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Non ci eravamo ancora baciate. Mentre venivo, si sdraiò su di me e cercò la mia bocca. Le lingue si avvinghiarono. A quel punto, successe una cosa incredibile: incominciai a godere a ripetizione, un orgasmo dopo l'altro, e ciascuno era più forte e intenso di quello precedente. Lei aveva ripreso a stimolare il clitoride, quindi di nuovo si introdusse in me, ma questa volta con tutta la mano. Io tremavo, non riuscivo a controllarmi; quello che mi stava capitando non l'avrei immaginato neppure nei miei sogni più sfrenati. Alla fine, mi rilasciai esausta, quasi incapace di connettere, con gli occhi sbarrati e la bocca serrata. Un pensiero fugace attraversò la mia mente: non sono frigida! Sono normale! La colpa è degli uomini. Maddalena si inginocchiò sul letto e prese ad accarezzarmi e baciarmi i piedi. E' una delle mie zone più erogene, tuttavia va detto che non riesco a tollerare il solletico. Ignoro se questa sia una contraddizione in termini; so solo che lei non oltrepassò mai quella sottile barriera. Mi deliziava e tornava a colmarmi di eccitazione e di aspettativa. Mi baciò l'interno delle cosce, risalì sino al pube, ma crudelmente lo evitò per passare all'ombelico, al ventre, alle braccia e ai seni. E' incredibile a dirsi: ma raggiunsi un nuovo orgasmo, forse quello più devastante. Mi misi a gridare e le graffiai la schiena; bagnai completamente le lenzuola. Quando riuscii a ritrovare il controllo, la pregai di smettere. Avevo paura di morire, non ero in grado di valutatare se il mio fisico avrebbe retto ancora. E poi mi sembrava di impazzire, nel senso letterale del termine. Maddy mi concesse una pausa. Respiravo affannosamente, e vagavo in una dimensione parallela, irreale, uno straordinario empireo che non avrei mai creduto potesse esistere. Tornata in me, decisi di prendere l'iniziativa: la rovesciai delicatamente sul letto e accostai la bocca al suo pube. Sapeva di donna, e quell'odore mi inebriò: mi occupai di lei voracemente, quasi volessi mangiarla, e quando compresi che stava godendo provai una gioia fortissima. Mi stesi sul suo corpo, e la baciai dolcemente. Fu un bacio lunghissimo, una sorta di poesia dopo la bruciante prosa che ci aveva divorato. Ci accarezzammo teneramente, le mie dita le sfiorarono le guance, gli occhi, la fronte; le scostai una ciocca di capelli e ancora cercai la sua bocca. Ci guardammo a lungo, mentre la notte compiva il suo percorso. Fuori, in strada, le ultime macchine passavano, un cane abbaiava e la luna faceva capolino simile a una vecchia, rassicurante amica. Forse era nostra complice. Vegliava su di noi e sul grande amore che proprio allora stava nascendo.
Ci incontrammo due giorni dopo, a piazzale Loreto. Non avremmo potuto essere più diverse: io indossavo una minigonna e le scarpe con i tacchi, lei anfibi e pantaloni verdi militari. Al telefono le avevo chiesto se le piaceva la cucina giapponese; Maddy mi aveva risposto che mangiava di tutto. La invitai in un ristorante del centro, e consumammo una cena a base di sushi e sashimi, inaffiata da un eccellente Riesling ghiacciato. Maddalena mangiava avidamente: era quasi eccitante guardarla portare il cibo alla bocca, mentre gli occhi le brillavano di piacere. Sparai a caso: "Sei del Toro?" Avevo indovinato, benchè allora non sapessi che, oltre alla bellezza e alla pigrizia, una delle caratteristiche principali di questo segno è proprio l'amore quasi "fisico" per tutti gli aspetti della vita, cibo compreso. Io sono nata il 3 settembre, quindi appartengo alla Vergine, segno a mio avviso quanto mai problematico. Finito di cenare, le domandai se le andava di bere un drink a casa mia. "Certo.", rispose senza esitare. "E poi non dobbiamo continuare un certo discorso?" Quella franchezza mi colpì, anche perchè durante la cena avevamo parlato di molte cose, dalla musica al cinema, ma non di quel lontano giorno d'estate. Si era permessa anche una piccola bugia: mi avrebbe chiamata appena tornata dal mare, mi disse, ma sbadata com'era aveva perso il foglietto con il numero del telefono. Finsi di crederle. Quando fummo a casa mia, le offrii uno scotch, ma lei scosse la testa. Era praticamente astemia e aveva già fatto un'eccezione con il vino a tavola. Le porsi un'aranciata e mi versai due dita di Chivas. Ma Maddy non era tipo da convenevoli. Si alzò quasi subito dal divano e con estrema naturalezza si spogliò davanti a me. Provai un tuffo al cuore. Il suo corpo era una straordinaria combinazione fra il fisico di una matrona e quello di un'intrepida guerriera dei fumetti. Era alta, con grandi seni pieni e perfettamente diritti; i capelli castani scendevano come un'onda sulle spalle larghe e atletiche; aveva braccia e gambe muscolose, ma al contempo estremamente femminili; piedi lunghi con le dita non troppo piccole. Era semplicemente perfetta, e io quasi mi vergognai, svestendomi a mia volta e mettendo in mostra il mio corpo esile, i seni piccoli e le spalle fragili. Ma subito ricordai che lei mi conosceva già. Inoltre, molti mi considerano attraente e quindi il mio corpo va bene così.
La presi per mano e la guidai in camera da letto. Lasciai accesa una piccola lampada, che diffondeva luce soffusa. Inserii nel lettore un cd dei Pink Floyd e regolai il volume, in modo che non risultasse troppo alto. Ci sdraiammo sul grande letto matrimoniale ( una comodità cui non so rinunciare ) ed esattamente come allora, fu lei a prendere l'iniziativa. Questa sarebbe stata sempre una costante del nostro rapporto, e devo dire che non trovai mai da obiettare: in linea di massima, amo essere la "donna", e solo episodicamente, nella mia vita, ho invertito i ruoli. Maddy incominciò a lambirmi i seni con la lingua. Era dolce, lenta, quasi estenuante. Quando avvertii il contatto delle sue dita, dapprima sul clitoride, poi dentro, esalai un gemito. Ero terribilmente eccitata, ma provavo uno strano senso di vergogna; girai la testa sul cuscino perchè non volevo che mi guardasse in faccia. Ma fu proprio quello che fece. Si rialzò e, mentre la sua mano mi esplorava, lei fissava il mio volto attentamente, studiando ogni mio minimo cambiamento di espressione. Dopo mi avrebbe detto che quando avevo incominciato a godere, il mio viso aveva assunto un'espressione sofferente, e che questo l'aveva indicibilmente eccitata.
A scuola andavo bene, sebbene non studiassi molto: mi era sufficiente ascoltare con attenzione le lezioni degli insegnanti. Avevo otto fisso in italiano e filosofia, e zoppicavo soltanto in matematica. In effetti non so perchè ho scelto lo scientifico, quando tutti dicevano che ero portata per il classico. Conseguii una brillante maturità, e subito dopo annunciai ai miei che non intendevo iscrivermi all'università; volevo lavorare, rendermi indipendente e andare a vivere da sola. Mia madre non mi rivolse la parola per una settimana, mio padre invece mi amava troppo: mi assunse nella sua ditta di cravatte, e così incominciai a fare la venditrice. Guadagnavo bene e mi trovai un bel monolocale arredato. A Milano in quel periodo circolava di tutto: eroina, cocaina, extasy. Non mi sono mai drogata, solo qualche canna, e questo fatto tutto sommato è curioso, dato che io sono autodistruttiva. Con Franco, il mio tipo, giravo per locali, ascoltavo un sacco di musica trash ( Metallica, su tutti ) e alla domenica salivo sulla sua moto per andare a esplorare la Brianza. A volte, ci spingevamo sino a Bellagio, sul lago di Como. Andammo anche a Cannes, la città dove avevo trascorso la mia infanzia. Leggevo meno di prima, lavoravo con impegno e nel tempo libero mi annoiavo profondamente. Non pensavo più a Maddy, ormai si era trasformata in un ricordo lontano, che il tempo aveva sbiadito. D'altro canto, erano trascorsi quattro anni. Eravamo nel 1996. Ma rivederla fu uno shock.
Una certa Gianna, amica di Franco, organizzò una festa a casa sua, a Como. Ci invitò, e io mi presentai con quell'espressione annoiata che ormai sembrava far parte integrante della mia personalità. Capelli biondi e aria blasè, occhi azzurri e atteggiamento tediato. A un tratto vidi Maddalena. La riconobbi immediatamente. Lei mi venne incontro e mi abbracciò. Pensai di scorgere nei suoi occhi un'ombra di rimpianto, ma probabilmente era solo un frutto della mia fantasia. Tuttavia, non ero più una ragazzina ingenua e sprovveduta; ero una giovane donna adesso, e davo la sensazione di essere molto sicura di me stessa. Lei non era cambiata, tranne per il fatto che a sua volta era cresciuta. Tutto si svolse rapidamente. Le diedi il numero del mio cellulare, assolutamente convinta che questa volta mi avrebbe chiamata. E avevo ragione.
La vita mi ha insegnato che, prima di parlare, bisognerebbe pensarci tre volte. La mia improvvida dichiarazione d'amore conseguì un unico risultato: Maddy incominciò a evitarmi. A posteriori, la capisco perfettamente. Lei voleva solo divertirsi, farsi una ragazza più giovane; ma probabilmente a casa aveva un fidanzato che la aspettava, e comunque non era interessata a instaurare una relazione con una biondina appiccicosa. Invano, le ronzavo attorno, inventando i pretesti più stupidi per restare sola con lei. Mi vestivo in modo appariscente, suscitando le ire di mia madre e la bonaria disapprovazione di mio padre. In spiaggia le passavo accanto, sculettando e assumendo pose da diva fatale nel patetico tentativo di attirare la sua attenzione. La mia strategia si dimostrò fallimentare, e quando lei partì inventò una scusa per non ricambiare il numero di telefono. Avrebbe cambiato casa di lì a poco, mi disse, e promise di farsi viva lei. Naturalmente non mi ha mai chiamata.
Tornata a Milano, cercai di dimenticarla. Non era facile, perchè alla sera inevitabilmente pensavo a lei. Ricostruivo, fotogramma dopo fotogramma, quello che era successo fra noi; rivedevo con gli occhi della mente i suoi grandi seni, le sue lunghe gambe e quel viso, che seppur non bellissimo, aveva un fascino per me inconfondibile. Sola nel mio letto, al buio, iniziavo a toccarmi, immaginando che quella mano fosse la sua. Ma non funzionava. Mi mancava il suo odore, la sua presenza: era un vuoto artificio che non portava a nulla. Piangevo rabbiosamente, chiedendomi dove avevo sbagliato. E, a tratti, la odiavo; mi aveva ingannata, si era presa gioco di me, era una ragazza cattiva e senza scrupoli. Poi mi passò. Decisi che le donne non facevano per me, non ero una lesbica, ero una tipa normale; e stranamente questo pensiero mi rassicurò. Oscuri sensi di colpa avevano già cominciato a circolare dentro di me, e in questo modo riuscii a scacciarli. Mi misi con un ragazzo della Milano bene. Era simpatico e gentile, e soprattutto possedeva una caratteristica che lo rendeva unico. Non era interessato al sesso. Non si spingeva mai oltre al bacio della buona notte, e a me andava bene così. Visto che non affrontavo l'argomento, si premurò lui di farlo: un giorno mi spiegò che era un momento particolare, ma che presto sarebbe passato. Lo rassicurai, incrociando di nascosto le dita. Gli dissi che non era un problema, e mai come in questa occasione sono stata sincera. Del resto, ero tornata alla mia vecchia convinzione. Ero frigida. Il sesso non faceva per me.
Scoppiai a ridere. "Ma io non ho bisogno di depilarmi le gambe!" "E invece sì.", replicò Maddy. "Non se ne parla!" Lei scosse la testa. "Adesso vediamo!" Giocammo per un pò alla lotta, ma faceva molto caldo e mi arresi quasi subito. Mi immobilizzò spalle al letto. "Chiudi gli occhi.", mi disse con una strana voce. Io obbedii. Quello che successe fu assolutamente inaspettato. Sentii una lingua calda e morbida che, trovato un varco nella mia bocca, entrava e circuiva la mia, la accarezzava, la vezzeggiava. Non c'era niente in comune con le ruvide esplorazioni cui ero abituata. Non era frenetica e maldestra: ma calma e incredibilmente abile. Dopo un attimo di esitazione, ricambiai. Era un gesto spontaneo, non ragionato: fu istintivo come respirare una boccata d'aria quando si riemerge da un tuffo nel mare. Mentre ci baciavamo sempre più appassionatamente, sentivo l'odore del suo corpo, e mi piaceva. Era sudata e sapeva di salsedine, di sole, di sabbia e di giovane donna eccitata. Mi tolse la maglietta e liberò i miei piccoli seni; non portavo il reggiseno dato che lo consideravo superfluo. Le sue mani incominciarono ad accarezzarli, dapprima delicatamente, poi con febbrile urgenza. Me li strinse con forza, strappandomi un gemito di dolore, ma subito tornò a essere dolce e rassicurante. Si levò a sua volta la maglietta, si liberò del reggiseno e mi schiacciò una mammella sul viso. "Baciami.", mi ordinò e io feci come diceva, accostando le labbra al suo grande seno. Lo lambii delicatamente, quindi lo succhiai. Non l'avevo mai fatto in precedenza, ma certe cose non si imparano sui libri di testo. Maddalena aveva chiuso gli occhi e il suo respiro si era fatto affannoso. Tuttavia, riprese rapidamente l'iniziativa: mi sfilò gli slip, si stese sopra di me e iniziò a leccarmi. Egoisticamente non ricambiavo, persa in un mondo di piacere che non avevo mai conosciuto; ma mi resi conto che dovevo farlo, che volevo farlo. Inizialmente mi dimostrai incerta, poi trovai il giusto ritmo e capii che le stavo rendendo quello che lei dava a me. Quando arrivò l'orgasmo, mi sentii travolgere. Fu una sensazione quasi intollerabile, una gioia infinita, senza limiti. Un viaggio in un paese incantato di cui non avrei mai creduto di possedere un giorno le chiavi. Mi misi a piangere. "Cosa c'è Alessandra?", mi chiese mentre si rialzava. Sbagliai la risposta. Stupidamente, dissi: "Ti amo!"
"SE I TUOI DESIDERI, ALCEO, FOSSERO PURI E NOBILI E LA TUA LINGUA ADATTA PER ESPRIMERLI, NESSUN RITEGNO TI IMPEDIREBBE DI FARLO."
Saffo era una grande poetessa, ma è passata alla storia perchè era lesbica. Il termine lesbica deriva da Lesbo, che era la sua isola natale. Pare che fosse esile, con la pelle scura e gli occhi simili a due tizzoni ardenti. Io sono bionda, ho gli occhi azzurri e non passerò alla storia. Quand'è che si capisce di essere dell'altra sponda? Come lo si comprende? Non mi sono mai posta il problema. Io, da bambina, giocavo con le bambole e non con i soldatini. Ho avuto qualche ragazzo, innocenti flirt fatti di timide carezze, bigliettini romantici e un pò puerili, e alcuni baci che non sapevano di nulla. Un tale si è preso la mia verginità in cambio di una scopata da quattro soldi. Ricordo ancora le sue mani goffe, la lingua incapace di procurare la minima emozione, e alla fine un pene timido e incerto che si limitò a funzionare per una trentina di secondi. Poesia meno di zero. Coinvolgimento totalmente assente. Ma io credevo che funzionasse così. Pensai che il sesso non facesse per me. D'altra parte, le esperienze delle mie compagne di scuola non erano tanto differenti, salvo alcune fortunate eccezioni. Andai a sfogliare un'enciclopedia, e corsi alla voce "frigidità". Bene, quello era il mio caso. Nessun problema. Il mondo è pieno di altre cose: cieli azzurri, prati verdi, montagne innevate, mari dai colori dello smeraldo; oppure i sommi poeti, gli scrittori dalla fervida immaginazione, i film dei registi innovativi, la musica. Il sesso poteva essere tranquillamente ignorato. E fu esattamente quello che feci, sino al giorno in cui sperimentai Maddy. Maddalena aveva un anno più di me, era alta, già completamente sviluppata, con grandi seni e lunghe gambe forti. La conoscevo da pochi giorni, mi era simpatica e la reputavo una gran bella ragazza. Eravamo al mare, a Grado, e credo che fossimo entrambe attraenti, nei nostri vestitini che lasciavano intravvedere due corpi giovani e abbronzati. Un giorno entrò nella mia stanza e mi disse che voleva depilarmi le gambe.
BUFFY E CORINNE VANNO IN VACANZA. TORNERANNO A SETTEMBRE.
IN AGOSTO POSTERO' UN ROMANZO EROTICO.
Ma non avevi detto mai più post erotici? :D
Infatti... non è "un" post! :P
L'uomo le fu addosso. Silvia si dibattè selvaggiamente; era una donna forte, temprata dal nuoto e dallo judo che aveva praticato da ragazza. Lo colpì con un calcio agli stinchi, scivolò fuori dalla sua stretta e corse verso la porta di casa. Stradilasi la raggiunse proprio mentre cercava di tirare fuori le chiavi dalla tasca dei jeans. Silvia si spostò lateralmente, ma lui le fece una presa di lotta e le immobilizzò la testa. Subito dopo le premette qualcosa sulla faccia. Silvia tentò ancora di divincolarsi, ma le mancava il respiro. Le cedettero le gambe e si accasciò. Si sentì trascinare. Stradilasi la caricò sul retro del furgone e le infilò una camicia di forza, in modo che non potesse muoversi quando si fosse riavuta. Le mise un bavaglio sulla bocca, accertandosi che riuscisse a respirare. Poi chiuse lo sportello del furgone, saltò giù e si sistemò al posto di guida. Accese il motore e azionò i fari.
Il suo pensiero corse al destino che attendeva la donna. Luisella era molto abile con la frusta. Gli ordini del Maestro erano chiari: avrebbe dovuto frustarla per una settimana, sino ad ucciderla causandole una sofferenza insopportabile. Stradilasi sapeva che, dato che non avrebbe potuto ricorrere allo scudiscio senza soluzione di continuità ( sarebbe morta alla prima sera ), avrebbe alternato alle frustate qualche altro piccolo trucco. Sarebbe stato uno spasso. E poi quel metodo originale di uccidere... Era interessante: in pratica sarebbe intervenuta a toglierle la vita proprio lì dove la vita nasceva. Esisteva una filosofia in tutto questo. Il Maestro era un grande.
Stradilasi pregustava il divertimento. Inoltre, era molto soddisfatto di sè: aveva rapito Silvia senza che nessuno se ne accorgesse; la lotta era stata assai breve e la donna non aveva nemmeno strillato. Meglio di così non sarebbe potuta andare. Mise in moto il furgone, schiacciò la frizione e ingranò la marcia. La strada era buia e silenziosa. Ma non era deserta. A un tratto il furgone fu illuminato a giorno; potenti riflettori accecarono Stradilasi, mentre cinque poliziotti correvano verso di lui. Un'auto della polizia arrivò sgommando e con una derapata si mise di traverso davanti al furgone. Una seconda macchina sopraggiunse da dietro, precludendo ogni possibile via di fuga. Il furgone si spense con un sobbalzo. Gli agenti a piedi lo circondarono con le armi spianate; uno di loro aprì la portiera, piantando un mitra in faccia a Stradilasi. Un'operazione eseguita perfettamente. "Molto bene!", disse una voce dal pesante accento tedesco.
Quando arrivava il mese di luglio, la famiglia di Corinne abbandonava Strasburgo per trasferirsi in una grande tenuta nel sud della Francia. Vicino alla casa padronale vi era una fattoria, e quell'anno il fattore era nuovo. Corinne aveva sedici anni e non era vergine. Sei mesi prima si era offerta a un giovane, suo compagno di scuola, che le aveva riservato una profonda delusione. Non avrebbe saputo dare un nome a quell'esperienza: ma certamente non si era dimostrata nemmeno lontana parente di quanto aveva letto e sognato su certi libri proibiti, trafugati dalla biblioteca paterna. Corinne aveva i capelli neri, lucidi come pietra bagnata; occhi grigi che potevano incredibilmente sfumare nell'azzurro cupo; e un viso affilato che non sarebbe stato esatto definire bello, specie per la perenne smorfia imbronciata che assumeva la sua bocca, peraltro troppo piccola. Tuttavia non era lontana dalla soglia della bellezza, e in taluni casi l'aveva senza dubbio varcata. Ad esempio, quando sorrideva e i lineamenti del volto si distendevano, gli occhi brillavano di una luce ironica o forse soltanto divertita, e la bocca abbandonava la consueta postura. In quei momenti Corinne era bella. Ma si trattava di momenti rari, di episodi che si presentavano inaspettati e che presto sarebbero stati dimenticati. Corinne era esile, sottile figura che attraversava il mondo in cerca di una ragione che non riteneva di poter trovare. Si lasciava vivere, affrontando i compiti che le venivano richiesti in virtù di un'intelligenza eccezionale, ma senza riservare ad essi un impegno che esulasse dalla routine. Sapeva tradurre dal latino senza vocabolario, all'impronta; e scriveva temi straordinari, benchè inevitabilmente colmi di tristezza esistenziale.
Durante il mese di luglio Corinne camminava per la tenuta. Osservava i campi fustigati dal sole, la vegetazione arsa, il cielo immobile e pesante che sovrastava la campagna. A volte, si recava presso un laghetto, scrutava l'acqua di un colore indefinibile, annusava l'odore dell'estate e si perdeva in pensieri privi di tempo, astratte comete di un firmamento interiore totalmente privo di stelle. Capitava che facesse il bagno. Rimaneva a lungo immersa in quella che più che altro era una pozzanghera e lanciava sguardi distratti al volo degli uccelli. Un giorno, Corinne conobbe Nathalie, la figlia del nuovo fattore. Era una ragazza bionda, robusta, con occhi nocciola che presentavano ombre verdi, un corpo completamente sviluppato sebbene avesse appena un anno in più di Corinne, gambe lunghe e ben fatte, benchè forse troppo muscolose. D'estate Nathalie aiutava il padre, lavorava nei campi e accudiva gli animali. Come indole era l'opposto di Corinne: solare, allegra e sfacciata. Amava la vita, in tutte le sue forme: le piaceva mangiare, ridere, scherzare, e il duro impegno fisico non la spaventava minimamente. Le due giovani, tanto diverse fra loro, si presero in simpatia.
( continua )
Sull'uscio c'era un uomo di mezza età, dall'aspetto massiccio; indossava un pesante cappotto scuro. Appena la vide le rivolse un gran sorriso. "Ho buone notizie per lei, signora Mannini.", disse. Silvia era agitata. "Che... che notizie?", chiese quasi balbettando. Suo figlio era salvo! Lo aveva sempre sperato, e ora quella stupenda speranza si trasformava in realtà. Si sentiva mancare per il sollievo. "Sono della polizia, signora.", disse l'uomo. Aveva un'aria rassicurante e cordiale. Evidentemente, pensò la donna, era abituato ad avere a che fare con le famiglie delle persone rapite: si mostrava tanto gentile e affabile perchè sapeva le sofferenze che avevano patito. "Ho una buona notizia.", ripetè l'uomo. "Marco è stato liberato!" Il cuore di Silvia smise di battere per qualche istante. La donna si sentì invadere da una gioia sfrenata; le tremavano le gambe. "Dov'è?", si sforzò di chiedere. L'uomo sorrise di nuovo, in modo molto dolce. "Lo tenevano prigioniero in Sardegna, ma noi siamo riusciti a rintracciare il nascondiglio, abbiamo fatto irruzione e lo abbiamo portato via. Adesso si trova alla centrale e sta bene!" Silvia avrebbe voluto abbracciarlo. Per un momento pensò di invitarlo in casa a bere qualcosa, sarebbe stato un comportamento educato; ma non era in grado di aspettare ancora. Dopo oltre un mese voleva solo riabbracciare Marco. "Mi può accompagnare?", gli chiese. "Certamente.", rispose lui. "Un attimo solo.", disse Silvia. Lo lasciò lì sulla porta e corse in soggiorno. Si mise il maglione, spense il televisore e indossò un giaccone di montone. Pochi secondi dopo era di ritorno, rossa in viso per l'eccitazione. "Ho la macchina qui fuori.", disse l'uomo. "Venga, la prego."
Silvia lo seguì nel cortile con l'animo in tumulto; forse era il momento più bello della sua esistenza. Marco era l'unica persona che amava al mondo, la sua ragione di vita, e finalmente lo avrebbe riavuto con sè. Stentava quasi a crederlo. L'uomo la precedette attraverso il cortile e uscì nella strada. Silvia non vedeva macchine della polizia. C'era un furgone posteggiato alcuni metri più avanti, ma nessuna automobile. Si disse che forse quel poliziotto usava il furgone, poi inaspettata una strana idea le balenò nella mente. Aveva già visto quell'uomo. Era una buona fisionomista e non dimenticava facilmente le persone che incontrava; inoltre l'aspetto del poliziotto non era esattamente comune, così largo e robusto. Dove lo aveva visto? Lui aveva raggiunto il furgone. Si voltò per guardarla arrivare. Silvia era incerta: da un lato provava una gioia senza limiti, ma da quell'altro si sforzava di recuperare nella memoria il giorno in cui aveva visto quell'uomo. Si fermò a un metro dal furgone. AL NEGOZIO.
Lui le venne incontro. La mattina in cui avevano rapito Marco. Era entrato per comprare qualcosa, un giubbotto di pelle o una camicia scozzese, non ricordava bene. All'improvviso ebbe paura. L'uomo non aveva parlato di furgoni. Aveva detto: "Ho la macchina qui fuori." Si girò di scatto, anche se non aveva la minima idea di quello che avrebbe fatto.