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VISTA DA ANNEHECHE:
Si spogliò lentamente, quasi con calcolata indolenza . Dapprima si liberò con un calcio delle scarpe da ginnastica, quindi fece scendere i jeans fino alle caviglie. Lanciò uno sguardo allusivo all’uomo e si tolse la camicia, slacciando i bottoni con estrema calma. Non portava il reggipetto: nella penombra della stanza il suo seno bianco e pieno risaltò in tutta la sua bellezza. L’aria profumava di incenso e il corpo della donna di sandalo. Silvie portò un dito alla bocca, lo inumidì con la lingua, poi lo passò sul capezzolo. Paul la fissava con gli occhi sbarrati. Si alzò dal letto e cercò di abbracciarla, ma la poliziotta lo colpì con un forte manrovescio che gli procurò un taglio alla bocca. Silvie Legrange sorrise con una luce perversa nello sguardo. I capelli ramati le scendevano morbidamente sulle spalle nude, contrastando con il candore del corpo; era una visione da mozzare il fiato, simile all'incendio di un tramonto su una distesa di neve. Paul la guardò in modo adorante, ma all'improvviso lei gli sferrò un calcio nei testicoli. Benché fosse scalza, gli procurò un dolore devastante. Lo spinse e lui finì a terra, con il viso congestionato dalla sofferenza. Silvie terminò di svestirsi, si sedette a cavalcioni su di lui e lo schiaffeggiò in pieno viso. Malgrado lo shock provocato da quell’esplosione di violenza, Paul ebbe una potente erezione. La Legrange si mosse per accogliere il membro, quindi prese a fare sesso con furia, rovesciando la testa all’indietro.
La sera prima si era portata a letto una ragazza, l’aveva tormentata per buona parte della notte, ma alla fine l’aveva fatta godere. Tuttavia con le donne si controllava, e sebbene a volte le picchiasse, non eccedeva mai; preferiva farle soffrire in maniera più raffinata. Con gli uomini, invece, non aveva scrupoli.
Quando si accorse che lui era venuto, diventò una furia. Non era stato capace di resistere per più di cinque minuti. Non l’aveva soddisfatta. Lo investì di una gragnola di colpi, uno più violento dell’altro. Sapeva che a questo punto gli stava facendo molto male, dato che, benché fosse snella, era una donna forte e atletica; ma riteneva che fosse giusto così. Non sopportava gli amanti incapaci. Non meritavano rispetto.
Non aveva mai dimenticato le botte che suo padre dava a sua madre. Non avrebbe mai scordato quegli attimi terribili, quando lui si levava la cinghia dei pantaloni, la fletteva minacciosamente nell’aria e, rosso in faccia per il troppo vino bevuto, si scagliava contro la povera donna. Poteva risentire le urla disperate della mamma, le bestemmie del padre, il pianto incontrollato del fratellino.
Quando era tornata a casa, dopo essersi arruolata nella polizia, aveva chiuso il vecchio bastardo in bagno. Dopodichè lo aveva picchiato fino a farlo svenire.
Si alzò con una smorfia di disgusto dipinta sul volto, si rivestì e uscì dall'appartamento di quell’incapace del suo fidanzato.
VISTA DA PASSAGGISEGRETI:
Anima dagli inquieti frammenti
Ricordi anemici e
Tracce avulse di emozione
Sangue che pulsa negli occhi
Attendo la fine del rumore
Risucchiata nel buio
Bruciare
la carnalità dei chiaro scuri
Spasmo e delirio
Interessami ...
Un uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo si stagliava azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo. Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza serotina, ad assaporare l’odore magico della natura che si prepara ad abbracciare la notte.
Un giorno, conobbe Michela, una bella donna bruna di circa quarant’anni, divorziata e senza figli. Lei vide in Gianni, questo era il nome dell’uomo, tutto quello che gli altri non avevano saputo scorgere: la profonda sensibilità, la bontà d’animo, l’amore per gli animali e per la natura. Si trattò del classico colpo di fulmine; si sposarono, e la vita di Gianni cambiò, diventando meravigliosa. Era un matrimonio perfetto, fra due persone molto simili, entrambe riservate, di carattere mite e dai gusti semplici, la lettura, le passeggiate, la scoperta quotidiana dei piccoli miracoli che, giorno dopo giorno, la vita offre a chi sa coglierli. Il volo di un uccello sullo sfondo immacolato del cielo, l’affettuosa compagnia di un cane, l’alito fragrante del vento.
Dieci anni dopo, Michela morì. Gianni rimase nuovamente solo: ma ora quella solitudine era peggiore, perché aveva conosciuto la felicità, per poi perderla per sempre. La sua esistenza si trasformò in un cammino grigio e triste, che lui nella sua mente paragonava al desolato sobborgo di una metropoli, confrontato a una verde vallata, incuneata fra dolci colline perennemente baciate dal sole.
Questi erano i pensieri che lo accompagnavano quel pomeriggio, mentre il tramonto dipingeva i colori più belli nel cielo e l’aria assumeva un sapore fragrante, che a lui rammentava il gelsomino. Fu allora che la vide. All’improvviso se la trovò davanti, come scaturita dal nulla. Gianni strabuzzò gli occhi. Per quanto da sempre amasse le fiabe, tuttavia sapeva che le streghe non esistevano. Così come non c’erano le fate, gli elfi o gli hobbit. Eppure, la splendida giovane che lo stava osservando da pochi passi era inequivocabilmente una figura magica, non soltanto per com’era vestita, ma anche per l’aura che emanava, e che quasi lui riusciva a intravedere. Era un’aura che trasmetteva bontà. E compassione. Completamente sconcertato, Gianni la fissò in silenzio. Non osava parlare, né muoversi, aveva quasi paura che un gesto affrettato, una mossa avventata, l’avrebbero fatta fuggire.
Poi lei parlò. Aveva una voce stupenda, simile alla melodia di un ruscello che corre fra i campi, o al suono della risacca in un mattino di primavera. “Oggi è il ventuno giugno”, disse, “e mi è consentito esaudire un tuo desiderio. Ma sbrigati ad esprimerlo, perché sono attesa da un bambino. E’ tanto infelice e io farò qualcosa per lui. Però, ora tocca a te!” Gianni non rispose subito. Era confuso. Frastornato. Gli sembrava di vivere un sogno, anche se nel profondo del suo cuore capiva invece che quello che stava accadendo era assolutamente reale. Lei gli sfiorò delicatamente un braccio. “Presto!”, lo incitò. “Altrimenti sarò costretta ad andare e tu perderai la tua opportunità.”
Stupendosi dell’assurdità della sua richiesta, Gianni disse:”Vorrei tanto rivedere Michela!” Lei gli rivolse un sorriso colmo di tenerezza, quindi annuì. Un istante dopo era scomparsa. Quella notte, Gianni andò a coricarsi verso le undici. Prima di addormentarsi, rivisse lo straordinario incontro nel bosco, convincendosi definitivamente che si era trattata di un’allucinazione.
Il mattino dopo non si svegliò.
Malgrado fosse fradicia di sudore, Silvia rimandò la doccia per assistere alla consueta sconfitta di suo marito. Si era tolta il gonnellino e sedeva nella piccola tribuna, vestita solamente di un bikini nero e delle scarpe da tennis. Calzava un berretto bianco e aveva raccolto a coda di cavallo i lunghi capelli scuri. Dopo un incontro estenuante, aveva sconfitto Claudia; benché fosse superiore fisicamente, faticava sempre a batterla dato che l’altra possedeva una tecnica migliore. Ma alla fine il risultato non cambiava: lei finiva sempre per vincere in due set, mentre Paolo immancabilmente perdeva con il marito di Claudia. Era un rituale che si ripeteva ogni mercoledì, e molto difficilmente in futuro sarebbe cambiato qualcosa. Quando vide la pallina rilanciata da suo marito finire in rete sull’ennesimo servizio vincente di Danilo, si alzò dirigendosi verso gli spogliatoi.
Il cane stava morendo. Prima di arrendersi aveva lottato a lungo. Si era scagliato contro la portiera della macchina, aveva raspato sui vetri del finestrino, aveva abbaiato nel vano tentativo di richiamare l’attenzione dei suoi padroni. Il sole splendeva quasi con ferocia nell’ora del mezzogiorno, nel cielo non vi era la traccia di una nube, l’aria era piatta e immobile, senza un filo di vento. L’abitacolo dell’auto si era trasformato in un forno; le lamiere della carrozzeria scottavano come fossero state create all’inferno. Sammy si rifugiò più in basso che poteva, la lingua gonfia e il cervello straziato dalla sofferenza. Non riusciva a capire perché lo avessero abbandonato, perché si fossero dimenticati di lui. Poi smise di pensare, nella maniera che è propria dei cani di pensare, e si abbandonò a un torpore che rappresentava l’anticamera della morte. L'ultima immagine che vide fu quella di un ruscello.
Il contatto dell’acqua tiepida sulla pelle accaldata le procurò una sensazione di benessere assoluto. Silvia si lavò con calma, assaporando più a lungo che poteva quegli attimi squisiti. Dopo essersi riasciugata e rivestita, si avviò alla macchina. Paolo era già corso in ufficio. Salutista ai confini dell’ipocondria, faceva la doccia soltanto a casa o nel bagno privato che costituiva uno dei benefit del suo impiego da top manager. Mentre camminava con la borsa a tracolla, Silvia pensò al lavoro che la attendeva quel pomeriggio, poi ricordò a se stessa che doveva comprare del vino, perché come ogni mercoledì, quella sera Claudia e Danilo sarebbero venuti a cena a casa sua. Stava per salire sul fuoristrada, quando notò qualcosa di strano. Fu un caso, un’occhiata distratta, che con qualche secondo di ritardo le procurò uno strano senso di ansia. Si avvicinò alla Mercedes grigio metalizzata e guardò dentro. Quello che vide le gelò il sangue nelle vene. Un piccolo bastardino giaceva esanime sul tappetino della macchina. I finestrini della Mercedes erano chiusi. Silvia capì immediatamente che quel cane stava morendo, posto che non fosse già spirato. D’impulso tornò correndo al campo da tennis. Doveva cercare i padroni, doveva avvisarli…
Si fermò. Per qualche istante rimase ferma, immobile, sotto al sole bruciante di quella giornata di luglio. Quindi si diresse nuovamente verso la Mercedes. Mentre camminava, guardava per terra. Quando vide il sasso, lo raccolse soppesandolo fra le mani. Andava bene. Si arrestò davanti al lato del passeggero, prese la mira e scagliò la pietra con tutta la forza che aveva. Il vetro andò in mille pezzi. Fece scattare la sicura, aprì la portiera e raccolse il cagnolino. Era ancora vivo. Si guardò disperatamente intorno, sapeva che aveva pochissimo tempo a disposizione. Poi notò la fontanella. La raggiunse, aprì il rubinetto dell’acqua, mise una mano sotto il getto e la passò sulla fronte del cane. Poi gli fece leccare qualche goccia, poche alla volta, direttamente dal palmo della mano. Ripetè il procedimento due o tre volte. Sul fuoristrada aveva una bottiglia di Evian, ma lo avrebbe fatto bere molto lentamente. Salì al posto di guida, con il bastardino accanto a lei, accese il motore e ingranò la marcia.
“Figli di puttana!”, gridò alla strada deserta. “Non ve lo meritate, bastardi che non siete altro!” 
All’inizio il sogno era vago e indistinto, simile a una fotografia scattata in un ambiente privo di luce, poi divenne più chiaro, assumendo contorni netti e definiti. Corinne era stesa su un grande letto; le lenzuola azzurre profumavano di pulito, la finestra aperta dava su un giardino illuminato dal sole, nell’aria primaverile si udiva il cinguettio degli uccellini. Due figure femminili, due splendide donne, erano sul letto accanto a lei. Jasmine le stava succhiando un capezzolo, mentre le sue dita insistenti e abili giocavano con il clitoride, stuzzicandolo, aumentando man mano la pressione in un movimento circolare che la rendeva pazza di eccitazione . China su di lei, Nathalie la baciava sulla bocca. La figlia del fattore si era fatta ancora più attraente, era diventata donna; la sua lingua era morbida e calda, avvolgente come la carezza del vento, insinuante come un’onda del mare. Corinne viveva momenti meravigliosi, con gli occhi chiusi accoglieva il piacere che le due amanti le stavano donando; poi, all’improvviso, avvertì il peso del corpo di Jasmine su di lei, si sentì penetrare, mentre Nathalie non cessava di baciarla. Le sue mani corsero alla schiena dell’insegnante di ginnastica per stringerla forte a sé. Nel sogno la donna era ancora più abile di Mimmo, la colmava di delizia: in breve la portò al parossismo. Corinne venne e si svegliò. Era sola nel suo letto. Fuori dei vetri della finestra, la notte transitava buia e silenziosa; il cielo si stagliava assolutamente nero senza il chiarore di una sola stella. La ragazza ricordò le parole di Silvie Legrange, rivisse lo sgomento che aveva provato apprendendo il tradimento di Mimmo, e come in quel triste pomeriggio incominciò a piangere.
Juliette si contorceva nel letto mordendo il cuscino. Avrebbe pagato qualsiasi cifra pur di partire per uno di quegli straordinari viaggi che Sandrine aveva saputo donarle; ma adesso la sua nemica non c’era più, Henry era scomparso, e lei non sapeva a chi rivolgersi, dato che non aveva mai frequentato ambienti in cui circolasse droga. Si graffiò il viso, maledicendo Sandrine che con la forza l’aveva condotta in quell’incubo.
Michelle era a cavalcioni su Leblanc. Dopo essere uscita di soppiatto dalla sua stanza, aveva disceso le scale, silenziosa come un fantasma, era uscita dall’edificio principale dell’istituto e camminando scalza nella notte aveva raggiunto lo studio del professore. Bella in un modo quasi arrogante, adesso lo stava cavalcando con una luce selvaggia riflessa nello sguardo. L'espressione del suo viso esprimeva l'orgogliosa soddisfazione di una donna che è sicura dell'uomo che ama, e la loro danza sensuale sembrava racchiudere tutta l’estasi del mondo.
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VISTI DA ANNEHECHE:
Quando le avevano affidato il caso, Silvie Legrange si era recata immediatamente al collegio. Dapprima aveva parlato con il professor Leblanc, poi con Michelle. Era stata lei a telefonare alla polizia, sollecitando un intervento. A Silvie Michelle piacque subito: era una ragazza intelligente, sveglia e volitiva. Le raccontò di essere stata avvicinata da una compagna, Brigitte, che in lacrime le aveva confessato ciò che avevano fatto a Juliette sotto alla doccia. Per il rimorso non riusciva più a dormire, e desiderava sgravarsi la coscienza da quel terribile peso. Silvie Legrange interrogò Brigitte, quindi fece irruzione nella camera di Sandrine, sorprendendola con la siringa in mano. Dopo averla condotta alla centrale, fece ritorno all’istituto.
Nel gazebo in mezzo al bosco, Corinne era nuda. Sdraiata sul divano, aveva sollevato le gambe in modo da offrirsi completamente a Mimmo. Lui la teneva per le caviglie, mentre la possedeva con il consueto vigore. Come sempre, nell’atto sessuale di Henry combaciavano tre formidabili elementi: la straordinaria consistenza del membro, la durata del rapporto e l’abilità quasi magica che lo rendeva un amante unico. Corinne aveva chiuso gli occhi, gemeva sommessamente e si lasciava trasportare da quel flusso inarrestabile di emozioni deliziose. Non aveva mai provato nulla di simile in vita sua, né con la bionda figlia del fattore, né con Juliette e nemmeno con Jasmine. Il calore del fuoco, l’incanto di una notte pervasa di stelle, il profumo di un bosco al tramonto, il soffio del vento sul mare…Mimmo era questo, e di più; inoltre la giovane percepiva tutto l’amore che lui provava per lei, un sentimento puro e sincero, ne era assolutamente convinta. Fuori da quel nido di passione, le nubi si inseguivano nel cielo sospinte da un fresco vento primaverile; il sole splendeva illuminando il bosco e facendo risaltare gli stupendi colori della natura. Accarezzati dalla brezza, gli alberi riposavano tranquilli nel tardo meriggio.
Mimmo intensificò la sua azione, portandola ad un’intensità massima; Corinne gridò. L’orgasmo la travolse con la forza di un uragano. Il viso della giovane aveva assunto un'espressione quasi sofferente; il suo corpo, lucido di sudore, era scosso da brividi incontrollabili, mentre emozioni sempre più intense la attraversavano colmandola di passione. In quel momento la porta del gazebo si aprì. Corinne non se ne accorse, ma Henry si voltò di scatto, scorgendo la giovane donna in jeans. Reagì con grande prontezza di riflessi. La vita gli aveva insegnato ad essere sempre attento e vigile; disponeva in larga misura di intuito e di spirito di osservazione. Con un’unica occhiata inquadrò la donna e capì che portava soltanto guai. Si infilò i boxer e corse verso di lei. La urtò con una spallata, neutralizzò la sua presa di judo e fu all’aperto. Un istante dopo, era scomparso nel bosco.
VISTI DA PASSAGGISEGRETI:
Ed entri fra gola e cuore
Sospiro ghermito e firma sulla pelle
Brivido liberato da voci
E mani che catturano sudore e anima
Il ritmo avvolto nei fianchi
Ed annego in fili di umori dorati
Vivere non è amare
Se quell’amore non è il tuo ...
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Alessandra Bianchi
Quel giorno la lezione di educazione fisica si tenne all’aperto, nel campo sportivo, sotto un sole sfavillante che sembrava anticipare l’estate. Il cielo senza nubi era un immenso specchio azzurro; non spirava un alito di vento e, sebbene ci fosse poca umidità, il caldo era soffocante. Dopo vari esercizi a corpo libero, Jasmine organizzò una serie di gare di corsa, che videro trionfare Michelle e Corinne. Juliette si piazzò seconda in entrambe le occasioni, ma a differenza del recente passato, anzichè rodersi per la frustrazione, andò ad abbracciare la vincitrice. Terminata l’ora di ginnastica, le ragazze si affrettarono a guadagnare la sala docce; erano tutte fradice di sudore.
Michelle fu l’unica a prendere una direzione diversa. Camminando con calma, attraversò il parco diretta verso lo studio del professor Leblanc. Attorno a lei, miriadi di fiori stupendi, provvisti di tutti i colori dell’universo, si crogiolavano al sole, godendo del clima di quel pomeriggio. Era il trionfo della natura, il momento forse più alto dell’anno, quando primavera ed estate sono sul punto di congiungersi, le serate si allungano tiepide e chiare, e la notte, privata del freddo invernale, assume un aspetto quasi incantato.
La ragazza bussò alla porta, attese che Daniel la invitasse ad entrare, e un istante dopo fu tra le sue braccia. L’insegnante le tolse la canotta con gesti febbrili, poi fece scivolare i pantaloncini sulle caviglie. “Sono tutta sudata!”, protestò Michelle ridendo. “Mi piaci così!”, replicò Leblanc. Si spogliò a sua volta e si ritrovarono nudi sul divano letto. Daniel iniziò a leccarla, assaporando il gusto del sudore; le baciò i piedi, le caviglie, le cosce tornite. Michelle aveva il ventre piatto come quello di un levriero; Leblanc esplorò l’ombelico con la lingua, quindi le succhiò i capezzoli a lungo. Amava l’odore del suo corpo, che sapeva sì di sudore ma anche di pulito, dato che quella mattina lei si era lavata con estrema cura. Poi percepì distintamente il sentore dell’eccitazione. La baciò avidamente sulla bocca, si staccò da lei per guardarla, per fissarla negli occhi, mentre il suo animo era gonfio d’ amore. La penetrò. Incominciarono a muoversi all'unisono, come seguendo il ritmo di una musica sconosciuta e meravigliosa, che soltanto loro erano in grado di sentire. Michelle si inarcò, avvinghiandolo con le gambe. Lui aumentò la frequenza dell'amplesso. L'orgasmo li raggiunse nello stesso momento, ma Daniel non uscì da quel morbido rifugio; sapeva che a lei piaceva trattenerlo dentro per un tempo lunghissimo. Ma non fu necessario attendere troppo. Presto, Leblanc fu di nuovo pronto.
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Seduta sul bordo del letto, Sandrine ascoltava con un sorriso ironico le suppliche di Juliette. Era un rituale che si ripeteva: la biondina la implorava di farle un’iniezione e, a seconda dei casi, Sandrine l’accontentava oppure la lasciava parlare invano, per poi congedarla freddamente. A volte l’aveva costretta a fare sesso con lei, e in un’occasione l’aveva sodomizzata in modo brutale: le piaceva infliggere dolore. Era un autentico spasso; inoltre rappresentava la prova inequivocabile del potere assoluto che era in grado di esercitare su di lei. Avrebbe potuto chiederle qualsiasi cosa, e Juliette si sarebbe dannata pur di compiacerla. Sandrine trovava irresistibile questo tipo di rapporto, la padrona e la schiava; e il fatto che Juliette fosse una ragazza ricca e viziata accresceva considerevolmente la sua soddisfazione. Un tempo, era stata la biondina a comandare, e lei a obbedire; ma adesso le parti si erano invertite per sempre. Esistevano squisite implicazioni psicologiche in tutto questo.
Quel giorno, aveva deciso di essere accondiscendente, seguendo il principio del bastone e della carota. “Siediti vicino a me.”, le disse. Juliette si affrettò ad obbedire, arrotolando la manica della camicia. Sandrine tirò fuori da un cassetto la siringa.
In quel momento, la porta della camera si aprì. Entrò una giovane donna dai capelli rossi. Indossava un paio di jeans a vita bassa, con l’ombelico in vista e la camicia annodata, calzava scarpe da ginnastica con le stringhe slacciate. Era decisamente attraente. “La signorina Muniere?”, chiese, guardando Sandrine. “Sono io.”, rispose la ragazza, mentre cercava di nascondere la siringa sotto le lenzuola. “E tu chi sei?”
“Mi chiamo Silvie Legrange. Polizia. La prego di seguirmi.”
Nel gazebo in mezzo al bosco, Corinne prese una mano di Henry e se la portò sul cuore. “Sei la mia vita!”, disse con uno sguardo adorante. Prima avevano fatto l'amore, e come sempre si era dimostrata un'esperienza splendida: Mimmo l'aveva condotta in paradiso e le aveva fatto conoscere gli angeli. Rannicchiata fra le sue braccia, Corinne gli mise un dito sulle labbra per tacitare eventuali proteste e disse:"Non preoccuparti, amore! Chiederò a mio padre quei soldi. So che tu faresti lo stesso per me. Sai, tesoro, io non mi sbaglio mai sulle persone. E tu sei un uomo meraviglioso!"
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Uno strano personaggio si aggira per Splinder, lasciando sempre lo stesso commento: "Che bel blog che hai! Vieni a vedere il mio." Alcuni, fra cui Anneheche, ignorano il banale spam; altri sono incuriositi e visitano il suo sito, scoprendo un blog completamente vuoto, privo di post, di link e di categorie. Tuttavia, all'improvviso, entrano in una nuova dimensione virtuale, dove vedono realizzarsi i loro sogni più segreti: per Loeilouvert lavorare in un circo, per Angie7 diventare una cantante rock, per Fastidiosetta andare a letto con Johnny Depp, per Univers vincere il premio Strega e conoscere Stephen King, per DeirdreLaStrega seviziare Anneheche. Ma ogni cosa ha un prezzo...
Quella mattina DeirdreLaStrega si precipitò in ufficio. Il giorno prima si erano verificati due inconvenienti. All'inizio tutto era andato per il meglio: Anneheche non era riuscita a creare un post, segnando così la propria sorte. Deirdre le aveva annunciato la condanna a morte, dopodichè le aveva tolto le scarpe incominciando dai piedi. Lente scudisciate sulla pianta, con un intervallo studiato ad arte per unire alla sofferenza fisica l'angoscia dell'attesa; il passo successivo sarebbe stato rappresentato dalla schiena: e qui LaStrega non avrebbe più smesso sino alla fine. Ma la bionda non aveva retto al dolore ed era svenuta. Mentre Deirdre aspettava nervosamente che riprendesse i sensi era arrivato il suo capo assegnandole una pratica urgente. Livida di rabbia, aveva dovuto sospendere il supplizio, e quella notte quasi non aveva dormito per la frustrazione. Per impedire che Anneheche svenisse nuovamente, si sarebbe avvalsa di flebo reidratanti che l'avrebbero mantenuta in vita a lungo; in questo modo la sofferenza sarebbe aumentata in modo indicibile, raggiungendo picchi quasi inimmaginabili. Facendo colazione, si era figurata la scena, assaporando in anticipo le urla, le implorazioni disperate e le lacrime della sua vittima. Quindi era corsa al lavoro. Sul pc la attendeva un messaggio della Luce Verde. Deirdre sapeva cos'era un fake? No, non lo sapeva. La Luce Verde le spiegò pazientemente di cosa si trattava, e poi le disse cosa si aspettava da lei. LaStrega si rifiutò di fare quella porcata. Prese un caffè al distributore automatico, scambiò quattro chiacchiere con una collega e rientrò nel suo ufficio. Muovendo febbrilmente le mani, si collegò al blog della Luce Verde. Con gli occhi della mente vedeva già Anneheche nella stessa posizione in cui l'aveva lasciata, in gergo si diceva "incaprettata", e pregustava la terribile agonia che le avrebbe inflitto. Quando non era riuscita a ideare il post, la bionda l'aveva supplicata di concederle una seconda chance, e presumibilmente lo avrebbe fatto anche oggi; era un altro degli aspetti eccitanti di quel gioco: il piacere perverso di risponderle di no. Inoltre, avrebbe goduto osservando gli spasmi involontari del suo corpo, sentendo l'odore acre della paura, percependo la disperazione infinita che avrebbe provato.
Entrò nel sito verde e si ritrovò in aperta campagna, circondata da alcune mucche che brucavano tranquillamente l'erba. Un ruscello scorreva vicino a lei e il sole illuminava l'acqua limpida e fredda. Un senso di pace permeava quella scena agreste. Ma Deirdre voleva Anneheche! Non le interessavano le mucche e la campagna: voleva la stanza del castigo! All'improvviso, capì: si era rifiutata di obbedire alla Luce Verde, e questa era la conseguenza. Fu presa dalla disperazione. Quello era il sogno della sua vita che si realizzava, qualcosa di immensamente superiore al semplice bdsm; era il potere di vita e di morte, era la possibilità di infliggere un tormento tanto devastante da condurre una persona alla pazzia. E la Luce Verde le aveva strappato il giocattolo dalle mani! Non poteva accettarlo.
Provando vergogna di se stessa, scrisse un pvt alla Luce Verde.
Per visitare il sito della Luce Verde cliccate qui. A vostro rischio e pericolo.