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Qualche anno fa in un paesino della Toscana c'era un postino. Si chiamava Giacomo Fabbri ed era molto brutto. Oltre a non essere bello di natura, a causa dei lineamenti del viso sgraziati, era anche tutto storto. Ogni cosa nel suo corpo era fuori posto, quasi fosse stato creato da uno scultore pazzo. Di normale aveva soltanto le gambe, che erano muscolose e ben fatte: il resto induceva a pensare a un incubo, oppure al protagonista di un film dell'orrore. Giacomo Fabbri consegnava sempre la posta in bicicletta e, sebbene pedalasse con vigore, rappresentava uno spettacolo grottesco, la caricatura di un uomo con quella postura assurda da personaggio dei cartoni animati: nessuno andava in bicicletta in modo tanto ridicolo. Ci furono pressioni perchè venisse licenziato, dato che disonorava il paese con la sua sola presenza; ma naturalmente non era possibile. Inviperiti, gli abitanti di Cimagrotta, questo era il nome dello sperduto villaggio immerso nel verde della campagna toscana, lo aspettavano sull'uscio di casa per insultarlo e schernirlo. I bambini lo inseguivano lungo le vie del paese, deridendolo e prendendolo a sassate. Indifferente a tutto ciò, ogni mattina Giacomo inforcava regolarmente la sua vecchia bici e incominciava il giro delle consegne. E ogni giorno, puntualmente, veniva bersagliato dal sarcasmo feroce e senza cuore di grandi e piccini. Persino le ragazze lo prendevano in giro, e solo una di esse, una timida biondina di nome Silvia, gli aveva parlato gentilmente, consigliandogli di abbandonare la bicicletta, e di consegnare la posta a piedi o con un motorino. In questo modo, forse le molestie sarebbero cessate. Ma Giacomo l'aveva ringraziata scrollando le spalle ricurve, e aveva continuato imperterrito a svolgere il suo lavoro in bici. Con il sole e con la pioggia, d'inverno e d'estate. Sempre accompagnato, giorno dopo giorno, da lazzi e da insulti.
Poi ci furono i campionati mondiali di ciclismo. Vinse un italiano, Mario Cipollini, che i tifosi chiamavano affettuosamente "Re Leone". Quando si trovò sul palco della premiazione, Cipollini alzò una mano per salutare la moltitudine di fans che lo acclamava, quindi parlò brevemente al microfono dell'operatore della Rai. Disse che desiderava dedicare quel grandissimo successo a un ragazzo che aveva incominciato con lui, e che era tre volte più bravo di lui. Purtroppo era stato investito da un camion, e la sua carriera era finita prima di nascere; inoltre aveva riportato lesioni gravissime che lo avevano rovinato per sempre. "Sei nel mio cuore, Giacomo Fabbri!", concluse prima di portarsi alla bocca la rituale bottiglia di champagne.
Il mattino dopo, il postino incominciò il giro delle consegne. Era una giornata fresca, allietata dal cielo azzurro e da un sole garbato; una brezza leggera accarezzava gli alberi allineati lungo la strada principale di Cimagrotta. Gli abitanti del paese lo attendevano fuori di casa, così come avevano fatto per mesi e mesi. Giacomo si incurvò ancor più del solito e continuò a pedalare, aspettando il consueto coro di schiamazzi, offese e volgarità. Ma attorno a lui c'era un grande silenzio. Quando arrivò a metà via si udì un timido applauso. Era stato un vecchio, noto per la sua crudele ironia, generalmente fra i primi a deriderlo. Dopo qualche secondo fu imitato da una donna. Poi da un ragazzino. E infine si levò un unico immenso applauso che lo accompagnò mentre procedeva ingobbito. Un applauso interminabile. Infinito. Giacomo Fabbri continuò a pedalare. Se possibile, più curvo che mai.
Su Eros e Parole url: http://eros-e-parole.it due miei racconti.
Aveva cantato a New York, davanti a una platea che era andata in delirio. Si era esibita in Europa, riportando ovunque il medesimo successo. Il momento clou del concerto arrivava quando si toglieva gli stivali per gettarli verso il pubblico. Quindi si levava la maglietta, rimanendo in reggiseno, e la faceva roteare sopra la testa. A quel punto gli spettatori impazzivano, le ragazze strillavano e piangevano, i maschi le gridavano il loro amore incondizionato ed eterno. Era un atto sessuale, era Angie7 che faceva sesso con i suoi fans in una sorta di orgasmo collettivo; prima di lei soltanto Mick Jagger aveva avuto un potere simile. Non a caso, lo show si concludeva con una rilettura acida e stravolta di "Satisfaction" dei Rolling Stones. Poi sudata, scarmigliata e colma di gioia, Angie abbandonava il palco, inseguita dall'urlo ruggente di diecimila voci. Il suo spettacolo non prevedeva bis.
Ma una mattina tutto questo finì. La pioggia scendeva monotona e, fuori dei vetri della finestra, il cielo appariva grigio e triste. Faceva freddo. Angie accese il pc e si collegò a Internet. Trovò un pvt che la attendeva. "Devi farmi un piacere.", diceva il messaggio. "Anneheche ha scritto un post su un blog che si chiama Caffè Letterario. E' un brano insulso e vuoto. Lasciale dieci commenti, tutti di insulti; se non te la senti di apparire con il tuo nome, sloggati pure. Grazie." Era firmato La Luce Verde. Angie rilesse il messaggio, scosse la testa e rispose dicendo che non aveva mai fatto queste cose e che non intendeva incominciare a farle adesso. Non ci furono altri pvt. La pioggia continuò a cadere, mentre il cielo si incupiva, attraversato da grandi nuvole nere, gonfie d'acqua. A tratti balenava un lampo. Verso le undici, la ragazza si fece un caffè, lo sorseggiò con calma e quindi cliccò sul link della Luce Verde. Quel giorno avrebbe cantato a Tokyo; probabilmente sarebbe uscito un album dal vivo, tratto da quel concerto: Angie in Japan. Aveva già in mente la copertina, una splendida foto che la ritraeva nell'atto di lanciare gli stivali a una folla impazzita. Era un'immagine stupenda perchè il fotografo aveva saputo cogliere la selvaggia determinazione che trapelava dal suo sguardo, l'espressione del viso che denotava eccitazione e senso di potere, la magia di un rituale che aveva infiammato gli appassionati di tutto il mondo. In Giappone l'aspettavano da tempo, e quel pubblico era fra i più generosi del globo.
Tuttavia, quando entrò nel blog, vide soltanto lo schermo vuoto. Nessun concerto, nessuna febbrile attesa da parte dei ragazzi, nessuna estasi. Solo un template verde.
Angie7 spense il computer.
Si alzò e incominciò a camminare per la stanza. Mille pensieri confusi si alternavano nel suo cervello. Quel giorno aveva del lavoro da sbrigare, ma non riusciva a distogliere la mente da quell'immagine verde che non le aveva regalato quello che si attendeva, che le aveva impedito di cavalcare le onde di un sogno meraviglioso, il SUO sogno. O forse...la sua vita. La sua vera vita. Lacrime di frustrazione le scesero dagli occhi; un'angoscia devastante le serrò lo stomaco. Non riusciva a pensare ad altro. Voleva esibirsi a Tokyo. Non poteva rinunciare a quel concerto. Non era giusto! Si affacciò alla finestra, incurante del freddo, e guardò a lungo le automobili incolonnate che procedevano lentamente nel caos del traffico. Pioveva sempre più forte. I passanti si riparavano sotto l'ombrello, affrettando l'andatura per guadagnare al più presto il tepore dell'ufficio, della casa o di un bar. Un cagnolino randagio si aggirava con aria sperduta, il pelo fradicio d'acqua. Angie chiuse la finestra.
Poi tornò al pc.
Successe altre due volte. La prima, il giorno dopo: Juliette stava facendo la doccia, e all'improvviso si ritrovò nel box con Sandrine e Brigitte. Riuscì solo a dire:"Vi prego, non fatelo!", ma le sue parole caddero nel vuoto. Poi in camera. Anche quella sera le sue compagne non c'erano; la biondina capì immediatamente quello che stava per accadere e decise di andare a dormire nella stanza di Corinne, tuttavia gliene mancò il tempo. Stava raccogliendo il pigiama e lo spazzolino da denti, quando entrò Sandrine. Non cercò nemmeno di opporsi, rimanendo immobile mentre le veniva iniettata la dose di eroina.
Quindi, più nulla. Quando andava a coricarsi, Juliette era pervasa da un ambivalente senso di aspettativa: da un lato temeva la visita della sua aguzzina, da quell'altro la desiderava, come si può desiderare qualcosa di perverso ma al contempo di estremamente piacevole, come si può sognare un'abiezione, rendendosi conto che ormai è entrata nel sangue. Ma le ragazze che dividevano la stanza con lei erano sempre presenti, e ciò stava a significare che Sandrine non sarebbe venuta. A volte prolungava la doccia all'infinito, fremendo al minimo rumore che udiva, rivivendo la scena che aveva vissuto in quel box: Brigitte che la teneva ferma, l'altra che le praticava l'iniezione...lei che partiva, diretta verso mondi bellissimi. Incominciò a sentirsi male: i sintomi erano quelli classici dell'influenza, dolore alle ossa, brividi, febbre. Di notte si svegliava madita di sudore. E non si trattava solo di un malassere fisico: continuava a tornare con il pensiero a quei viaggi incantati che Sandrine aveva saputo donarle, a quello stato di pace assoluta, lontano dai problemi della quotidianità, estraneo alle grettezze della vita reale. Inoltre, in quei viaggi c'erano dei sogni, ed erano di una bellezza perfetta che rasentava il sublime. Per rasserenare il suo animo intraprendeva lunghe passeggiate nel bosco, sperando che il contatto con la natura, con i colori e i profumi di quella incantevole primavera, servisse a mitigare la sua angoscia; ma con il passare dei giorni il suo malessere anzichè attenuarsi peggiorò progressivamente. A volte si contorceva nel letto, mordendo il cuscino.
Infine andò a cercare Sandrine.
Con le mani che le tremavano, la implorò di farle un'iniezione.
Il professor Leblanc alzò gli occhi dal testo che stava consultando, si tolse gli occhiali e lanciò uno sguardo interrogativo alla giovane sconosciuta che, dopo aver bussato, era entrata nello studio senza aspettare la sua risposta. Si chiese se fosse una nuova allieva, benchè dimostrasse qualche anno in più delle altre ragazze del collegio. In ogni caso, doveva essere molto giovane: era improbabile che fosse una supplente; forse era la sorella di qualcuna. Indossava un paio di jeans stinti, una camicia annodata sulla pancia, e calzava scarpe da tennis con le stringhe slacciate. Aveva folti capelli color rame e incredibili occhi verdi turchesi, era alta e slanciata. Non bella forse, ma decisamente attraente. Prima che lui la invitasse a farlo, prese posto di fronte alla scrivania. Si accese una sigaretta, accavallò le gambe e disse:"Mi chiamo Silvie Legrange." Gli porse un tesserino. "Sono un'ispettrice di polizia."
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Benchè la prospettiva di tormentare Juliette la deliziasse, Sandrine aveva anche altre partite in sospeso. Ricattava il professor Leblanc grazie alle foto che Mimmo aveva scattato la sera in cui lo aveva sorpreso a letto con Juliette. Aspettava il momento di chiudere definitivamente i conti con Corinne, e quel momento sarebbe giunto quando avrebbe ordinato a Henry di lasciarla. C'era poi in ballo la scommessa su Jasmine, ma fino a quel giorno il gigolò non aveva fatto grandi passi avanti; fra lui e l'insegnante di ginnastica per ora c'era soltanto una vaga amicizia, e probabilmente non si sarebbe mai trasformata in un sentimento più profondo. In quanto a Michelle avrebbe sofferto per interposta persona, visto che amava Leblanc. Fra l'altro, i soldi del professore di matematica le erano serviti per pagare Henry, perciò presto gliene avrebbe estorti altri. Mimmo era un personaggio sconcertante: si dimostrava sempre freddo e distaccato, ma l'idea dell'eroina era stata sua. Sandrine gli aveva fatto notare quell'apparente incongruenza: non voleva picchiare le donne, tuttavia non esiteva a punirle in maniera ancora più spietata. Henry aveva scrollato le spalle. "Qualche sberla non avrebbe risolto nulla.", le aveva spiegato. "In questo modo, invece, sarà per sempre sotto il nostro controllo. Michelle continuerà a crederla un'alleata, senza sospettare che da oggi in avanti quella stupida farà esattamente quello che vogliamo noi." Henry si era acceso una sigaretta. "Vedi, Sandrine", aveva concluso in tono pacato"io sono un tipo pratico."
Anche Sandrine si reputava una ragazza pratica: desiderava molti soldi e voleva dominare le ragazze del collegio, ma, a differenza di Mimmo, le piaceva anche divertirsi. E seviziare Juliette rappresentava un piacere irresistibile. D'altro canto, nessuno si trasforma in un eroinomane dopo una sola dose...
Quando entrò in camera per andare a coricarsi, Juliette si stupì di non vedere le sue due compagne di stanza. Generalmente si ritiravano prima di lei, e spesso si addormentavano prima che lei andasse a letto. Ma quella sera era troppo stanca per porsi domande inutili. Si spogliò, indossò un pigiamino azzurro che le stava d'incanto, e si infilò sotto le lenzuola. Si addormentò immediatamente. Era una notte buia, poche stelle lontane brillavano fiocamente, la luna era nascosta da grandi formazioni di nubi. A tratti nel cielo scuro balenava un lampo, presagio di un imminente temporale. Trascorse un'ora e incominciò a piovere. Dapprima qualche goccia, quindi intensi scrosci d'acqua, che un vento freddo e teso trascinava contro gli alberi del bosco; presto la campagna fu fradicia, e così i prati che si allineavano ai lati del parco. La pioggia picchiava sui vetri della finestra, ma Juliette era immersa in un sonno profondo. Non sentì il rumore della porta che si apriva cigolando, nè i passi leggeri che si avvicinavano al letto. Si svegliò all'improvviso quando si accese la luce. Sandrine era seduta accanto a lei e stava trafficando con la manica del pigiama. La biondina cercò di opporsi, ma fu facilmente sopraffatta. Mentre le bloccava entrambi i polsi sottili con una mano, Sandrine le praticò un'iniezione. La prima volta Juliette era stata male, ma uno strano sesto senso le suggerì che adesso sarebbe stato bellissimo. Rinunciò a lottare, e un istante dopo scivolò in un mondo lontano.
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PER FAVORE NON POSTATEMI PIU' FOTO TROPPO GRANDI (SPECIE IN LARGHEZZA) PERCHE' HO IL TEMPLATE TUTTO SBALLATO. GRAZIE!
Io ricevo molti messaggi privati, e onestamente non posso dichiararmene particolarmente entusiasta. Parecchi, infatti, sono della serie: ti andrebbe di ficcarti in un letto con mia moglie, mentre io guardo? Oppure, ti andrebbe di ficcarti in un letto con mia moglie, mentre io non mi limito a guardare? O ancora, vuoi provare un vero maschio? Hai mai fatto pompini? Posso leccarti le scarpe? Grazie al cielo, alcuni messaggi risultano invece interessanti. Sovente riguardano il mio libro, "Lesbo è un'isola del mar Egeo"; generalmente, la domanda che mi viene posta è: ma è autobiografico in tutto e per tutto? Ho già risposto varie volte a questo quesito. Mi ripeterò, dicendo che è un romanzo che prende spunto dalla mia vita, ma che contiene anche elementi di fantasia. Non mi sembra il caso di puntualizzare, episodio dopo episodio, quali parti siano reali, e quali, viceversa, frutto della mia immaginazione. E' il percorso sessuale di una ragazza, che attraverso varie esperienze imboccherà la strada del degrado, salvo poi... ma naturalmente mi fermo qui. Ci sono poi dei blogger che mi scrivono, chiedendomi perchè parlo poco di me stessa. Io penso che alla maggior parte dei miei lettori interessi avere davanti agli occhi una buona storia, magari scritta in maniera accettabile; non credo proprio che muoiano dalla voglia di apprendere inediti particolari della sottoscritta. D'altro canto, il template del mio blog è ricco di informazioni: manca solo il numero di scarpe, che per inciso è il 38. Vi sono riportati i miei gruppi preferiti ( posso aggiungere Beatles, Rolling Stones, Grateful Dead, Yes, Jethro Tull, Metallica ), i libri che prediligo, il mio amore per le notti stellate o per il mare, la mia ferma condanna del razzismo, in qualsiasi modo inteso. Cos'altro potrei aggiungere? Che a volte sono incline alla malinconia? Che "rinasco" in primavera per andare in letargo a novembre? Certo, ci sarebbero cose da aggiungere: ma, tutto sommato, non sono molte, nè particolarmente rilevanti. Inoltre, non ho mai inteso postare in rete una sorta di diario personale (attenzione: non sto dicendo che questo genere di blog non mi piace!); la mia scelta è stata quella di scrivere racconti che potessero risultare interessanti, e di cercare di scriverli in un italiano passabile. Mi impegno sempre al massimo delle mie ( relative ) capacità per ottenere questi due risultati, e quando ci riesco sono contenta. Non posso fare di più. Cerco, e spero, di non fare di meno.
Comunque, nel post immediatamente precedente c'è il nuovo episodio di Corinne.
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"Vieni, voglio farti vedere una cosa!" Juliette aveva seguito Sandrine nel bosco, senza particolare curiosità. Forse avrebbe potuto apprendere qualche novità che sarebbe tornata utile a Corinne, tuttavia ne dubitava: probabilmente si trattava di una sciocchezza di poco conto. Ma non aveva di meglio da fare. Inoltre, quella era una giornata ideale per una passeggiata. Nel grande parco che circondava il collegio, ovunque spuntavano fiori nuovi e bellissimi, l'erba era verde e tenera, una brezza soffusa mitigava il calore quasi estivo. Il bosco era fresco e ombroso, mille profumi si rincorrevano nell'aria; i richiami degli uccellini risuonavano allegri, simili a note cristalline di una stupefacente musica che solo la natura era capace di creare.
Le due ragazze seguirono il sentiero che si inoltrava nel folto del bosco; non parlavano, a causa dell'antipatia reciproca: ciascuna era immersa nei propri pensieri. Quando furono in prossimità del gazebo, Juliette sentì squillare uno strano campanello d'allarme. Rivolse uno sguardo a Sandrine, quasi a carpirne i pensieri segreti; ma il volto della sua nemica appariva freddo e imperturbabile. La biondina si fermò, sedendosi su una roccia piatta accanto al sentiero. "Cosa vuoi farmi vedere?" L'altra le lanciò un'occhiata spazientita ."E' lì dentro.", rispose indicando con un dito la costruzione. "Non possiamo parlarne qui?", replicò Juliette. Sandrine la imitò, sedendosi a sua volta sul prato, ai margini della pista. Il gazebo era stato edificato nel cuore del bosco, dove si apriva un'incantevole radura cosparsa di fiori; probabilmente, in passato, era stato un casino da caccia oppure un luogo segreto adibito a incontri fra amanti."Quando ti comporti così, mi sembri una bambina ritardata! Ormai siamo arrivate. E poi è una cosa che ti devo mostrare!" Juliette era inquieta, avvertiva una sgradevole sensazione di disagio, avrebbe preferito andarsene da lì; non si era scordata che quella ragazza l'aveva già tradita una volta, fingendo di aiutarla e invece consegnandola a Michelle. Sandrine ignorò le sue perplessità, si rialzò e si avviò verso la porta. A malincuore, Juliette la seguì. Sopra di lei, un corvo incominciò a gracchiare: quel suono le parve di pessimo auspicio. Quando arrivò davanti al gazebo, Sandrine si scostò per farla passare per prima. La biondina si fermò, esitante, stupita da quel gesto di cortesia; quindi trasse un sospiro rassegnato ed entrò. Mentre varcava la soglia, un forte grido d'allarme le risuonò nella mente: c'era un pericolo che la attendeva, non sarebbe mai stata in grado di spiegarsene la ragione, ma nel corso degli anni aveva imparato a fidarsi del suo sesto senso. Pensò di scappare, di tornare correndo al collegio, tuttavia le sembrava una reazione eccessiva. Forse era solo una stupida suggestione, provocata dai molti ricordi sgraditi. Sentì il rumore della porta che si richiudeva alle sue spalle. In ogni caso, adesso era troppo tardi.
Quando vide Henry capì immediatamente che non si era trattato di un presentimento sbagliato. Fece per voltarsi e fuggire, ma Sandrine la prese per un braccio, torcendolo dietro alla schiena fino all'altezza delle scapole. Il dolore lancinante la costrinse a piegarsi. Mimmo si avvicinò. Con calma le slacciò i bottoni della camicia, arrotolò la manica, quindi tirò fuori dalla tasca della giacca una siringa. Juliette non poteva muoversi, con gli occhi sgranati dal terrore osservò l'ago avvicinarsi alla sua carne. "Vedrai come sarà bello!", le sussurrò all'orecchio Sandrine.
Nello studio di Leblanc risuonavano le note di Vivaldi. Il professore accarezzava distrattamente un piede di Michelle con lo sguardo rivolto al parco, luminoso nel tardo pomeriggio. La ragazza indossava solo un perizoma, era rilassata e felice: anche quel giorno avevano fatto stupendamente all'amore. Ogni volta si dimostrava migliore della precedente, tranne quell'unico caso in cui il professore non era riuscito a dimostrarle la sua passione. "Sono molto contenta.", disse Michelle. Daniel spostò gli occhi su di lei, sorprendendosi come sempre della sua meravigliosa bellezza. "Juliette sarà un'alleata veramente preziosa.", proseguì la ragazza. "Potrà avere tutti i difetti di questo mondo, ma è estremamente intelligente. Tutto quello che Sandrine sa lo ha imparato da lei! Sono certa che con il suo aiuto sistemeremo ogni cosa. Già, proprio grazie a Juliette!"
L'imbarcazione dalla linea slanciata risaliva il vento, fendendo l'onda. Il sole creava barbagli che danzavano sull'acqua, giocando con le increspature provocate dalla breva. Al timone, Claudia era concentrata sulla rotta da seguire; aveva lo sguardo fisso sul lago in modo da poter anticipare le raffiche, assecondandole con piccole deviazioni del polso. Era una ragazza vigorosa, con le spalle larghe e lunghi capelli castani che scendevano ribelli sino a metà schiena; gli occhi grigi ed espressivi rivelavano intelligenza e spirito di osservazione. Andava a vela da quando era bambina.
A prua, Serena cercava di obbedire ai comandi dell'amica, manovrando il fiocco come meglio poteva, ma si trovava in palese difficoltà dato che quella era la sua prima uscita in barca. Ma non era questo che contava: presto si sarebbe concluso il bordo di bolina, e poi, nella più tranquilla andatura di poppa, avrebbero ripreso a parlare. Solo loro due, in compagnia del fischio del vento. Serena era minuta, bionda, con un viso che ispirava dolcezza e due grandi occhi azzurri, che denotavano un fondo di ingenuità, compensato da una luce a tratti ironica che nasceva da un temperamento sostanzialmente allegro e positivo. Negli ultimi tempi, tuttavia, quella luce si era come smussata, trasformandosi in una luminosità opaca, che non riusciva a celare la profonda tristezza che aveva invaso la sua anima. Benchè prima di quel giorno non fosse mai uscita in barca con lei, Claudia da alcuni anni era la sua migliore amica.
"Credo di non amarlo più." Erano state le prime parole che aveva pronunciato, mentre Claudia stava finendo di armare la star. L'altra si era girata, e dopo un istante aveva annuito lentamente. "Ti ha picchiata ancora?" Serena aveva scosso la testa. No, non aveva più alzato le mani su di lei, ma era stata sufficiente quella volta...quella sera, umida di pioggia e di infelicità. "Quando facciamo all'amore è troppo rude. Non mi piace." Era seguito un lungo silenzio complice, mentre Claudia conduceva la barca fuori dal porticciolo, puntando verso il lago aperto.
La star virò a pochi metri dalla costa, e passò all'andatura di poppa. Il vento sferzava le vele, simile a un amante capriccioso. Il sole brillava alto nel cielo, e il cielo era una distesa immacolata di azzurro; le sagome verdi delle montagne si stagliavano sui due lati del lago, come vigili giganti amici. Raggiunsero un tratto d'acqua più tranquilla, dove non c'era praticamente vento. Claudia lasciò andare la barca alla deriva e richiamò l'amica a poppa. Serena si accese una sigaretta. "Ieri sera ho visto una cosa.", disse osservando il fumo che si librava pigramente nell'aria. "Mi sono collegata a Internet...era da tanto che non lo facevo. Sono andata in un blog, che in passato frequentavo." Aspirò una boccata e sembrò perdersi nei suoi pensieri. Claudia la guardava in silenzio, senza metterle fretta. "C'era una foto di due donne." Serena arrossì. Conosceva le inclinazioni sessuali dell'amica, sebbene avessero sempre evitato di parlarne, come per un tacito accordo. Claudia per prima non aveva mai voluto rovinare la loro amicizia. "Queste due donne", riprese Serena, esitante, "facevano all'amore. Una sopra, l'altra sotto...come io e Stefano. Sono rimasta a guardare quella foto per un'ora; non riuscivo a staccare lo sguardo. Ero sconvolta. Non avrei mai pensato..." Lasciò la frase in sospeso."Che cosa ti sconvolgeva?", chiese Claudia. Ecco: era la domanda che Serena si aspettava, che temeva e voleva, e alla quale ora avrebbe dovuto rispondere, a se stessa prima ancora che all'amica. "Mi piaceva.", disse infine, gettando la sigaretta nel lago.
Claudia sembrò non dar peso a quelle parole. Alzò lo sguardo al cielo. Erano circa le undici, il sole splendeva trionfalmente; benchè fosse settembre, incominciava a fare caldo come in una giornata di luglio. Si tolse gli indumenti e le scarpe da barca, rimanendo in costume da bagno. Il bikini nero metteva in risalto il suo splendido corpo, perfettamente abbronzato. Lanciò un'occhiata interrogativa a Serena, che la stava fissando con un'espressione indecifrabile. Subito la ragazza bionda la imitò, svestendosi a sua volta. "Vuoi che ti spalmi un pò di olio sulla schiena?" Serena annuì. Claudia si mise alle sue spalle e incominciò a massaggiarla delicatamente. Il tocco di quelle dita...come era diverso da quello di Stefano! Le mani accarezzarono la schiena, quindi il collo, poi all'improvviso si posarono sui capezzoli. Serena si irrigidì, ma Claudia incominciò a vezzeggiarli delicatamente, mentre con la bocca sfiorava le orecchie dell'amica, sussurrandole parole gentili. Con dolcezza la fece voltare. Le due donne si guardarono negli occhi, ed entrambe li avevano colmi di passione. I loro visi si avvicinarono, le labbra si cercarono; Claudia schiuse la bocca di Serena, le lingue si incontrarono, si aggrovigliarono, si intrecciarono in una danza magica e sensuale. La ragazza bionda sentì la mano dell'amica posarsi su una coscia. Chiuse gli occhi.
Poi si alzò il vento, gonfiando le vele. Serena tornò a prua, mentre Claudia dirigeva la barca verso il lago aperto.
DEDICATO A UN'AMICA.
FOTO BY DIANALOVE
Dopo averla costretta a mettere le braccia sotto le gambe, DeirdreLaStrega le legò i polsi dietro alla schiena. Anneheche avrebbe voluto opporsi, ma il suo fisico era devastato dalla sofferenza. Si limitò a chiedere pietà, senza ricevere risposta. Poi Deirdre la obbligò a chinare la testa sino a sfiorare il pavimento, facendo passare un'altra corda sotto le ginocchia e attorno alla schiena in modo che non potesse più liberarsi da quella posizione innaturale. Più che scomoda, era estremamente dolorosa; e terribile a livello psicologico, dato che significava essere completamente sotto il controllo della sua aguzzina. Mentre Anneheche gemeva, Deirdre le spiegò in cosa consisteva il gioco. Avrebbe incominciato a frustarla, dapprima molto lentamente, quindi in maniera sempre più rapida; anche la forza che avrebbe impresso alle scudisciate sarebbe cresciuta in proporzione. Il tutto sarebbe durato cinque minuti. Se in quel lasso di tempo, Anne fosse riuscita a fare un bel post, avrebbe avuta salva la vita; altrimenti avrebbe continuato a frustarla fino a che non fosse morta.
"Scrivere un post? Come faccio a scrivere?", protestò la bionda. Deirdre accese un registratore portatile. "E chi ha parlato di scrivere? Lo immaginerai ad alta voce."
"Ma non ce la farò mai!" DeirdreLaStrega sorrise, lanciando uno sguardo alle calze nere e alle scarpe con i tacchi della sua vittima. "E allora morirai!" Ciò che maggiormente la eccitava, in quella situazione, era il sottile gioco psicologico che si stava svolgendo fra loro: due donne chiuse in una stanza che le isolava dal resto del mondo, entrambe consce di ciò che sarebbe accaduto di lì a breve, con la differenza sostanziale che l'una era letteralmente sopraffatta dal panico, l'altra pregustava la sofferenza che avrebbe sapientemente inflitto. Si ravviò i capelli e disse:" Coraggio: adesso basta con le chiacchiere. Inizia la sfida! E mi raccomando: il post deve essere molto convincente, perchè se non dovesse piacermi... " Soppesò la frusta fra le mani, trasse un profondo respiro soddisfatto, quindi vibrò la prima scudisciata. Anneheche urlò per il dolore insopportabile. Cercò disperatamente l'argomento per un racconto, ma mentre pensava in preda a un'ansia febbrile, fu raggiunta da una nuova frustata. Strillò ancora, e la sua mente le inviò un messaggio sinistro: non ci riuscirò mai! All'improvviso fu raggiunta da un'ispirazione. Le parole le uscirono di bocca una dopo l'altra, quasi a sua insaputa: "Il porcellino annusò l’aria fresca dell’alba; sapeva di primavera e gli procurò un senso di eccitazione. Il sole si profilava all’orizzonte, preannunciando una giornata stupenda." DeirdreLaStrega accolse quella frase con una risata beffarda."Non barare! Questo è un post vecchio. Sappi che io ho letto tutto il tuo blog!" Poi calò la frusta con tutta la forza che aveva.
Stephen King chiuse il libro e lo appoggiò sul tavolo. Porse una lattina di birra a Univers, a sua volta strappò la linguetta e mandò giù una lunga sorsata. Si asciugò la bocca con il dorso della mano, tolse gli occhiali e disse:"E' molto bello. Talmente bello che quando l'ho letto ho pensato subito a una collaborazione con te. Il seguito di "Cose Preziose", scritto a quattro mani. Di sicuro ne trarranno un film. Che ne pensi?" Stranamente parlava in italiano, senza il minimo accento, tuttavia Univers non colse quell'incongruità. Era troppo eccitato.
Il famoso scrittore gli aveva telefonato due giorni prima, invitandolo nel Maine. Univers era corso all'aeroporto. C'era un volo per New York con dei posti liberi...il giovane aveva preso il biglietto ed era salito a bordo, mentre l'emozione che provava rischiava di soffocarlo.
"Che bel blog che hai! Vieni a vedere il mio." Che commento stupido, pensò il blogger. Cliccò sulla casella solo per curiosità e arrivò QUI.
Ma nel blog della Luce Verde non c'erano post, nè link, nè fotografie...
Ringrazio LAGOSCURO per gli effetti speciali.
VISTA DA ANNEHECHE:
Il piano di Michelle era semplice. Si basava su un dato di fatto: Sandrine aveva un asso fra le mani, perchè era in possesso delle foto scattate da Mimmo che ritraevano Leblanc e Juliette nudi. Era stata un'idea della biondina, che poi, come spesso accade nella vita, le si era ritorta contro. Era impossibile stabilire quante copie di quelle foto fossero in circolazione, e non esisteva un modo per poterle rubare a Sandrine. Una prospettiva più pratica e incoraggiante era quella di passare al contrattacco. In qualche maniera, doveva procurarsi un elemento che le permettesse di ricattare a sua volta Sandrine. In questo modo, l'avrebbe neutralizzata. Il passaggio di campo di Juliette facilitava enormemente le cose, e poteva risultare estremamente utile. La biondina era intelligente e perspicace: sarebbe potuta diventare una preziosa alleata. In fondo, adesso erano in tre contro una. Se mai, l'incognita era Corinne, che ancora non accettava l'idea del tradimento di Mimmo. La brunetta andava convinta, e c'era un unico mezzo per riuscirci: metterle davanti agli occhi la realtà. Ad esempio, fare in modo che assistesse, non vista, ad un colloquio fra Henry e Juliette...
Soddisfatta di quei ragionamenti, Michelle si spogliò e andò a fare la doccia.
Sandrine entrò nel gazebo, dove Mimmo la stava aspettando. "Quella troia di Juliette ci ha traditi!", esordì senza preamboli. "Voglio che le spacchi le gambe!" Henry scosse la testa. "Non picchierò mai una donna."La ragazza fece un gesto spazientito. "Vorrà dire che ci penserò io: le gonfierò la faccia a furia di sberle!" Da quando Brigitte l'aveva informata del colloquio che si era tenuto fra la biondina e Corinne, era fuori di sè dalla rabbia. Mimmo le rivolse uno sguardo freddo. "No.", disse. "Se c'è una cosa che non sopporto è la violenza fisica. Non sono intervenuto quando la portarono nel bosco, ma non ti permetterò di metterle le mani addosso." Sandrine si lasciò cadere su una sedia. Per alcuni minuti rimase in silenzio, intenta a riflettere. Poi parlò con maggiore calma. "In ogni caso va punita!".
Henry sorrise. Un sorriso che alla giovane parve quello di un serpente. Un brivido le corse per la spina dorsale. Gli occhi di Henry erano gelidi, sembravano privi di vita. "Sarà punita, stai tranquilla.", le disse con voce bassa e controllata. "Sarà punita...ma a modo mio. E adesso vattene, perchè sta per arrivare Corinne."
Sandrine uscì dal gazebo chiedendosi cosa sarebbe successo. Non aveva mai avuto paura di niente e di nessuno; ma lo sguardo di Mimmo l'aveva colmata di inquietudine. Si incamminò verso il collegio, mentre un sofffio di vento fresco le scompaginava i capelli.
Dopo essersi infilata un paio di calzoncini corti e una canotta, Michelle si diresse verso lo studio di Leblanc. Era una magnifica giornata di sole, non troppo calda, allietata da una brezza leggera che proveniva da nord; nel cielo, poche nuvole galleggiavano, sospinte dal vento, un aereo disegnava la sua traettoria sullo sfondo di un azzurro immacolato. Michelle bussò, attese la risposta ed entrò nel locale. Daniel la prese fra le braccia. Da quando le aveva raccontato tutto, la loro intimità era ancora cresciuta, rafforzata dalla solidarietà e dal sentirsi uniti contro un nemico comune.
Le labbra di Michelle erano morbide, invitanti. Leblanc la baciò, poi con gesti febbrili le tolse gli indumenti, lasciandoli cadere per terra. La guardò con gli occhi colmi di passione: Michelle era bellissima, sembrava una dea. Leblanc la prese per mano,conducendola verso il divano letto; a sua volta si spogliò, mentre le mani della ragazza lo intralciavano, giocando con le parti intime del suo corpo. Michelle lo spinse e salì sopra di lui; il membro del professore era già pronto, e lei lo accolse dentro di sè. Prese a muoversi selvaggiamente, reclinando il capo all'indietro. Negli occhi aveva una luce ardente, mentre lo cavalcava con una furia sempre maggiore. Quando l'uomo venne, Michelle non si spostò: intendeva conservarlo a lungo dentro il suo corpo.
Si sporse e fece partire il lettore. Era Ravel. Michelle incominciò a muoversi sinuosamente, seguendo l'onda di quella musica, cerchi che si ripetevano e si allargavano; si dondolò sull'uomo, mentre con una mano si accarezzava il seno. Aumentò lentamente il ritmo; lo sentì crescere, allargarsi, farsi duro, sino a riempirla completamente. Le movenze della ragazza si fecero progressivamente più rapide, sempre con un movimento circolare, quasi ipnotico. Si inumidì un dito con la lingua, passandolo poi sul capezzolo turgido. Accelerò ancora. Quindi, tutto a un tratto, diventò frenetica, trasformando quell'amplesso in una cavalcata selvaggia. Daniel Leblanc non riuscì a trattenersi e si mise a gridare.
VISTA DA PASSAGGISEGRETI:
Pelle di bambola, dalle labbra ardenti.
Angelo truccato, dai mille volti.
Mastichi sguardi, di piacere e sostanza
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