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Mentre il corvo si librava in volo, l'uomo nero aprì il mantello e impugnò una spada. La lama balenò al sole del tardo pomeriggio. Visto da vicino, l'essere misterioso appariva ancora più alto e imponente, emanava un'aura crudele e sinistra. Si diresse verso Sughart, ma la dama non si mosse. Rimase ferma, impassibile, lo sguardo fisso su di lui. Il servitore di Dark alzò l'arma, pronto a colpire.
Chiara soffocò un grido. La lama puntava dritta al cuore di Sughart; la dama non sembrava in grado di difendersi, nè di evitare il colpo. Era sempre immobile e non dava segno di voler combattere, posto che avesse potuto farlo, priva com'era di armi. Al cospetto di quel formidabile nemico era piccola e fragile. La spada saettò e parve raggiungerla, tuttavia, un istante prima che questo accadesse, la lama fu investita da un fascio di luce accecante, un bagliore azzurro talmente intenso che costrinse Chiara a chiudere gli occhi. Quando la ragazza li riaprì, l'arma si era dissolta nell'aria. L'uomo nero lanciò un urlo di rabbia.
Ma egli non era un semplice servo: da tempo immemorabile conosceva i più reconditi misteri della magia; i suoi poteri erano vasti e oscuri; di tutti i servitori di Dark era il più malvagio e potente. Si strinse nel manto nero, pronunciando alcune parole in un linguaggio sconosciuto: erano suoni gutturali e cupi, che evocavano immagini di morte. Un istante dopo, si era trasformato in un falco predatore. Volò in alto, descrivendo un ampio cerchio, prima di scendere in picchiata su Sughart, gli artigli protesi a ghermire gli occhi. Tutto si era svolto così rapidamente che Chiara quasi non si rese conto di ciò che stava succedendo. Vide il rapace attaccare la dama bionda, strillò per la paura...poi si accorse che, al posto di Sughart, c'era un maestoso cervo, provvisto di corna lunghe e aguzze. Il falco cambiò traettoria all'ultimo momento, evitando per un soffio di venire incornato.
Scese a terra e diventò un serpente.
DI PASSAGGISEGRETI E ANNEHECHE

ANNEHECHE:
Era un pigro pomeriggio estivo. Nella villa affacciata sulla rada regnava un profondo silenzio, interrotto soltanto dal suono della risacca e dallo stridio di qualche gabbiano. Cristina stava pensando a quanto fosse bello essere in casa da sola, senza la presenza a volte opprimente dei genitori, quando all'improvviso la porta del bagno si aprì. Le mani della ragazza corsero istintivamente a coprire i seni. Vedendo che si trattava di Paola, le sfuggì un'esclamazione di sorpresa. Paola era la domestica e, benchè fossero quasi coetanee, non erano mai entrate in confidenza. Inoltre, quello era il suo giorno di riposo e non avrebbe dovuto trovarsi lì. Cristina provava un oscuro senso di rivalità nei confronti di quella ragazza: malgrado le costasse ammetterlo, la giudicava più bella, più matura, più affascinante. Paola era alta, mora, con forme procaci e uno splendido portamento. Cristina aveva un viso stupendo, ma era più bassa di statura, con un corpo quasi efebico. Qualsiasi ragazzo avrebbe scelto Paola, ne era certa; e questo la irritava profondamente.
Aprì la bocca per invitarla ad uscire immediatamente, ma le parole le morirono in gola. Senza tradire il minimo imbarazzo, la colf aveva incominciato a spogliarsi. Si tolse la gonna, sfilò le scarpe, lasciò a cadere a terra il top. Nel frattempo, i suoi occhi non abbandonavano quelli di Cristina. La ragazza nella vasca da bagno non era mai stata con un'altra donna, si considerava eterosessuale al cento per cento; ma la visione di quel fisico superbo, il gioco seduttivo e intrigante degli sguardi, la sicurezza contagiosa di Paola, la ammaliarono. Non si oppose, quando vide che stava per raggiungerla: le fece spazio, chiedendosi cosa sarebbe successo, anche se sapeva che si trattava di una domanda sciocca. Per un istante provò un brivido di paura. Aveva appena finito di leggere il romanzo d'esordio di una certa Alessandra Bianchi, e in quel libro c'era una scena tremenda che si svolgeva proprio in una vasca da bagno...ma poi il timore fu sostituito da un senso crescente di eccitazione. Le dita di Paola si posarono sui suoi capezzoli. Dapprima in modo delicato, con un movimento circolare, dolce e insistito, che le procurò un brivido di piacere; quindi in maniera più rude, sino a stringerli come in una morsa. Cristina si lasciò sfuggire un gemito di dolore. Paola continuò a lavorare con le dita, alternando gentilezza a crudeltà: a tratti toccava le più profonde corde del desiderio, per poi passare repentinamente a una sorta di gioco sadomaso. Con gli occhi chiusi, Cristina viveva, attimo dopo attimo, quelle sensazioni contrastanti, senza ribellarsi quando l'altra le provocava dolore, ma aspettando che le dita tornassero a vezzeggiarla. Dalla finestra aperta sull'estate giungeva il profumo del mare, che si univa all'odore dell'incenso e al sapore del sole. Nella piccola baia le onde si muovevano lente, cullate dal vento dell'ovest. Le sagome delle barche a vela si profilavano nitidamente nell'incanto di quella magnifica giornata. Ma, qualora avesse avuto la possibilità di scegliere, quale immagine un ispirato pittore avrebbe deciso di disegnare e di dipingere?
Paola si sistemò meglio nella vasca, in modo da avere Cristina fra le sue gambe. Le mani scivolarono nell'acqua, dando inizio a nuove delizie. Si dedicò a lungo al clitoride, poi un dito entrò nell'ano, un altro nella vagina. Cristina fu investita da un orgasmo devastante. Paola la baciò sul collo, quindi le girò la testa e finalmente le lingue delle due ragazze si incontrarono. Un istante dopo, la penetrò con tutta la mano. Cristina gridò. Mentre allargava le gambe e muoveva convulsamente i piedi, ripetè come fosse un mantra: "Ti amo !" Una risatina sommessa accolse quella dichiarazione. Poi Paola disse:"Non ti sembra di correre un pò troppo?" Tuttavia il suo sorriso dolce contraddiceva il senso di quella frase scherzosa. Cambiò agilmente posizione per darle piacere in un altro modo.
Attraversare la cascata di emozioni
e tratteggiare con le dita il vapore
Blandizie
Pudicizie svanite nel sussurro di fianchi
che lasciano cadere stelle e parole
Il pulsare del seno mentre cammini nei miei sensi
Mi racconti di onde, di gocce, e di labbra
Bagnate di una dolcezza che è solo mia, solo tua ...
Il mattino dopo uscirono presto di casa. Il sole era sorto da poco e, benchè fosse una giornata serena, il freddo era molto intenso; durante la notte il vento di settentrione aveva soffiato con forza, e la neve era coperta da uno strato di ghiaccio. Chiara si strinse nel mantello che le aveva dato Sughart: malgrado fosse un pò troppo grande, la scaldava e la proteggeva dai rigori del clima invernale. La dama bionda l'aveva munita anche di un paio di comodi stivali, che le permettevano di camminare agevolmente sul sentiero che correva in mezzo al bosco. La sera prima avevano parlato a lungo. Dopo aver cenato (pietanze talmente prelibate che la ragazza non le avrebbe mai scordate), Sughart le aveva spiegato il suo piano. Sarebbero andate al castello di Dark. Si trattava di un'impresa estremamente pericolosa: lontana dagli spiriti delle piante e dei ruscelli, Sughart si sarebbe trovata indifesa; ma era un rischio che intendeva correre, dato che Chiara non avrebbe mai trovato la strada da sola. In quanto alla ragazza, l'anello l'avrebbe protetta; e, inoltre, i malvagi poteri della dama bruna erano assai vasti in quel mondo, ma avrebbero avuto lo stesso effetto su una fanciulla che proveniva da altre terre? La profezia non era esplicita al riguardo, tuttavia indicava chiaramente che solo una persona venuta da fuori avrebbe potuto sfidare Dark.
Camminando di buona lena, uscirono dal bosco a metà mattina. Il sole ora splendeva alto nel cielo, fuori dal riparo degli alberi faceva meno freddo. Durante il tragitto alcuni scoiattoli, incuriositi dal rumore dei passi delle due donne, erano usciti dalle loro tane per sbirciarle. Una volpe dal manto color argento si profilò per alcuni istanti, ma quando Chiara la vide, si dileguò silenziosamente.
Il cielo si stagliava limpido e azzurro, ma, ad est, una coltre di nubi scure creava una cappa sinistra; fumi inquietanti si innalzavano sopra le sagome delle montagne, creando strane forme che potevano sembrare figure paurose, e che il vento si divertiva a scomporre e a ricomporre, proponendo ogni volta un'immagine nuova, ancor più raccapricciante di quella precedente.
A mezzogiorno, si fermarono per mangiare. Sughart estrasse da una bisaccia pane bianco, un vasetto che conteneva del miele e una particolare crema gialla dal sapore squisito. La bevanda dorata parve a Chiara ancora più buona della sera precedente. Dopo essersi rifocillate, sostarono per un'ora, chiacchierando e rilassandosi; poi si rimisero in marcia. Erano circa le quattro del pomeriggio e si trovavano in prossimità dell'imboccatura di una vallata, quando improvvisamente scorsero un uomo. Comparve come per magia, quasi fosse scaturito dal nulla. Era alto, imponente, indossava un manto nero e aveva la testa coperta da un cappuccio. Un corvo era appollaiato sulla sua spalla. Chiara provò un brivido, che non era dovuto al freddo. Quella sinistra apparizione sembrava l'emblema del male. Lo sconosciuto si rivolse a Sughart. "E così la fatina dei boschi ha abbandonato il suo rifugio? Un'azione molto avventata!"
La dama bionda lo guardò con aria di sfida. "Sei un servo di Dark, naturalmente!"
L'uomo nero la fissò in silenzio per alcuni secondi. "Non le interessi più.", poi disse. "Sono qui per ucciderti e per portare la ragazza al castello."
"Abbiamo vissuto un lunghissimo periodo di pace, di serenità e di letizia.", disse Sughart. "Incominciò circa mille anni fa, quando il Signore del Male fu definitivamente sconfitto, e scomparve per sempre. Io ero una bambina, allora: ma ricordo ancora l'ansia e la paura che tutti provammo prima di quell'ultima tremenda battaglia, e poi la grande gioia che si impossessò di noi quando al culmine dello scontro il Nemico cadde per non più rialzarsi. E' una storia di eroismo e di coraggio, che meriterebbe di essere narrata; ma mi manca il tempo per farlo, devo informarti di fatti che sono molto più urgenti."
Chiara sorseggiò la bevanda color oro, senza staccare lo sguardo dalla bellissima donna bionda. Era oltremodo curiosa di sapere qual era il ruolo che lei rivestiva in quella strana vicenda, di capire come l'anello avesse potuto condurla in un altro mondo, e di apprendere cosa Sughart si aspettava da una ragazzina.
"Ma un giorno", proseguì la misteriosa dama, "le cose incominciarono a cambiare. In principio nessuno se ne accorse, poi notammo che strani viandanti percorrevano le nostre terre; si sussurrava di oscure vicende che si stavano svolgendo a est. Parlavano di una donna, una donna bellissima ma crudele, dotata di oscuri poteri, che aveva deciso di prendere il posto che era stato del Signore del Male. Tuttavia, a differenza di esso, lei non si avvaleva di legioni di orchi e di troll; aveva un seguito ridotto, composto da pochi elementi fidati, uomini forse...benchè diversi dagli altri uomini, capaci di sinistre magie, e indubbiamente malvagi. Il potere più grande, comunque, era racchiuso nella mente di questa donna, che con la sola forza del suo pensiero poteva piegare al proprio volere anche il più sapiente fra gli uomini. Presto, queste voci si trasformarono in realtà perchè LEI arrivò qui, imponendo un nuovo ordine, fatto di tristezza, di malvagità e di perversione. Chi tentò di opporsi pagò con la vita il proprio coraggio, oppure fu fatto prigioniero e segregato nelle lugubri celle del suo castello. Fu allora che decisi di affrontarla. Ero convinta di poterla sconfiggere, intendevo catturarla e riservarle la sorte che si meritava: chiuderla in una prigione inaccessibile, da dove non potesse fuggire. Lì si sarebbe rosa, nella sua malizia ormai impotente, lì avrebbe rimpianto gli atti malvagi che aveva commesso; e finalmente il nostro mondo avrebbe ritrovato la pace e la felicità."
Chiara era incantata. Le sembrava di ascoltare una bellissima fiaba, anche se sapeva che non poteva trattarsi di una favola, dato che solo un'ora prima lei si trovava al mare, assieme alla sorella, e ora invece... "Mi recai al castello.", proseguì Sughart. "LEI mi aspettava, sapeva che stavo arrivando. Quando ci incontrammo sul sentiero che conduceva alla sua rocca, capii subito che era più forte di me. Malgrado la mia conoscenza delle arti magiche, la sapienza accumulata in mille anni grazie all'insegnamento dei più saggi fra i maghi, non ero in grado di sconfiggerla. Quando mi vide, LEI rise. Era bellissima, bella come la notte: i lunghi capelli neri le scendevano sino alla cinta dorata che cingeva la sua veste; era alta e flessuosa; e il suo sguardo altero trafiggeva il mio come la lama di un pugnale. "Così saresti Sughart!", disse con disprezzo. "La patetica Sughart che osa sfidare Dark!" Poi mi sentii invadere dal suo pensiero, era gelido come il vento del nord; mi resi conto che scandagliava la mia anima, per piegarla ai suoi infami voleri. In un lampo, compresi che ero perduta...ma trovai la presenza di spirito per voltarmi e fuggire, prima che l'incantesimo fosse compiuto. Pochi giorni dopo Dark venne a cercarmi qui; voleva catturarmi e condurmi prigioniera al castello. Sapevo che mi avrebbe riservato i tormenti più insopportabili, le torture più efferate.
Ma nemmeno lei, nemmeno DARK ha il potere sufficiente per entrare in questo bosco magico.
Qui, io ero al sicuro. Tuttavia, non potevo più uscirne, altrimenti sarei caduta nelle sue mani. Fu allora che mi ricordai della profezia e inviai un Messaggero per farvi avere l'anello."
"Mi chiamo Sughart.", disse la donna bionda mentre si inoltrava nel folto del bosco. Camminava rapida e leggera, quasi danzando sulla neve. Chiara notò con stupore che non lasciava impronte. La ragazza la seguiva a fatica, aveva i piedi gelati, provava sempre più freddo e si sentiva prossima a uno svenimento. "Molti anni fa inviammo un Messaggero.", proseguì Sughart. "Il suo compito era di trasferire l'anello a qualcuno di voi, perchè così insegnava un'antica profezia. Ma non è mai tornato: ignoro ciò che può essergli successo, so soltanto che adesso finalmente tu sei giunta qui!"Benchè fosse stremata, Chiara replicò: "Ma non capisco cosa volete da me..." La misteriosa donna bionda non le rispose, prese un sentiero che procedeva a zig zag in mezzo agli alberi ricoperti di neve; dopo un breve falsopiano, si trovarono davanti a un quadrivio. Sughart imboccò la pista che conduceva a ovest; era larga e ben tenuta, la neve era stata sgombrata e giaceva ai lati, disposta in ordinati mucchi. Dopo circa mezzo miglio indicò alla ragazza una casetta che si stagliava su una piccola collina, accanto a un torrente ghiacciato; probabilmente, quello era il cuore del bosco. "Rimandiamo le spiegazioni a dopo.", disse. "Prima devi vestirti e bere una buona bevanda calda." Raggiunsero l'abitazione, e Sughart invitò la ragazza ad entrare, chiudendosi poi la porta alle spalle. Chiara si sentì subito meglio: l'ambiente era caldo e accogliente; in un angolo c'era un camino acceso, che diffondeva un piacevole tepore. Sughart le porse una tazza che conteneva un liquido color dell'oro. Chiara rimase sorpresa per il gusto delicato e quasi inebriante di quella bevanda: provò un'immediata sensazione di benessere. Sughart andò in un'altra stanza e tornò con dei vestiti. Erano morbidi e adatti alla temperatura rigida dell'inverno. La ragazza si vestì con sollievo; ai piedi infilò delle comode pantofole. Poi la misteriosa padrona di casa la fece accomodare su una poltrona, di fronte all'unica finestra di quel locale. Lei prese posto su uno sgabello di legno. Sorrise e disse:"E adesso siamo pronte per i racconti."
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Da domani sono qui per una settimana: Grazia | Il blog del settimanale Grazia
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Lo spettacolo era talmente suggestivo da mozzare letteralmente il fiato in gola. A nord, la distesa di pini si stendeva ammantata di neve, illuminata dal pallido sole invernale. Volgendo lo sguardo verso meridione, si poteva scorgere in lontananza un gruppo di piccole case, forse un villaggio, da cui si librava nel cielo azzurro un filo di fumo. A ovest un ruscello ghiacciato riposava in attesa del risveglio della primavera, quando la stagione delle piogge avrebbe portato con sè nuova acqua, che avrebbe ripreso a scorrere fra i campi verdi colmi di fiori dai colori suggestivi, sotto la gentile carezza del vento. Guardando ad oriente, tuttavia, si vedeva un sinistro manto di nubi nere, a tratti percorse da un lampo; lì non splendeva il sole, e lo scenario appariva cupo e desolato: gole incassate profondamente fra montagne dalla sagoma aguzza, simili a enormi denti protesi verso il cielo.
Chiara esaminò quel panorama difforme, mentre mille emozioni si susseguivano in lei. Come poteva essere finita in un luogo simile? Dov'erano la spiaggia e sua sorella? Si tolse l'anello dal dito, sperando che quella magia si ripetesse, riportandola indietro...ma non accadde nulla. Poi si rese conto che stava tremando dal freddo. Era in bikini, e la tramontana soffiava gelida da settentrione. Doveva accendere un fuoco in modo da scaldarsi, altrimenti sarebbe morta assiderata; oppure sbrigarsi a raggiungere il paesino, dove il fumo indicava chiari segni di vita. Ma distava non meno di un miglio, e forse non sarebbe riuscita a coprire quel percorso in tempo per salvarsi.
Stava riflettendo su cosa fare, quando all'improvviso vide una donna. Uscì dal bosco, camminando leggiadra sulla neve. Era alta, bionda, bellissima. Boccoli d'oro le scendevano morbidamente sulle spalle armoniose, coperte da un manto che conteneva le sfumature del tramonto; gli occhi erano verdi come l'acqua del mare; la fronte alta e spaziosa. Ai piedi portava calzature in pelle, finemente conciate. Emanava un senso di autorità e, nel contempo, di profonda dolcezza.
Chiara la guardò sbigottita.
"Ti aspettavo.", disse la misteriosa apparizione. "Sapevo che, prima o poi, qualcuno avrebbe trovato l'anello e sarebbe venuto, anche se non avrei mai immaginato che si sarebbe trattato di una ragazza. Ma va bene così!" Aveva parlato con una voce limpida e melodiosa, simile al suono delle brezza estiva. Indicò il bosco alle sue spalle. "Seguimi, presto! Ti darò dei vestiti." Si incamminò. Dopo un istante di esitazione, Chiara la seguì.
La prima puntata è nel post immediatamente precedente a questo.
Per tutto il giorno aveva imperversato lo scirocco, portando con sè la sabbia rossa del deserto. Benchè fossero appena uscite dall'acqua, Chiara e Stefania si sentivano già accaldate. Il sole splendeva ancora con feroce allegria in un cielo totalmento azzurro; alcuni gabbiani volteggiavano sopra il mare a caccia di pesci; in ogni caso, era uno stupendo tardo pomeriggio. Le vacanze erano incominciate da pochi giorni e, come ogni anno, le due ragazze si trovavano in Puglia, dove il loro padre aveva acquistato una casetta a ridosso della spiaggia alcuni anni prima, provvedendo in seguito a ristrutturarla. Malgrado fossero sorelle, non avrebbero potuto essere più diverse: Chiara, la maggiore, aveva diciotto anni, era esile, bionda e di temperamento malinconico; Stefania, più giovane di venti mesi, aveva i capelli neri, un fisico esuberante ed era sempre allegra e affaccendata. Chiara amava leggere, riflettere, perdersi nei meandri della sua anima; Stefania andava pazza per i ragazzi, i giochi e lo sport.
Fu lei a trovare l'anello. Era nascosto dalla sabbia, ma un soffio di vento lo portò in superficie. Il sole lo illuminò per un istante, quanto bastava perchè la ragazza lo vedesse. Si chinò sui talloni, lo raccolse da terra e lo esaminò. Era un anello d'oro, molto semplice, perfettamente liscio. "Che bello!", esclamò la ragazza, mostrandolo alla sorella. Chiara si avvicinò per osservarlo da vicino, quindi sorrise. "Potrebbe essere l'Unico", disse. Entrambe avevano letto "Il Signore degli Anelli", e visto tutti e tre i film della saga. Stefania scosse la testa ridendo. "Sei la solita sognatrice!" Si alzò e lo porse alla sorella. "Coraggio!", esclamò. "Mettilo, così vediamo se sparisci!" Chiara prese l'anello e lo guardò per alcuni istanti. Sebbene fosse un oggetto assai semplice, le sembrava meraviglioso. Ripensò a Gollum, a Bilbo...poi se lo infilò al dito.
Stefania sbiancò in viso.
Chiara era scomparsa.
L’appuntamento era al solito bar per le sette di sera. Marco Pistoni arrivò trafelato, era rimasto bloccato nell’ingorgo del traffico e temeva di essere in forte ritardo. Prima di entrare, consultò l’orologio, notando con sollievo di essere in perfetto orario. Fece il suo ingresso nel locale, ordinò un Negroni e si diresse verso il tavolino d’angolo, dove Milena lo stava aspettando fra un sorso di succo di pomodoro e una patatina. Era seduta con le gambe incrociate, un vezzo che lui trovava irresistibile; i capelli castani lievemente ondulati incorniciavano il suo viso dai lineamenti sottili, illuminato da due stupendi occhi grigi, che contenevano le sfumature del mare invernale. Marco la baciò su una guancia, prese posto accanto a lei e frugò nervosamente nella tasca destra della giacca. Da quattro mesi non usciva più con gli amici alla sera, aveva rinunciato anche alle partite di calcio sui maxischermi, per non parlare del cinema, che pure amava tanto. E adesso lo aveva con sé: avvolto in un’elegante confezione, un trilogy forse piccolo, ma ugualmente stupendo. Un meraviglioso anello di fidanzamento, che avrebbe commosso Milena e che rappresentava l’anticamera di un altro genere di anello, quello che lo avrebbe reso felice per tutta la vita. Con la salivazione azzerata a causa dell’emozione sfilò la mano dalla tasca per dare il pacchettino a Milena; ma in quell’istante si presentò il cameriere con la sua consumazione. Rimise la mano in tasca e sorseggiò l’aperitivo. Quindi rivolse un sorriso dolce alla ragazza, ripetendosi per l’ennesima volta che era l’uomo più fortunato della terra: Milena era bellissima, fine, delicata; inoltre disponeva di un’intelligenza pronta e vivace; era buona d’animo e aveva un carattere tranquillo che escludeva a priori le liti banali che a volte rovinano anche i rapporti più felici. Rimise la mano nella tasca. “Milena…”, esordì emozionato. La giovane lo bloccò con un cenno. “Marco, ti devo parlare.” Lui annuì con il capo. “Va bene.”, ribattè. “Ma prima lascia che…” Finalmente tirò fuori il prezioso regalo, appoggiandolo sul tavolino, fra i bicchieri, le patatine e le olive. Milena sembrò non accorgersi del pacchetto. “Devo parlarti.”, ripetè con un’espressione distaccata del volto, che Marco non le conosceva. Con una certa timidezza sospinse il regalo verso di lei, ma il suo gesto passò nuovamente inosservato. Fu colto da uno strano presentimento, ma non ebbe il tempo di focalizzare i suoi pensieri. Milena si sporse verso di lui e disse con voce molto bassa:”Amo un altro.” Marco si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Fu colto da un giramento di testa. Un’ondata di angoscia si riversò nel suo cuore, simile a un’onda di acqua gelida. “Ma…io ti amo!”, esclamò disperato. “Lo so. E mi dispiace molto di farti soffrire. Ma è finita.” Milena si alzò e, con il suo passo elastico e sensuale, si diresse verso l’uscita del bar. Marco rimase immobile a guardarla andare via. Le sue mani giocavano nervosamente con il pacchetto. Che conteneva uno stupendo trilogy. Tre piccoli diamanti.
Il mare era una sconfinata distesa azzurra che si stendeva sino all’orizzonte. La luce intensa del sole illuminava le onde solcate dal vento, l’odore della salsedine giungeva forte sino alla spiaggia deserta. Valentina amava il contatto della sabbia calda sotto ai piedi nudi; con una mano levata a proteggersi dal riverbero della luce osservava incantata quel panorama maestoso, che nella sua incomparabile bellezza arrivava a toccarle il cuore, sino a commuoverla. Vale era bruna, alta, con un corpo stupendo, di prorompente avvenenza. Il bikini bianco faceva risaltare l’abbronzatura perfetta; le gambe, lunghe e slanciate, sembravano nascere dall’opera di uno scultore capace di proporzioni sublimi; i capelli, leggermente mossi, cadevano sino a metà schiena, neri e attraversati da sfumature quasi impercettibili di rosso, simili a lontani bagliori nel cielo buio della notte. La ragazza respirò a piene nari il profumo del mare, assaporò la carezza della brezza mattutina, poi volse lo sguardo per cercare gli occhi di Michele. Il giovane la stava osservando in silenzio, rapito davanti a quello che reputava un miracolo divino, la guardava con la stessa intensità con cui mirava i quadri più belli, quelli che nascono da cuori fecondi e da dita sapienti, prodigi destinati ad arricchire per sempre la storia dell’uomo. Valentina si mosse lentamente, gli catturò le mani stringendole fra le sue; come sempre, scoccò una scintilla, ed entrambi provarono un brivido che ben conoscevano. Il bacio fu dolce, all’inizio solo di labbra, quindi la giovane dischiuse la bocca per accogliere la lingua di lui. Si abbracciarono, soli nella spiaggia bianca e sterminata, simile a un nuovo paradiso terrestre che pareva creato unicamente per loro. Si ritrovarono a terra, avvinghiati; quasi si strapparono i costumi di dosso. Movimenti febbrili, dovuti alla passione che esplodeva con la potenza di un uragano. Michele le baciò avidamente un seno, succhiò il capezzolo, mentre le accarezzava l’interno delle cosce. Lei lo stringeva forte a sé, poi lo accolse e lo seguì nell’incomparabile ritmo dell’amore. Il vento soffiava, teso e regolare, sul mare e sulla spiaggia, asciugando i piccoli cristalli di sudore che si formavano sui loro corpi. Vale intrecciò le gambe sulla schiena di lui. Si inarcò. Vennero insieme, all’unisono, e fu un’emozione talmente intensa che Valentina si ritrovò gli occhi colmi di lacrime. Michele le bevve ad una ad una.
La suora la svegliò, sfiorandole delicatamente un braccio. Benchè fosse ancora presto, la camera era già luminosa. "Valentina, questa mattina se la sente di scendere a fare colazione?" La donna anziana annuì, quindi si alzò faticosamente dal letto. Prima di uscire dalla stanza, il suo sguardo corse involontariamente al cappello di paglia che portava quel lontano giorno, e che da allora aveva sempre conservato con ogni cura. Malgrado avesse gli occhi pieni di lacrime, Vale sorrise.