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Forse non si usa, ma vorrei riproporre un post del 13 maggio. Quattro mesi, nel web, sono una distanza siderale, e infatti nel frattempo ho conosciuto molti nuovi amici. D'altra parte, possono benissimo commentare anche quelli che l'hanno già fatto, magari aggiungendo un dettaglio diverso o un nuovo spunto di riflessione. Comunque il post era, ed è, questo:
Avete mai baciato qualcuno del vostro stesso sesso? Non mi basta una risposta, vorrei qualche dettaglio, magari un breve raccontino. E se non è successo, ci siete andati vicino? Siete stati tentati? Lo avete solo immaginato? O qualcuno ci ha provato con voi, ma non avete voluto? Coraggio, massima sincerità!
Prima di partire per le vacanze, desidero imitare GcomeGiorgio ( che mi ha firmato una liberatoria, rinunciando ai diritti d'autore ) e voglio ringraziare i 53 blogger che mi hanno linkata.
In ordine cronologico, essi sono:
wwwgoodnightmoon, skarbie, loandre, tamagotchi, uomo libero83, nemolina, elviaje, velenoyoungster, blueviola, matteom, miaschiava, ovviamentecaos, franksaul, senzaunnome, mistiques, lunamarmotta, univers, icesun249, mattianlaseppia, johncipolla, vampiria777, gothicpunkstyle, criptolelle, lapadroncina, koko, stanzetta-degli-orrori, ninaohnina, iaiamilano, ilrattodiganimeda, giselleb, ilblogdelmax, thebluelight, monicamarghetti, bambinecattive, deusexmachina, amanda, pourparler, unicuiquesuum, spyrocomics, pinkbabysuicide, lapetitepeste, biker, angie7, ondecorteradio, smack100, rumorerosa, tittyna, bastardunderwear, pegaso48, i barbari, crazyformetal, da Splinder; inoltre, Borellieditore e maestrobuitre da altre piattaforme.
ENTUSIASMO non mi ha linkata... e fin qui tutto bene. Però ha fatto di peggio: tramite conoscenze altolocate, ha fatto in modo che se andate su google ( pagine in italiano, altrimenti trovate l'attrice ) e digitate "anneheche blog" io appaio al quarto, quinto posto... lui al primo!!!
Voglio ringraziare anche chi viene a visitarmi, lasciandomi graditi commenti. Purtroppo in questo caso non ho una lista e sicuramente dimenticherò qualcuno: mi scuso in anticipo! A memoria, Cyrana, Eliselle, Captain, Sabbri ( che mi ha invitata anche nel suo blog ), ChiaroilMattino, Elementale, Agia Ven e Brumbru ( uno e trino ), il mio amico brianzolo che sta scrivendo un libro per dimostrare che Merate è in Brianza ( e io replicherò con un tomo in celtico ), utenteanonimo Laura, Borhap, DucaBlu, Ignotosorriso, Eva-Eva , RobertoMatarazzo, LatoNascosto, DolceDespota, Laltroio, Ulisse59, Evaneschens...e altri cari amici. Scusatemi veramente se vi ho tralasciato. Sono molto stanca.
UN BACIO E UN GRANDE ABBRACCIO A TUTTI!!!! :)
Dormimmo abbracciate nel suo letto, cullate dal tepore della stanza. Ci svegliammo poco dopo l'alba e facemmo nuovamente all'amore, con molta tenerezza. Fuori dei vetri, il sole sorgeva preannunciando una stupenda giornata invernale. Io incominciavo a preoccuparmi: Isabelle mi aveva letteralmente stregata, non si era trattato solo di un mero incontro sessuale; esisteva una magia che coglievo osservandola, percependo l'odore del suo corpo, ascoltandola ridere. Se fossi stata una ragazza, avrei pensato a una cotta, invece era qualcosa di più... e in Italia mi aspettava Maddalena. Isabelle doveva andare a lavorare, mi disse di prendere le mie cose e di lasciare l'albergo. Mi porse le chiavi di casa con un sorriso incantevole; l'avrei mangiata. Feci una doccia bollente e uscii dall'appartamento. Mi fermai a bere un caffè e a mangiare un croissant in un bar vicino al mare. Intanto la mia mente lavorava incessantemente, ero percorsa da dubbi e da aspettative di felicità, avevo due giorni da passare con lei, e la prospettiva mi elettrizzava; d'altro canto, temevo il ritorno a Milano e il distacco da quella irresistibile bionda francese. Inoltre, sapevo che mi aspettava il confronto con Maddy, poichè glielo avrei detto. Decisi di rimandare, avrei affrontato i due problemi al momento opportuno; volevo stare bene, e dimenticare tutto il resto. Bighellonai per Cannes assaporando la carezza del sole, cercando nuove strade da esplorare; entrai in una boutique e comprai un regalino per Isabelle. Dopo un attimo di esitazione, scelsi qualcosa anche per Maddy. Tornai all'albergo, preparai la valigia e la portai in casa di Isabelle. Lei arrivò nell'orario di pausa, mangiammo uno spuntino, quindi ascoltammo un album dei Metallica. Devo dire che Kirk Hammet è un chitarrista prodigioso, senza dubbio il migliore nell'ambito del trash metal; la devastante cavalcata infernale di "Master Of Puppets" ebbe un effetto afrodisiaco. Ci ritrovammo nude a letto, affamate di piacere, irresistibilmente attratte l'una dall'altra; e questa volta feci tutto io, perchè così volevo. Lei slanciò le gambe su di me, ancorandosi con i piedi alla mia schiena, mentre ero sopra, e io bevvi il suo nettare conducendola all'estasi. Nuovamente riprovai la strana sensazione della sera precedente: eravamo fatte l'una per l'altra, e il suo fisico, tanto simile al mio, era molto più compatibile di quello di Maddy. Fugacemente pensai che Maddalena era troppo grossa, troppo grande; era lei che si prendeva sempre cura di me: con Isabelle era un perfetto scambio reciproco, entrambe donne, ma anche entrambe parti attive. Poi, ancora una volta, non mi curai di quelle impressioni, e mi dedicai a lei. La sentii godere, e venni anch'io, bagnandole il letto.
Appagate, riposammo teneramente allacciate. Gli occhi di Isabelle splendevano di gioia. Anche i miei. Adesso lo sapevo. Mi ero innamorata.
Io avevo deciso di non seguirla, l'avrei ringraziata e sarei tornata in albergo; ma il contatto con la sua mano fu simile a una scossa elettrica. Mi resi conto che la desideravo pazzamente. Sapevo che avrei pagato un prezzo per questa scelta, ed ero consapevolmente disposta a pagarlo. Uscii con lei in strada. Faceva più freddo, adesso, e mi strinsi nel giubbotto. Il suo appartamentino era in una viuzza dietro all'hotel Carlton. Piccolo e piuttosto spartano, tuttavia emenava allegria e gioia di vivere. Un grande poster di Sophie Marceau occupava quasi un'intera parete, foto sue e di vari gruppi musicali erano disposte con simpatico disordine. Esaminai quelle che la ritraevano: in costume da bagno, su una pista da sci, ad una festa, mentre giocava a tennis con un'adorabile gonnellina. Non ebbi tempo per osservare i Metallica o gli Iron Maiden; Isabelle mi abbracciò e cercò la mia bocca. Aveva un profumo molto buono, delicato, che mi inebriava; mi sentivo stordita e ansiosa; i sensi di colpa erano scomparsi, come inghiottiti dalla notte: sarebbero certamente tornati, ma al momento non esistevano più. Erano cancellati dalla lavagna mentale. Dopo il primo, lunghissimo, bacio ci spogliammo febbrilmente. Isabelle aveva un corpo stupendo, proporzionato, con magnifici seni sodi ed eretti, gambe snelle ma tornite, spalle splendidamente disegnate. Era un pò più piccola di me, forse quattro o cinque centimetri. Il letto non era molto spazioso per i miei standard, ma ci garantì un'intimità ancora maggiore. Fui sopra di lei e incominciai a sfiorarle i seni con le labbra, quindi con la lingua. Lei gemeva piano. Mentre la mia mano le accarezzava il pube, fui raggiunta da uno strano pensiero: mi trovavo meglio con Isabelle rispetto a Maddy, il suo corpo era simile al mio, quello di Maddalena, invece, era molto diverso. Ma dimenticai presto quelle considerazioni confuse. Giocai delicatamente con il suo clitoride e la vidi godere, rossa in viso ed ansimante; entrai in lei con tutta la mano, e si mise a gridare. La baciai avidamente, mentre continuava a venire. Ero eccitatissima. Quando fu il suo turno di darmi piacere, ìniziò a baciarmi dappertutto, partì dai piedi per risalire ai polpacci, alle cosce, al ventre, ai seni. A un tratto si girò e si sdraiò su di me. Sentivo la sua lingua dentro, era di un'abilità sorprendente; ricambiai, mentre l'orgasmo mi investiva. E poi accadde: al primo orgasmo ne subentrò un secondo, e quindi un terzo. Pensai di impazzire, mi era successo soltanto una volta nella vita; non riuscivo più a controllare le emozioni, ero come un mare posseduto dal vento, una spiaggia bruciata dal sole, un campo raggiunto dal fuoco. Gridai. Gridai il suo nome. "Isabelle!"
La seconda sera andai a mangiare da Pierrot, il mio ristorante preferito. Era inverno e quindi ordinai le ostriche. Cenai tranquillamente, immersa in molteplici pensieri: la trasferta giapponese e le nuove prospettive di espansione commerciale, Maddy che era sola in Italia, la soddisfazione di mio padre per il buon lavoro che avevo svolto.Tenevo la mente lontana da altri ricordi, non volevo assolutamente rivivere l'orribile esperienza di quella terribile notte; ero in vacanza e desideravo essere felice. Quando ebbi finito, mi alzai da tavola, uscii dal locale e mi avviai lungo rue d'Antibes. Camminavo osservando i passanti e di tanto in tanto sbirciando qualche vetrina. Si era levato un vento fresco e la temperatura era calata, ma la serata continuava a mantenersi stupenda: il cielo costellato di stelle si stagliava nitidamente sulla città, non lontano da lì il mare riposava tranquillo, cullato dalle carezze della brezza. Entrai in un bistrot per bere una birra. Mi accomodai a un tavolino vicino all'entrata e accesi una sigaretta. Stavo fumando pigramente, persa nel mio mondo personale, quando notai una ragazza che mi fissava. Incuriosita, ricambiai lo sguardo. Era bionda, con lunghi capelli che le scendevano sulle spalle; aveva gli occhi scuri, ma la sala era scarsamente illuminata e non riuscivo a decifrarne il colore; era molto attraente. Le rivolsi un sorriso, e lei si alzò, avvicinandosi al mio tavolo. Mi chiese se poteva farmi compagnia, e io con un gesto della mano la invitai ad accomodarsi. Si chiamava Isabelle. Era di Cannes e aveva all'incirca la mia età, lavorava in un negozio di dischi, amava la musica e il cinema, soprattutto i film noir. Parlammo piacevolmente, scambiandoci le nostre diverse esperienze; la colpii quando le dissi che adoravo i vecchi film francesi con Alain Delon, Jean Gabin e Jean Paul Belmondo. Isabelle replicò, asserendo che stravedeva per Mirelle Darc e Nathalie Delon. "Che splendide donne.", commentò mentre gli occhi le brillavano. Erano marroni con qualche ombra verde. "Ma io amo anche le italiane!", si affrettò ad aggiungere. "Monica Bellucci e poi una bionda di cui non ricordo il nome... " Mi rivolse un sorriso enigmatico e disse: "Io sono attratta dalle donne bionde... bionde come me." Si trattava di un messaggio inequivocabile: se prima avevo nutrito solo qualche vago sospetto, adesso avevo la certezza: era come me. Si accese una Gitane, aspirò una boccata di fumo e me lo soffiò in faccia. "Allora italiana, che ne dici: vuoi vedere i miei dischi? Ho tutti gli album dei Metallica. Non abito lontano da qui." Io rimasi in silenzio. Isabella era bella e provocante; intuivo lo spessore dei seni nascosti dal suo maglione azzurro, avevo notato le gambe slanciate e la figura aggraziata. Inoltre, era affascinante. Mi piaceva come muoveva le mani, il suo modo di ridere lievemente roco, lo sguardo a volte sfrontato, la naturalezza dei gesti e una leggera malizia di fondo, che a tratti veniva a galla. Ero turbata. Mi toccò un braccio. "Non essere timida, italiana." Andare a casa sua... un brivido mi attraversò. Volevo farlo. Immaginavo i baci che ci saremmo scambiate, le carezze sempre più audaci, il contatto dei nostri corpi, e infine la conclusione: nude in un letto percorso da travolgente passione. Avrei tradito Maddalena! Questo pensiero mi angosciava. Non potevo deludere la persona che amavo e da cui ero totalmente ricambiata. Tuttavia, non l'avrebbe mai saputo. Sarebbe rimasto il segreto di una notte a Cannes, un segreto condiviso unicamente da me e Isabelle. Ma avrei potuto guardarla ancora limpidamente negli occhi? Avrei accettato la mia menzogna? La bionda francese mi osservava, aspettando una risposta. Ero combattuta e non riuscivo a prendere una decisione. Un pensiero si affacciò alla mia mente: Maddy non lo farebbe mai! Ribattei stizzita a me stessa: ma io non sono Maddy, sono Alessandra! Isabelle interruppe quel combattimento interiore. "Vieni, italienne." Mi prese per mano e si alzò.
Quel cambiamento di posto si rivelò di fondamentale importanza, e non certo a causa della petulante Lucy. Infatti conobbi Guido Zocchi, che lavorava per una trading. In parole povere, si tratta di società di intermediazione, e lui si occupava del mercato giapponese. Noi lavoravamo in Italia e in diversi paesi europei; a New York mio padre aveva un socio che curava la vendita delle cravatte negli Stati Uniti. Tuttavia in Giappone non avevamo mai fatto affari. Ormai papà era anziano e si accontentava di gestire la clientela già acquisita; ma io, come tutti i giovani, cercavo di volare più in alto. Stabilito un accordo con Guido Zocchi, partii per l'estremo oriente. Narita è un aeroporto immenso, ricorda quelli americani, e dista un'ora abbondante di macchina da Tokyo. Io commisi l'errore di prendere un taxi; in seguito, mi sarei sempre servita degli autobus, perchè la cifra che pagai era assolutamente folle. D'altro canto, per stare in Giappone bisogna mettere in preventivo un budget di cinquecento euro al giorno, come minimo. Avevo una camera prenotata al Capital Tokyo Hotel, e da lì svolgevo i miei affari, con l'appoggio di Guido Zocchi. Trattare con i giapponesi non è semplice, dato che ridono sempre e non svelano mai le loro reali intenzioni. Fino all'ultimo, non si sa se acquisteranno o meno. Va aggiunto che se l'esito di un negoziato è positivo, poi si comporteranno con estrema correttezza. Capitò anche un episodio ridicolo. Prima di vedermi, gli acquirenti ignoravano che io fossi una donna, sapevano solo che ero Bianchisan: un giorno, si presentò nella mia stanza un distinto signore che appena mi vide fuggì a gambe levate. L'equivoco nasceva dal fatto che i giapponesi non sono abituati a trattare con le donne, le quali solitamente non svolgono questo tipo di lavoro. Comunque, Guido Zocchi chiarì il malinteso: Bianchisan ero proprio io! Restai a Tokyo per dieci giorni, spesi moltissimo, ma realizzai grandi vendite. Ero riuscita ad aprire un nuovo mercato, e mi sentivo profondamente soddisfatta.
Rientrata a Milano, decisi di concedermi una breve vacanza. La trasferta giapponese, benchè coronata da successo, si era dimostrata infatti alquanto stressante. Maddy non poteva assentarsi dall'ufficio, perciò partii da sola alla volta di Cannes. Solo quattro giorni. Quattro giorni di mare, di relax e di tiepido clima invernale. Volevo passeggiare con calma, godendomi l'incanto della Croisette. Volevo girare per la città vecchia, esplorando antichi ricordi che risalivano al tempo in cui era una roccaforte che doveva difendersi dai pirati saraceni. Sedermi nei bistrot e osservare la gente, cercando di captare i discorsi che le persone facevano per il solo gusto di immaginarmi la loro vita. Camminare scalza sulla spiaggia, ascoltando il suono del vento e delle onde; alzare gli occhi al cielo per scorgere l'azzurro immacolato tanto diverso dal grigiore di Milano. Soprattutto, volevo ritrovare definitivamente me stessa.
Lucia mi era antipatica. Aveva i capelli neri, tagliati a caschetto, gli occhi chiari, e un visino attraente, che non riusciva a piacermi completamente. Si era presentata come Lucy ed aveva immediatamente incominciato a flirtare con Maddy. Ci trovavamo in una trattoria in provincia di Como: eravamo circa in venti, e molte persone non le conoscevo. Seduti a una lunga tavolata in legno, aspettavamo la specialità della casa, brasato con polenta. Lucy era riuscita a infilarsi fra me e Maddalena. Vestita con un abitino color tortora, camicia e cravatta, stonava irrimediabilmente con l'abbigliamento sportivo di tutti gli altri. Era una serata fredda, e qualche fiocco di neve volteggiava sospinto dal vento del nord. Io mi ero messa in jeans e maglione, e trovavo assurda la sua mise da top manager. Quello che è peggio, monopolizzava l'attenzione di Maddy, impedendole di parlare con altri. Le rivolgeva domande a raffica, spesso non ascoltava le risposte, e sorrideva di continuo, in maniera a dir poco irritante. Quando Maddy le disse che andava in palestra, lei replicò sostenendo di essere stata un'istruttrice di aerobica, naturalmente per hobby, visto che si occupava di management. Non le credetti minimamente. Mi sarebbe piaciuto rivolgerle qualche domanda tecnica, in modo da smascherarla, ma purtroppo ero totalmente digiuna dell'argomento. Arrivò la polenta e Lucy continuò nel suo corteggiamento. Con orrore, la vidi tastare un braccio di Maddalena e la sentii squittire tutta eccitata: "Caspita, si vede che sei una ragazza sportiva! Io adoro la gente che si tiene in forma. Magari potremmo trovarci qualche volta in palestra..." Mi sarebbe piaciuto tagliarle quella ridicola cravatta. Oppure avrei potuto rovesciarle la caraffa di vino sulla testa. Ma sono gesti che esulano dalla mia personalità. Mangiai di malavoglia, tendendo l'orecchio alle assurdità che diceva. Maddy tentava di evadere da quella morsa; ma quando si girava verso di me, Lucy interveniva prontamente richiamando l'attenzione su se stessa. Meditai di tirarle i capelli. Tuttavia ho già detto che non sono portata per questi gesti estremi: la affrontai verbalmente, cercando di sviarla dalla sua preda. Mi informai sul suo lavoro. Ottenni una risposta vaga, e una domanda sul mio. Spiegai che vendevo cravatte e vidi un'espressione di disgusto affacciarsi sul suo viso. "Ah!", commentò. A questo punto, ero pronta a fare a sberle. Benchè generalmente io sia una persona calma e di indole dolce, ero arrivata a un tal grado di esasperazione che stavo passando in rassegna tutti i metodi più efferati per metterla a tacere. Raramente ho incontrato una donna tanto sfacciata e molesta. Fu Maddy a salvare la situazione: avevamo finito di mangiare la polenta e, in attesa del dolce, mi propose di cambiare posto. "Voglio parlare un pò con Marco:", disse strizzandomi l'occhio. Ci alzammo per andare dall'altra parte della tavola, e io sorrisi soavemente a Lucy. "Ciao, bellina.", la salutai. "Magari, non ci vediamo in palestra..."
Sebbene questa vicenda non fosse ancora conclusa, consentitemi di abbandonare per qualche pagina l'orribile ricordo. Tornata alla vita normale, mi trovai di fronte a un nuovo problema. Io e Maddalena non facevamo più l'amore. Si era creato una sorta di circolo vizioso: Maddy mi stava lontana per delicatezza, aspettando che fossi io a compiere il primo passo; da parte mia, avrei gradito il suo contatto, non avevo paura di lei: ma pensavo di farle schifo. Il medico mi aveva prescritto dei tranquillanti e anche degli euforizzanti; dovevo combattere, a un tempo, contro l'ansia e contro la depressione. Spesso ragionavo in modo confuso, e mi ero convinta di non essere più una persona "pura"; ritenevo che Maddy mi evitasse per non farsi contaminare, oppure perchè mi considerava una donna indegna. Le conseguenze di uno stupro sono infinite, e molte di esse sono destinate a seguirti per tutta la vita. Il lavoro rappresentava la mia ancora di salvezza. Con grande energia contattavo nuovi clienti, visitavo quelli vecchi, studiavo le varianti. Alla sera rincasavo esausta e andavo subito a dormire. Purtroppo una bottiglia di Chivas non durava più due settimane: presto, mi resi conto che ogni cinque giorni dovevo acquistarne una nuova; arrivai a un pacchetto di sigarette al giorno, mentre prima ne fumavo al massimo sei o sette. Tuttavia il problema più serio era quello rappresentato da Maddy. Finalmente, una sera ne parlammo con calma: lei trasecolò quando le confessai i miei timori, mi disse che ero semplicemente pazza, che mi amava e mi rispettava come non mai. Io incominciai a piangere. In quel periodo piangevo spesso, a volte senza motivo. Maddalena mi prese il viso fra le mani e accostò le labbra alla mia fronte. Mi baciò dolcemente, quindi mi accarezzò a lungo i capelli. Mi prese per mano e mi condusse in camera da letto. Mi spogliò. Rimase nuda a sua volta. Ci stendemmo sul letto e facemmo all'amore. Maddy dimostrò una tenerezza impagabile; fu dolce, rassicurante, quasi materna. Continuava a ripetermi di stare tranquilla, che lei mi avrebbe protetta sempre. Continuava a dirmi "ti amo". Fare all'amore non significa scopare, a meno che non si voglia dare un'intonazione scherzosa a quel termine: fare all'amore vuol dire amare. E quella notte Maddy mi amò con la passione e il sentimento di una donna innamorata. Quando raggiunsi l'orgasmo, compresi istintivamente che era il più bello e il più intenso della mia vita. E che il male era alle spalle.
Sogno. Ai confini del sogno, lontano, avverto dolore. Cerco di ignorarlo. Strane immagini si susseguono nella mie mente. Ricordi d'infanzia. Mio padre che mi raccontava una favola, ambientata in Africa, e io che lo stavo ad ascoltare, rapita. Il profumo dei campi, d'estate, e il calore del sole sulla mia pelle. Ma torna il dolore. Adesso è forte, pressante; non riesco a localizzarlo. Si presenta e se ne va, a ondate successive. Ogni nuova ondata mi causa una sofferenza sempre maggiore. Ho male al viso, alla testa, al cuore. Nel sogno piango. Invoco pietà. Rivivo quanto è accaduto; ma sono forte, riesco a scacciare quelle immagini, a gettarle in una pattumiera del cervello. Mi appare il mare, azzurro, luminoso nella luce del mattino; le onde trasportate dal vento creano una soffice spuma bianca. Mi immergo nell'acqua: il contatto con il mio corpo accaldato è delizioso. Torna il dolore. Ora è terribile. Piango. Non so perchè piango.
Nella camera dell'ospedale vedo tre fisionomie note. Papà ha gli occhi lucidi, poveretto quanto deve aver sofferto. Mia madre è fredda e austera, composta come sempre, forse rigida e distante. E' possibile che in questo momento stia pensando che è stata colpa mia. Come sempre. Maddalena mi sorride timidamente. Vorrei tanto abbracciarla. Provo dolore. Troppo dolore.
Ho paura del prossimo incontro. Ho visto molti film e mi immagino cosa succederà. Mi faranno domande cattive. Insinueranno che me la sono voluta io. E' una donna. Ha l'aspetto estremamente risoluto, ma è anche dolce, comprensiva. Mi parla con delicatezza. Mi accarezza una mano. Le voglio bene. Scoppio a piangere.
Nel frattempo avvengono fatti che conoscerò solo in seguito. L'avvocato Z, uno dei più noti e costosi legali d'Italia, va a trovare mio padre. Parla in maniera forbita, si esprime con grande padronanza della lingua, cerca di essere gentile e accattivante. Se ci sarà una denuncia, dice, la ditta di cravatte fallirà. Per la prima volta in vita sua, papà perde le staffe. Lo caccia fuori dall'ufficio.
Maddy fa di meglio. Dopo una breve indagine, scopre dove X consuma abitualmente i suoi pasti. Naturalmente è un ristorante di lusso, in pieno centro. Maddalena lo aspetta fuori, con calma. Quando lui esce, gli si fa incontro e, senza preavviso, gli sferra un violento calcio nei testicoli. X si piega in due. Maddalena lo raggiunge con un pugno alla mascella. E' alta un metro e settantacinque e pesa sessantasei chili; a differenza mia, non perde mai un giorno di palestra. E ultimamente si è data alla kick boxing. X crolla esamine al suolo. Brava Maddy!
LA LETTURA DI QUESTO CAPITOLO E' SCONSIGLIATA ALLE PERSONE SENSIBILI, E ASSOLUTAMENTE VIETATA AI MINORI.
I genitori di X abitavano in via della Spiga, ma lui viveva da solo in un attico nei pressi di porta Venezia. Quando entrammo nel suo lussuoso appartamento, mi indicò un morbido divano e preparò due cocktail a base di vodka. Avevo già bevuto a sufficienza, e mi ripromisi che sarebbe stato l'ultimo alcolico di quella sera. X inserì nel lettore un cd dei Nirvana e si accomodò vicino a me. Era esuberante e allegro, mi raccontò una storia divertente e vagamente improbabile che riguardava le sue ultime vacanze alle Maldive. Poi si versò ancora da bere. Assunse un'aria monellesca e disse: "Ma davvero non ti piacerebbe provare con un uomo? Sei una bellissima ragazza, potrei renderti molto felice!" Io sorrisi. "X, fai il bravo!" Quella risposta sembrò irritarlo: eppure mi conosceva da tempo, e non ignorava le mie preferenze. Si alzò e incominciò a camminare per il soggiorno. "Va bene, faccio il bravo!", replicò. "Ma tu sbagli. Un uomo, un vero uomo, può darti molto di più di una donna. Io saprei farti impazzire." Non mi piaceva la nuova piega che aveva preso la serata e pensai che forse era il caso di andare. Tuttavia non volevo apparire maleducata. "Non ne dubito.", gli risposi. "Vorrà dire che avrò un rimpianto in più nella vita." Pronunciai quelle parole in tono lieve per sdrammatizzare la situazione. X fece uno strano sorriso e scosse il capo. "Voi donne... ", commentò, ma lasciò la frase in sospeso. Si versò nuovamente da bere, prese il cellulare e mi chiese di scusarlo un attimo. Stavo per dirgli che si era fatto tardi e che sarei tornata a casa, ma non me ne lasciò il tempo. Andò in un'altra stanza a telefonare. Quando tornò, dopo pochi minuti, lo stavo aspettando in piedi. "Caro, adesso vado a nanna.", gli dissi. Mi pregò di aspettare che finisse il suo cocktail, ero così piacevole e simpatica... non potevo privarlo della mia compagnia. "Solo cinque minuti.", acconsentii a malincuore. Un misterioso sesto senso mi stava avvisando che qualcosa non quadrava: X era diverso dal solito, con il passare del tempo diventava sempre più inquieto e febbrile, camminava avanti e indietro senza sosta. Si portò di nuovo il bicchiere alla bocca. Credo che a quel punto fosse ormai ubriaco. Mi alzai per la seconda volta, decisa ad andarmene, e in quel momento squillò il campanello. X corse ad aprire la porta. Entrarono due giovani che non conoscevo. X fece le presentazioni. "Sono i miei migliori amici.", disse. "Lui è Giorgio", e indicò un tipo dall'aspetto spavaldo, con un ciuffo ribelle che gli calava sugli occhi, "mentre lui è Kruger". Kruger era una specie di armadio, con due spalle da culturista. Entrambi dimostravano circa venticinque anni, ed emanavano aria di ricchezza. X mi indicò. "Lei, invece, è Alessandra, meglio nota come brutta troia lesbica." Rimasi allibita. X tanto fine, educato, civile, che parlava in quel modo! E l'orribile insulto che mi aveva rivolto! Mi diressi verso la porta; per quanto mi riguardava la serata era finita. E anche la mia amicizia con X. Non feci in tempo a compiere due passi. X mi afferrò per la vita. Mi ribellai e lo spinsi via. Lui mi colpì con un violento manrovescio. Finii distesa per terra con le labbra che mi sanguinavano. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, il motivo di quell'insensato gesto. Mi rialzai, insultandolo, e venni centrata in pieno viso da un potente diretto. Mi spaccò il naso e mi stordì, rendendomi incapace di reagire. Intervenne Kruger: mi afferrò e, torcendomi un braccio dietro alla schiena, mi costrinse a raggiungere il tavolo e a piegarmi in avanti. Sentii che mi stracciavano i vestiti di dosso. Mi misi a gridare, supplicandoli di smettere. Era un terribile incubo, non poteva essere la realtà! Mi tolsero gli slip. Sentii la voce di X, impastata dall'alcool, che diceva: "E adesso la lesbica proverà finalmente un cazzo." Rise sguaiatamente. "La convertiamo, eh ragazzi?" Urlai ancora più forte, scongiurandoli di non farlo. Ero pazza di terrore. Il mondo mi turbinava addosso, come una giostra infernale; mi sentivo trasportata in una dimensione folle, nata da un sogno malato e abbietto. Poi successe. Il pene entrò brutalmente, sfondandomi, spaccando vasi capillari, colmandomi di dolore e di disgusto. Vomitai sul tavolo. Non sapevo chi fosse: mi sodomizzava con violenza; mani ruvide mi afferrarono i seni, strizzandomi i capezzoli con forza. Io mi sentivo morire, capivo che quel giorno finiva una parte della mia vita, che non sarei mai più stata la stessa. Ero infangata e distrutta. Forse non ero più una donna. Non so se un uomo possa capire veramente ciò che provai, forse solo un'animo femminile è capace di comprendere quelle sensazioni, di immedesimarsi e di "sentire" con me. Si diedero il cambio. Il tormento riprese, infinito e insostenibile. Vagamente, li sentivo ridere. Credo che fossero tutti ubriachi e impasticcati, tuttavia non li giustificherò mai. Non potrò mai perdonarli. Qualcuno mi tirò i capelli. Io, ormai, non pensavo più; piangevo e vagavo in un inferno di devastante dolore. Dolore fisico. Dolore morale. Vomitai ancora. Da quella spaventosa sera faccio ogni anno gli esami, dato che mi hanno regalato anche questo incubo. Ma grazie a Dio sono sana. Il ricordo di quell'esperienza mi tormenterà sempre, non mi abbandonerà mai. Quando andai a vedere IRREVERSIBLE con Monica Bellucci, dovetti abbandonare il cinema perchè mi sentivo male. In quel film c'è una scena tremenda, girata a telecamera fissa: le fanno ciò che fecero a me. E poi la uccidono.
Non mi uccisero. Un homeless mi trovò dalle parti della stazione centrale. Ero svenuta e sanguinante. Lui chiamò la polizia.