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Questa è la mia vicina di casa.
Ama gli uomini.
GRRRRRRRRRRRR
Mio padre tornava spesso di notte
il rumore dell'auto mi era amico
svaniva l'incubo di oscure grotte
solo del vento il suono antico
il sole danzava sul mare al mattino
giocare su un prato verde
non conoscevo il sapore del vino
non avrei mai conosciuto l'acido che perde
al Petit Lapin una cena
compivo gli anni in quella serata
di una vita ancora senza pena
a correre scalza sulla sabbia bagnata
mio padre aveva gli occhi grigi come il mare
parlava poco ma narrava fiabe incantate
le fiabe, le fiabe mi diventarono care
e le notti non erano mai ghiacciate
mio padre tornava spesso di notte
ma solo quando ero innocente
poi le stelle smarrirono le rotte
adesso lui è lassù e so che mi sente.
Cullata dal movimento del treno, Silvia si era addormentata. Ai suoi piedi giaceva il Corriere della Sera: le era caduto dalle mani, lo scompartimento era vuoto e nessuno lo aveva raccolto. Prima aveva esaminato a lungo la cartina pubblicata in prima pagina, su cui erano evidenziati i luoghi dove erano scomparsi i bambini. Non sembrava esserci alcun legame che li unisse. Le date dei rapimenti rispondevano a una logica, le zone geografiche parevano scelte a caso. Forse esisteva una ragione che aveva portato alla scelta di quelle località e non di altre, ma il computer non era riuscito a individuarla. Tracciando delle linee per unire i vari punti si otteneva solo un disegno irregolare e apparentemente privo di senso; i nomi delle città e dei paesi dove si erano verificati i sequestri non avevano nulla in comune; scavando a ritroso nella storia non emergevano dei fatti che in qualche modo potessero collegarli; longitudine e latitudine non indicavano elementi degni di nota.
Silvia stava sognando. Era un sogno confuso che riguardava in parte il suo passato. Era sdraiata sul letto di casa e faceva all'amore con suo marito. Le era sempre piaciuto fare l'amore con Giulio e nel sogno raggiungeva uno splendido orgasmo, che la lasciava felice ed appagata. Poi usciva per andare a cercare Marco. Giulio non la seguiva perchè alla televisione trasmettevano una partita. Silvia guidava sicura nella notte, mentre il lettore diffondeva piacevole musica di Enya, la sua cantante preferita. A un tratto una macchina sopraggiungeva da dietro e incominciava a seguirla da vicino, incalzandola come in attesa di un sorpasso. Silvia accostava sulla destra in modo da lasciarle spazio ma la vettura non la affiancava, continuava a starle dietro, vicinissima, ed iniziava ad abbagliarla con i fari. Lei agitava una mano davanti allo specchietto in segno di protesta; ma le luci continuavano a disturbarla. E infine, dopo una curva, riusciva a vedere in faccia le due persone che stavano sulla macchina: erano orribili, sembravano due mostri, con i visi verdi e i lineamenti che ricordavano quelli delle rane, ridevano e facevano strani versi con le bocche contorte. Silvia si svegliò di soprassalto con il cuore che le batteva forte. Nello scompartimento faceva caldo ed era tutta sudata. Si asciugò la fronte con un fazzoletto, raccolse il Corriere e con un sospiro di sollievo vide che il treno si stava fermando. Si sentiva soffocare, ma adesso sarebbe scesa. Dopo quattro ore finalmente era arrivata.
Mentre si dirigeva verso la fermata dei taxi cercò di non pensare a quell'incubo. Si concentrò invece sulla visita che stava per fare. Si era messa una bella gonna e delle scarpe eleganti. Vestita così si sentiva quasi a disagio: da quando era scomparso Marco, non aveva mai abbandonato i jeans e le scarpe da ginnastica. Salì sul taxi e diede al conducente l'indirizzo. Venti minuti più tardi scendeva davanti a una graziosa villetta, immersa nel verde e nella tranquillità di un grande viale alberato. Sapeva che i genitori di Luca non erano ricchi, perciò immaginava i sacrifici che avevano fatto per comprare quella casa. Una signora bionda venne ad aprirle la porta. Silvia le sorrise. "Sono la mamma di Marco.", disse tendendole la mano. La donna ricambiò il sorriso. "Piacere, Maria Grazia Gangemi. Si accomodi, la prego." La guidò lungo un corridoio sino a un salottino dall'aria un pò dimessa. Le indicò una poltrona rivestita da un tessuto a fiori e le chiese se gradiva un caffè. Silvia la ringraziò. Sorbirono il caffè in silenzio, poi Maria Grazia le raccontò la sua storia. Non c'era molto di diverso rispetto a quello che avevano scritto i giornali e a quanto le aveva già detto la donna al telefono. Luca Gangemi era scomparso nello stesso modo di Marco Mannini: senza far rumore. Maria Grazia sembrava una donna solida. Silvia ne fu contenta: aveva temuto che la loro conversazione sarebbe stata bagnata da abbondanti lacrime, ma si era ripromessa di non piangere più e perciò la tranquilla forza di Maria Grazia la sollevò. A differenza di Marco, Luca era un ragazzino irrequieto, ma a parte qualche monelleria non aveva mai combinato nulla di grave. Sì, era figlio unico. Aveva otto anni. Silvia le chiese il permesso di visitare la sua camera. Maria Grazia la accompagnò.
La stanza era calda e accogliente come la maggior parte delle camere dei bambini. Sul pavimento di linoleum era disseminata una quantità di giochi, oltre ad alcuni pupazzi: evidentemente la signora Gangemi non aveva avuto cuore di metter mano per ristabilire un pò d'ordine. Non c'era una scrivania, Luca faceva i compiti sul tavolo della cucina. I quaderni e le altre cose della scuola erano radunati sopra una piccola cassapanca. C'era una libreria che ospitava alcuni romanzi per ragazzi e un'enciclopedia in sei volumi. Silvia incontrò lo sguardo di Maria Grazia: per qualche istante le due donne si guardarono negli occhi senza parlare. Fu un momento intenso che Silvia avrebbe sempre ricordato. Poi la signora Gangemi accarezzò il cuscino del letto come se ci fosse la testa di suo figlio; fu un gesto involontario e quando se ne rese conto arrossì lievemente. Silvia le girò le spalle per lasciarle il tempo di riprendersi. Andò alla finestra, che era affacciata sul viale alberato, quindi si avvicinò alla cassapanca. Insieme ai quaderni c'erano dei disegni. Luca era molto bravo: aveva il senso delle proporzioni e un'eccellente padronanza dei colori. Silvia osservò ammirata i suoi lavori. "Gli piace molto disegnare.", commentò Maria Grazia alle sue spalle. "Ha sempre detto che da grande farà il pittore." La voce della donna si incrinò un poco. Silvia avrebbe voluto abbracciarla, ma temeva che il suo gesto avrebbe scatenato una tempesta di emozioni. "E' bravissimo.", disse con sincerità. Un disegno raffigurava uno scoiattolino nel bosco. Per quanto ingenuo, era bello. Due ragazzi giocavano a pallone. Il verde del campo di calcio era brillante. Una bambina sull'altalena con le guance rosse e un sorriso allegro. Luca disegnava come un quindicenne! Era stupefacente. Un lago con delle montagne attorno. Un uomo altissimo che parla su un palco. Un bambino lo sta osservando. Un soggetto singolare. Una donna grassa che distribuisce il becchime alla galline. Buffo, ma estremamente ben realizzato. Un momento.
Silvia fece cadere i disegni per terra perchè le mani le tremavano. Si inginocchiò e incominciò a raccoglierli in fretta, scusandosi con Maria Grazia. Un uomo altissimo che parla su un palco. Un bambino lo sta osservando. Certo, la tecnica era largamente superiore, ma il soggetto era praticamente identico. Solo che l'uomo di Marco aveva un megafono. Per il resto...per il resto... La madre di Luca non aveva fatto caso a quel disegno. Non era sorprendente, dal momento che anche Silvia non aveva badato al disegno di suo figlio. PRIMA. Silvia era sconcertata. Sapeva solo che quando aveva visto l'uomo alto che parlava aveva provato un brivido e non era stato un brivido di freddo, dato che la casa di Maria Grazia era ben riscaldata. I due ragazzini non si conoscevano, non si erano mai parlati. Disponevano di poteri telepatici? A quanto le risultava, Marco no. Non osò informarsi sul conto di Luca. Non intendeva passare per pazza. Eppure esisteva un legame fra quei due soggetti tanto simili, doveva esistere, visto che i due bambini erano stati rapiti a breve distanza l'uno dall'altro. Avrebbe voluto telefonare a tutte le mamme dei bimbi scomparsi.
Tornarono in soggiorno, ma non avevano più molto da dirsi. Maria Grazia era diventata taciturna e Silvia capì che era giunto il momento di accomiatarsi. Avrebbe mangiato un sandwich alla stazione e sarebbe salita sul primo treno in partenza. Quando uscì dalla porta e, dopo essersi abbracciata con Maria Grazia, raggiunse il taxi che la aspettava, si domandò perplessa quale motivo l'avesse indotta a compiere quella visita. Si accorse che non lo sapeva.
Silvia sedeva a gambe incrociate sul letto di Marco. Era scalza e giocava distrattamente con una ciocca di capelli. Sul pavimento c'era il settimanale che le aveva dedicato la copertina. Sul letto, il quotidiano del giorno prima con l'ultimo articolo di Valentino Compari. Il giornalista prendeva in esame il fatto che la sequenza matematica svelata dal computer era stata interrotta dall'ultimo rapimento e si chiedeva a cosa fosse dovuto questo cambiamento. Lo schema dei sequestri era illustrato in un riquadro a fianco del pezzo. Silvia non capiva molto di quelle argomentazioni, tranne che il penultimo bambino era il suo. Compari sosteneva che questa interruzione aveva una spiegazione plausibile: l'organizzazione aveva deciso di sospendere la sua attività e perciò non si era preoccupata di continuare la sequenza. Ormai i bimbi si trovavano in Medio Oriente, probabilmente schiavi di qualche emiro, forse destinati a sposare una fanciulla araba e a diventare dei moderni giannizzeri, forse futuri eunuchi che avrebbero sorvegliato le donne dell'harem: comunque fosse, il caso era chiuso.
Silvia non ne era convinta. C'era qualcosa che sentiva, in modo oscuro e impalpabile, una strana voce che le suggeriva che non era quella la strada giusta. Marco era ancora in Italia. Si passò le dita sulla fronte e risistemò la ciocca di capelli. Dall'armadio l'orsacchiotto le sorrideva amichevolmente. La donna soffocò le lacrime e scese dal letto. Si avvicinò alla piccola scrivania di Marco. Era una mattina luminosa e fuori dei vetri della finestra il cielo si stagliava limpido e azzurro. Silvia prese in mano i quaderni di suo figlio, ancora una volta guardò i compiti, ammirata dalla cura e dall'ordine con cui erano stati fatti. Non era una donna particolarmente disordinata, ma certamente era meno precisa di Marco. Aprì il cassetto e tirò fuori i fogli da disegno. Indugiò con gli occhi sul ritaglio del giornale: quella biondina le era antipatica, avrebbe voluto stracciare il ritaglio e gettarlo nel cestino della carta straccia; tuttavia non si sarebbe mai permessa di farlo, perchè sarebbe stato come offendere Marco. Era semplicemente gelosa, si disse, e in quel momento non poteva esserci un sentimento più stupido ed inutile. Si chiese se suo figlio si toccava; non aveva mai visto strane macchie sulle lenzuola, ma questo poteva dipendere dal fatto che si comportava in modo prudente. Andava in bagno con la sua biondina e poi si lavava con attenzione. Se lo avesse ritrovato, se fosse tornato a casa, gli avrebbe presentato tutte le bionde di questo mondo.
In una cartella rossa erano raccolti i disegni già completati. Li passò in rassegna: non erano granchè, ma rivelavano una certa immaginazione. Un disegno in particolare la colpì: raffigurava un uomo alto, con il volto tratteggiato sommariamente, che parlava dentro a un rudimentale megafono. Un bambino lo stava ascoltando. Era uno strano disegno. Lo rimise nella cartella, la chiuse e la sistemò dov'era prima. Poi richiuse il cassetto. Perchè lo avevano rapito? Era la centesima volta che si poneva quella domanda, e sapeva che sarebbe rimasta ancora senza risposta. Il computer aveva scoperto una sequenza temporale che legava i vari sequestri, stabilendo che i bambini rapiti erano vittime della stessa organizzazione. L'ultimo sequestro interrompeva la catena. Cosa avevano in comune quei bambini? Si spostò verso la finestra, massaggiandosi delicatamente la fronte. Guardò il cortile, quasi sperando che suo figlio fosse lì a giocare; quindi si perse nei suoi pensieri. Trascosero alcuni minuti e lei rimase accanto alla finestra, inseguendo risposte che non avrebbe mai avuto. Marco aveva paura? Aveva fame? Lo trattavano bene? Voltò le spalle alla finestra con uno sguardo assorto. D'impulso uscì dalla stanza. Raggiunse il telefono e compose il numero delle informazioni. Poi fece la telefonata.
L'articolo di Compari aveva fatto scalpore, e Silvia fu investita da una spiacevole popolarità. Al mattino usciva di casa e si trovava circondata da nugoli di giornalisti affamati di notizie; i fotografi la tempestavano di flash e i cameramen la inseguivano fino al negozio. A casa il telefono squillava in continuazione: si trovò costretta a staccare la cornetta e a lasciarlo sempre occupato. Un settimanale le aveva dedicato la copertina: sopra a una foto piuttosto malriuscita che la ritraeva nel momento in cui varcava la porta di casa con un braccio alzato per proteggere il volto, spiccava a grandi caratteri la scritta MADRE CORAGGIO. Più in piccolo si leggeva: Catturerò il rapitore di Marco. Era semplicemente orribile.
Poi scomparve un secondo bambino. Aveva la stessa età di Marco, otto anni, ed abitava in una città distante. Le circostanze erano praticamente identiche: nessuno aveva visto cosa era successo, non si trovavano segni di lotta e non era considerata probabile la richiesta di un riscatto, dato che la sua famiglia non era agiata. I giornalisti si scatenarono in questa nuova direzione, capitanati da Valentino Compari che aveva trovato un'altra preda. Il cronista era infervorato e meditava già di scrivere un libro sull'argomento. In ogni caso, come sempre, fu il primo a presentarsi alla porta dei famigliari del bimbo rapito e a raccogliere le loro straziate impressioni.
Il sostituto procuratore della Repubblica diede disposizioni affinchè fossero inviate a Quantico tutte le informazioni disponibili. Il Federal Bureau Of Investigation lavorò bene: il computer ingurgitò avidamente i dati e li restituì assieme ad un grafico. Il grafico segnalava la scomparsa di quindici bambini negli ultimi tre anni. Bambini che non erano stati più ritrovati. Erano tutti bimbi europei, tranne un piccolo marocchino. Il cervellone aveva individuato una logica matematica nella sequenza temporale dei rapimenti. A questo punto era chiaro che il responsabile non era un singolo pervertito, nè una pazza drogata; si trattava di un'organizzazione. Lo scopo dei sequestri poteva essere una nuova tratta degli schiavi. Forse, i fanciulli erano stati stipati su qualche nave, presumibilmente diretta a oriente. Probabilmente non sarebbero più stati trovati. Tuttavia era possibile risalire all'organizzazione e stroncare per sempre quell'attività criminosa. Le polizie di tutta Europa avrebbero cooperato per raggiungere questo risultato.
Il bambino marocchino sorrise. L'uomo stava camminando scalzo sulla spiaggia, aveva un ridicolo cappello in testa e fra le mani stringeva un pallone da calcio, un pallone autentico. Incominciarono a palleggiare insieme sulla sabbia, mentre l'acqua lambiva i loro piedi quando il pallone rotolava verso il mare. Poi, a gesti, l'uomo gli fece capire che intendeva mostrargli una cosa. Incuriosito, il bambino lo seguì.
Con l'austriaco fu meno facile. Abitava in un ridente paesino di montagna, attraversato da un ruscello gorgogliante che d'inverno ghiacciava e si trasformava in un'ideale pista per le slitte. Il ragazzino aveva quattordici anni e si chiamava Stephen, in ricordo del nonno materno... o del bisnonno forse, non ricordava bene: sapeva solo che era stato fatto prigioniero dagli austriaci durante la prima guerra mondiale, che era riuscito a scappare e che aveva incontrato la sua progenitrice che lo aveva protetto e nascosto. Stephen sapeva sciare molto bene e il suo sogno era quello di entrare a far parte della nazionale austriaca, la più forte del mondo. Non amava gli italiani perchè aveva studiato che un tempo erano stati loro nemici e gli avevano sottratto il mare. Il mare... Stephen ci era stato una volta sola ed era rimasto affascinato al punto di commuoversi. Era rimasto a guardarlo per ore: la lucentezza delle onde accarezzate dal sole sfolgorante di mezzogiorno, l'odore della salsedine, il vento fresco che percorreva i flutti come un fremito. Non sapeva nuotare, perciò non aveva fatto il bagno; ma non avrebbe mai dimenticato quel giorno. L'italiano era corpulento e gli sorrideva in modo ipocrita. Durante le vacanze Stephen dava una mano ai suoi che gestivano una gasthaus. Quando portava le salsicce al tavolo di quell'uomo, provava un moto di disgusto: gli sembrava un lurido sporcaccione, lo osservava con una luce ammiccante che a Stephen non piaceva proprio per niente.
L'uomo se ne rese conto e abbandonò la locanda dopo appena un paio di giorni. Qualche tempo dopo tornò di notte, protetto dalle tenebre, e scivolò dentro attraverso una finestra che sapeva difettosa. Prima di partire aveva ispezionato accuratamente la casa. A passo felpato salì al primo piano. Sapeva dove dormiva Stephen. Socchiuse lentamente la porta della sua stanza. Entrò. Stephen aveva il sonno pesante e non si accorse di nulla. Dopo pochi secondi il suo sonno divenne ancora più pesante.
In generale, i bambini non avevano creato problemi. Erano ingenui ed erano stati colti di sorpresa. L'uomo pensò soddisfatto che aveva fatto un buon lavoro. Il Maestro sarebbe stato contento di lui.
"Prego?" "Ho detto no!", ribattè la donna con voce più dura. "Io non prego nessuno in ginocchio, io ho pianto tanto, troppo, io mi sono disperata; ma adesso tutto questo è finito. Io adesso non piango, io adesso non supplico, io combatto. Vuole un messaggio per chi ha rapito Marco? Il messaggio è questo: verrò a prenderti, brutta carogna. Se non liberi subito mio figlio, verrò a cercarti e ti troverò. Ti porterò io in galera, se non ti ammazzerò prima. E' chiaro come messaggio?" Compari la fissò pensosamente. La donna aveva pronunciato quelle parole con un tono fermo e deciso; la sua voce non si era alterata e non aveva assunto alcuna inflessione isterica. Silvia aveva parlato con calma, e non aveva mai distolto lo sguardo da lui. Era uno sguardo duro, pensò il giornalista. Uno sguardo che poteva incutere timore. Si era fatto una certa idea di lei, ma fu costretto a rivederla. Inoltre, riteneva che potesse funzionare. Sarebbe stato uno scoop a livello giornalistico, il quotidiano avrebbe venduto molte copie in più, e lui sarebbe andato al Maurizio Costanzo Show. A un livello più pratico... l'appello patetico non sarebbe servito a nulla; queste parole minacciose, invece, forse avrebbero potuto accendere una scintilla nell'animo di chi aveva rapito il bimbo. Una scintilla di collera, che avrebbe potuto portarlo allo scoperto; una scintilla di paura, che l'avrebbe indotto a commettere qualche errore; oppure più probabilmente una scintilla che si sarebbe spenta subito. Immaginava una sorta di hippy vestita con un'informe gonna che le arrivava alle caviglie, un paio di ridicoli zatteroni e lo sguardo perso nel vuoto. Leggeva l'articolo e si fumava uno spinello. Per lei Silvia non rappresentava un problema. Oppure un uomo, che avrebbe scorso attentamente le colonne del giornale e poi sarebbe andato in bagno a masturbarsi, o forse avrebbe masturbato il ragazzino. Un pervertito eccitato dall'idea di avere a che fare con una donna combattiva. Un pervertito che comunque non avrebbe dato peso a quelle vuote minacce. Ma per il giornale andava bene.
"E' una buona idea, signora Mannini.", disse con un sorrisetto compiaciuto. Aveva già in mente l'attacco del suo pezzo: La coraggiosa madre del piccolo Marco sfida il suo rapitore! Io le ho parlato nel salotto di casa sua. Ecco il fedele resoconto di quello che ha detto. Io non sono più disposta a piangere, io non supplico nessuno... Silvia si era distratta per un momento, guardò il giornalista e strinse leggermente le palpebre. "Pensa che possa funzionare?" Il sorriso di Compari si allargò. "Funzionerà perfettamente.", rispose. Dentro di sè ne era certo: per la sua carriera avrebbe funzionato e come! Ora doveva semplicemente convincere Silvia a lasciar entrare il fotografo. Ci voleva una bella foto, e stava pensando alla posa migliore.
Il giorno dopo l'articolo fu pubblicato. Qualcuno lo lesse. Quelle parole non gli piacquero.
Quando Silvia tornò in soggiorno con due tazze fumanti di caffè, il giornalista aveva le idee più chiare. Bevve la bevanda calda e incrociò le gambe, protendendosi verso la donna. "La polizia brancola nel buio.", affermò. "Hanno messo sotto controllo il suo telefono, ma naturalmente non ha chiamato nessuno." "Anche loro escludono che si tratti di un rapimento a scopo di estorsione.", disse Silvia. "Lei ha detto che voleva aiutarmi... in che modo, mi scusi?" Compari le rivolse un sorriso comprensivo. "Mi lasci inquadrare la situazione. I posti di blocco non hanno funzionato. D'altra parte, si dimostrano efficaci solo nelle prime quarantotto ore: in due giorni una persona che ha una macchina è in grado di scomparire. Non ci sono state soffiate, che molto spesso rappresentano un aiuto fondamentale per scoprire il colpevole. Questo significa che chi ha rapito suo figlio lavora da solo e sa tenere la bocca chiusa, oppure, nel caso si trattasse di un'organizzazione, è composta da gente esperta e fidata. Ma io escluderei questa seconda ipotesi." "La polizia pensa a un pazzo o a una pazza.", interloquì Silvia. Compari si pulì gli occhiali dalla montatura metallica con un lembo della camicia. Indossava un abito grigio piuttosto trasandato e una camicia bianca con cravatta a pois. La cravatta era macchiata, probabilmente di sugo. Il giornalista si rimise gli occhiali e disse: "Una pazza drogata, per la precisione, che potrebbe seviziare il bambino in modo orrendo." Silvia lo fissò con gli occhi colmi di orrore. "O forse un maniaco sessuale, un infame pedofilo che abuserà di lui." Silvia scattò in piedi. "Signor Compari, se intende proseguire su questo tono, sarò costretta a chiederle di uscire!" L'uomo sgranò gli occhi, come fosse sorpreso da quella reazione. "E' il mio tono che la preoccupa? Sono le mie parole? Cara signora, non è di me che dovrebbe aver paura, mi sembra!" Silvia tornò a sedersi e lo guardò freddamente. "Ha ragione, ma non è il caso di esagerare. Sembra quasi che lei si diverta." Il giornalista scosse una mano. "Ma no! Comunque, mi scusi se sono stato eccessivamente crudo. Volevo semplicemente farle capire che la situazione è grave, anche se ovviamente lo sa già, e che la polizia non sta facendo progressi. Hanno dei dati, una quantità di dati, ma non sanno servirsene." Silvia era incuriosita. "Che genere di dati?" "Precedenti in qualche misura simili, località in cui possono essere scomparsi dei bambini negli ultimi tre anni, composizione delle loro famiglie, eventuali sospetti che hanno dei precedenti, e via dicendo. Ma non sanno cavarci un ragno dal buco! Dovrebbero chiedere aiuto all'FBI e inviare tutto al loro cervellone, ma non lo faranno a meno che non venga rapito un secondo bambino e il caso diventi di risonanza nazionale, Perciò, al momento, si limitano alla routine: controllo delle telefonate, posti di blocco, qualche nuova domanda ai suoi vicini di casa. Niente di decisivo."
Silvia lo osservò per alcuni istanti in silenzio. Quell'uomo non le piaceva, ma al telefono aveva detto chiaramente che poteva aiutarla. Giocherellò con il cucchiaino del caffè mentre rifletteva, quindi si sporse verso di lui. "E lei avrebbe un'idea risolutiva?" "No.", rispose Compari. "Però ho un'idea. E' già qualcosa." "Che tipo di idea?" "Quando uscirà la sua intervista esclusiva, è probabile che venga letta da chi ha rapito il bambino. Se non altro per curiosità. Lei deve fare una specie di appello." "Un appello?" "Già. Qualcosa di simile a quello che disse Paolo VI in televisione, quando rapirono Aldo Moro. Vi prego in ginocchio..." "No.", disse Silvia con dolcezza.
Il giornalista era abituato a fotografare la realtà che lo circondava e a sviluppare mentalmente l'istantanea che i suoi occhi avevano scattato. Nel giro di pochi secondi prendeva nota di tutti i particolari che vedeva, ed era in grado di percepire compiutamente situazioni e stati d'animo. Era il suo lavoro, lo svolgeva da anni con grande applicazione, ed era competente e deciso. La donna che gli aprì la porta aveva i capelli castani, lunghi e ondulati, trattenuti sulla sommità del capo da un fermaglio rosso; una frangetta spioveva sulla fronte ampia e ben disegnata; dietro erano raccolti a coda di cavallo. I lineamenti del viso erano lievemente affilati, lo sguardo rivelava intelligenza e determinazione: non era bella, ma certamente attraente. Indossava un maglioncino a girocollo e una gonna scozzese che aveva il rosso e il verde come colori predominanti. Le gambe erano slanciate e forti; calzava scarpe senza tacco. Si vedeva che aveva pianto da poco.
In tanti anni di professione, il giornalista aveva imparato ad ignorare i sentimenti altrui: quando intervistava una persona, o scriveva un pezzo, si sforzava solo di andare incontro ai desideri del lettore. Sapeva per esperienza che all'acquirente medio di quotidiani non interessavano i buoni sentimenti o le storie educative. Preferiva di gran lunga il sangue, la morte e le storie sordide. Si entusiasmava per gli scandali ( fingendo di indignarsi ) e si affrettava a comprare il giornale quando vedeva titoli come BAMBINO FINISCE SOTTO A UN TRENO o ANZIANO MUORE DIMENTICATO DA TUTTI ( hanno trovato il cadavere dopo sette giorni per via dell'odore ) o ancora DONNA VIOLENTATA E UCCISA DA UNA BANDA DI EXTRACOMUNITARI. Perciò il giornalista sapeva cosa scrivere sul caso di Marco. La madre aveva rifiutato di parlare con i suoi colleghi, perchè si erano presentati a casa sua come tanti sciacalli; lui invece le aveva telefonato per prometterle di aiutarla. Non era un'intervista quello che voleva, bensì la possibilità di facilitare la ricerca del bambino. Certo, se ne stava occupando la polizia, e sicuramente gli inquirenti avrebbero fatto il loro dovere: ma Valentino Compari era uno specialista di questi casi. Ne aveva già risolti. Gli poteva concedere solo cinque minuti? E la donna aveva acconsentito. Naturalmente avrebbe scritto un articolo esplosivo, mettendo a nudo il cuore della povera madre, insinuando nel lettore il dubbio che il bambino fosse già morto, descrivendo lo strazio che ne sarebbe seguito, e comunque andandoci giù pesante. Conosceva i gusti del suo pubblico. Silvia lo invitò a entrare e gli offrì un caffè. Mentre la padrona di casa era in cucina, Valentino Compari si guardò attorno con attenzione. Si era già fatto un'idea della donna, ma la disposizione dei mobili, la presenza o meno di foto, la scelta dell'arredamento avrebbero aggiunto altri dettagli al suo quadro.
Riassunto delle puntate precedenti: un bambino di nome Marco viene rapito da uno sconosciuto. Segue la descrizione di una misteriosa valle; quindi l'attenzione si sposta sul dolore di Silvia, la giovane e bella mamma di Marco. PER LEGGERE TUTTA LA STORIA E' SUFFICIENTE CLICCARE SU BUFFY, NELLE CATEGORIE.
Jacques era un bel bambino di undici anni; viveva a Cannes, la stupenda città della Costa Azzurra celebre per il suo festival del cinema. Fu rapito mentre rincasava percorrendo la Croisette, dopo essere stato a lezione di judo. Era pomeriggio inoltrato, spirava un freddo Mistral e le prime luci artificiali illuminavano le palme. Un furgone aveva rallentato, accostandolo. Un uomo robusto di mezza età gli aveva chiesto un'informazione in un francese stentato. Jacques era un bambino educato e non aveva nulla contro gli stranieri, sebbene suo padre sostenesse che non ci si poteva aspettare niente di buono dai "maccheronì". L'uomo aveva spento il furgone ed era sceso; fra le mani stringeva un giocattolo, un piccolo tirannosauro che agitava la coda ed emetteva terribili ruggiti. Jacques non aveva mai visto nulla di simile. Malgrado gli ammonimenti della madre, si avvicinò all'uomo con gli occhi spalancati per lo stupore. Pochi minuti dopo il furgone ripartiva. Jacques non sarebbe più tornato a casa.
Helmut era un bambino tedesco, biondo e robusto; sognava di diventare un poliziotto famoso come il marito della zia, il suo idolo. Tifava per il Bayern di Monaco: in camera aveva appeso un poster della più celebre formazione di quel club. Benchè all'epoca non fosse neppure nato, conosceva a memoria i nomi di quei giocatori: Gerd Muller, Beckenbauer, Schwarzenbeck... avevano vinto tre Coppe dei Campioni consecutive nei primi anni Settanta. Era stato a giocare a pallone con i suoi amici e adesso tornava a casa lungo un grande viale alberato. Abitava in un grosso sobborgo di Monaco. Quando vide il furgone fermarsi non provò paura. Non provò paura nemmeno quando il conducente saltò giù e gli venne incontro. Dalla targa capì che era italiano. La sua famiglia andava sempre in Italia a trascorrere le vacanze e a lui Rimini piaceva molto: c'erano un sacco di divertimenti. Gli italiani erano simpatici e cordiali, aveva molti amici in Romagna. Per Natale si scambiavano gli auguri. L'uomo sorrideva, era simpatico come tutti gli italiani.