A un tratto si girò e si sdraiò su di me. Sentivo la sua lingua dentro, era di un'abilità sorprendente; ricambiai, mentre l'orgasmo mi investiva. E poi accadde: al primo orgasmo ne subentrò un secondo, e quindi un terzo. Pensai di impazzire, mi era successo soltanto una volta nella vita; non riuscivo più a controllare le emozioni, ero come un mare posseduto dal vento, una spiaggia bruciata dal sole, un campo raggiunto dal fuoco. Gridai. Gridai il suo nome. "Isabelle!"
Dormimmo abbracciate nel suo letto, cullate dal tepore della stanza. Ci svegliammo poco dopo l'alba e facemmo nuovamente all'amore, con molta tenerezza. Fuori dei vetri, il sole sorgeva preannunciando una stupenda giornata invernale.
Questa pagina è tratta da "Lesbo è un'isola del Mar Egeo", Borelli Editore.
Il 13 settembre 2006 scrissi un post in cui annunciavo che "Lesbo è un'isola del Mar Egeo", romanzo che allora stavo editando in rete, sarebbe stato pubblicato, e che naturalmente avrei informato tutti quando il libro sarebbe effettivamente uscito.
Arrivarono molto commenti (e moltissimi messaggi privati), che contenevano promesse di amore eterno, una voglia spasmodica di acquistarlo e naturalmente richieste di dediche. Sono andata a controllare (in realtà non ne avevo bisogno: ma è bene essere precisi) e ho constatato che solo quattro di quella moltitudine di persone hanno comprato (o compreranno a breve) il mio libro. Le altre ignorano che sia stato distribuito, e questo per un motivo assai semplice: sono scomparse da mesi dal mio blog. Rispetto a un anno fa oggi posso dire di avere un numero molto maggiore di amici che vengono a leggermi, tuttavia io non conto i commenti nè misuro il mio sito in base ai numeri. Ogni commento, ogni persona per me sono importanti, e quando qualcuno sparisce mi arreca comunque un dispiacere, piccolo o grande a seconda dell'intimità virtuale che ci legava.
Mi sono interrogata su questo fenomeno, azzardando varie ipotesi, nessuna delle quali mi convince del tutto. Sarebbe interessante conoscere la vostra opinione in proposito, ma NON su di me, non sul mio blog, bensì su voi stessi, perchè credo che la stessa cosa sia successa anche a molti di voi. Qual è la ragione che spinge delle persone che dichiaravano di stravedere per un sito ad abbandonarlo da un giorno con l'altro? Perchè esiste questa aleatorietà, e da cosa dipende?
Mi sembra un tema stimolante, all'inizio della nuova stagione.
"E quante notte perse a piangere
Rileggendo quelle lettere
Che non riesci più a buttare via
Dal labirinto della nostalgia
Grandi amori che finiscono
Ma perché restano nel cuore"
La grande distesa del mare arrivava sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."
UN RACCONTO DI LUNA70 E ANNEHECHE
Lisa entrò nella galleria d’arte e fissò corrucciata l’orologio. Aveva appuntamento con un’amica che, come al solito era in ritardo. Chissà perché si ostinava a uscire con lei, nonostante poi le toccasse aspettarla per delle ore. Almeno avrebbe potuto dare un’occhiata ai quadri per ammazzare il tempo. Istintivamente si fermò innanzi alla tela di un pittore francese del 1700. Il dipinto ritraeva una giovane donna con gli occhi verdi e le labbra carnose. Non seppe spiegarsi perché ma quel ritratto l’attraeva e inquietava allo stesso tempo. Lesse sulla targhetta di lato che si trattava della marchesa Evelyne de Fleury. All’improvviso fu sopraffatta da una strana sensazione. Sudava freddo e fu sul punto di avere un mancamento. Chiuse gli occhi, appoggiandosi al muro più vicino; le orecchie le ronzavano fastidiosamente e quando quello spiacevole malessere passò e riprese conoscenza, ebbe l’impressione di non trovarsi più nel medesimo tempo e luogo. Era nel corpo di un’altra donna, quello della marchesa per l’appunto. Non seppe spiegarsi il perché di quella intuizione, semplicemente era conscia di essere lei.
Ora si trovava in una stanza da letto finemente arredata, preziosi tendaggi di damasco coprivano le alte finestre e la luce tenue delle candele illuminava appena un volto d’uomo davanti a sé. Sempre inspiegabilmente era certa di conoscere quel viso. Era quello del conte Hector de Vaissière. Si accorse che la presenza di quell’uomo suscitava in lei emozioni contrastanti: paura, attrazione, titubanza, lussuria.
Non si era mai sentita così. D’un tratto il conte le sorrise enigmatico. “Coraggio, mia cara. Non avete nulla da temere; vostro marito non verrà mai a sapere del nostro incontro.” La voce era calda e sensuale e la marchesa ebbe un sussulto prima di rispondere: “Lo spero bene, Hector.” Poi egli le si avvicinò e insinuò la mano all’interno del corpetto di lei. Avvertì le sue dita stuzzicarle i capezzoli e chiuse gli occhi mentre il respiro le si faceva più affannoso. Tutto sommato le voci che correvano sul suo conto non si sbagliavano. Davvero il conte era un amante senza eguali. Il suo povero marito, con tutta la sua buona volontà, non era mai riuscito a mozzarle il fiato in quel modo. Un attimo dopo si ritrovò nuda sul letto con la lingua di lui che percorreva una linea immaginaria sul suo corpo, dall’ombelico fino ad insinuarsi fra le sue gambe. Evelyn gemeva e si contorceva, mentre le solleticava il clitoride. Si sentì sul punto di svenire per il piacere estremo.
Di nuovo percepì quel ronzio nelle orecchie e la vista le si annebbiò. Quando riaprì gli occhi si ritrovò a fissare con aria smarrita il quadro. Adesso era tornata Lisa. Eppure conservava le medesime sensazioni provate dalla marchesa durante l’amplesso, come le avesse vissute realmente. Si ritrovava pervasa da un’eccitazione sessuale incontrollata. Sentì le proprie mutandine completamente bagnate, mentre gli sguardi stupiti dei curiosi, presenti in sala, si posavano su di lei. Doveva essersi lasciata sfuggire un gemito nel momento in cui riviveva quella scena erotica. Ma perché quel quadro aveva evocato in lei quella situazione?
Non avrebbe mai saputo spiegarsene il motivo, ma il giorno dopo entrò in una libreria. Lanciò uno sguardo distratto alle ultime novità: il nuovo romanzo di Moccia, il libro ambientato sul Nilo di Wilbur Smith, l'annunciato best seller di Isabella Santacroce. Ignorò le opere di due esordienti, "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" di Alessandra Bianchi e "La Rosa di Parigi" di Luna70, per dirigersi verso il settore che ospitava principalmente autobiografie di artisti. Passò in rassegna i tomi, e quando era sul punto di arrendersi, finalmente lo vide. Con mani tremanti tolse il volume dallo scaffale e lo sfogliò. Poi, senza indugiare, si diresse alla cassa, tirò fuori dalla borsetta la carta di credito e lo acquistò.Quella sera si coricò presto, tuttavia non per dormire. Suo marito era all'estero per lavoro; nella casa regnavano tranquillità e silenzio. Prese il libro e incominciò a leggere. Le ore volavano, mentre scopriva la vita del pittore, i suoi sogni, i successi e le delusioni. A un tratto impallidì. Era arrivata a un nuovo capitolo che diceva:
"Sono molto contento della sempre maggiore intimità che si è stabilita fra me e l'affascinante marchesa Evelyne de Fleury. E' una dama incantevole, e la circostanza che mi abbia offerto la sua amicizia mi colma il cuore di gioia. Naturalmente nutro il più profondo rispetto per lei e non oserei mai perdermi in sogni troppo arditi, benchè la sua vicinanza e la straordinaria avvenenza che la contraddistingue a volte riescano a turbarmi, rimescolandomi il sangue e portandomi a formulare pensieri troppo audaci. Ma sono solo sogni, e destinati a rimanere tali.
Piuttosto intendo riferire un fatto assolutamente singolare: oggi la marchesa si è confidata con me, aprendomi la sua nobile anima e devo dire che ciò che ho appreso mi ha turbato e lasciato alquanto perplesso. Nè ho motivo di dubitare delle sue parole, sebbene siano talmente straordinarie da apparire quasi inverosimili. La dama mi ha detto, con aperto candore, che mentre posava per me, un mattino radioso di sole e di luce, fu attraversata da pensieri strani, sconcertanti, simili a un sogno con la sostanziale differenza che, se di sogno si trattava, era tuttavia un sogno ad occhi aperti. Una parte di lei rimaneva vigile, attenta al mio lavoro, impegnata a conservare la giusta postura e a mantenere composti i lineamenti del viso; ma un'altra parte, oscura e indecifrabile, vedeva una grande città. Era diversa da qualsiasi luogo avesse mai osservato in vita sua: le strade erano percorse da carrozze che procedevano senza cavalli, una quantità di persone camminavano in fretta, quasi senza decoro, agghindate in guise singolari, spesso non confacenti alla dignità. Le donne mostravano le gambe quasi sino all'inguine! La sua attenzione fu catturata da una giovane che sedeva su una panchina, nel mezzo di un grande parco. Sapeva che si chiamava Lisa, ne era certa, benchè questa sicurezza la sconcertasse. Lisa era molto attraente, ma aveva il corpo pieno di volgari tatuaggi, simili a quelli dei marinai. La marchesa li poteva scorgere distintamente, dato che la fanciulla indossava vesti talmente succinte (e bizzarre) da apparire quasi nuda. Un giovane le si avvicinò, prendendo posto accanto a lei. Nello stesso modo in cui la marchesa Evelyne de Fleury conosceva il suo nome, sapeva altresì che quel giovanotto non era il marito di Lisa. I due si baciarono, senza ritegno, alla luce del sole; poi una mano dell'uomo si posò sul seno, l'altra sulle cosce. Lisa trasalì, e la marchesa mi disse che aveva provato le stesse sensazioni di quella giovane, emozioni fortissime, ineguagliabili. Qui si arrestò perchè non poteva spingersi oltre nella narrazione, se non al prezzo di scivolare nella volgarità. Io compresi il suo riserbo e non posi domande, chè non intendevo apparire sconveniente. Evelyne de Fleury concluse il suo racconto (ripeto: inverosimile, tuttavia degno di fede in quanto uscito dalle sue nobili labbra), dicendo che a un tratto aveva provato un forte ronzio alle orecchie, la vista le si era annebbiata per un istante; quindi la visione era svanita. Se non avessi ascoltato personalmente questa storia, confesso che non vi presterei fede. Misteri dell'anima umana!"
Lisa chiuse il libro e si alzò. Scalza, attraversò la stanza dirigendosi verso la finestra. La notte era tiepida; nel cielo brillavano mille stelle.
La ragazza era fortemente turbata. Non riusciva a credere a quanto aveva appena letto. Quale misterioso legame la univa a Evelyne de Fleury?